Cerca nel blog

Visite

Visualizzazione post con etichetta Province quale futuro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Province quale futuro. Mostra tutti i post

17 maggio 2012

Riforma delle province, la Consulta fissa l’udienza per la trattazione dei ricorsi costituzionali

Claudio Bongiovanni, Guido Marino, Franco Ferraro, Valter Giordano e Diego Reineri

 E’ stata fissata per il 6 novembre prossimo, in udienza pubblica, la trattazione dei ricorsi presentati alla Corte Costituzionale da sei Regioni – Piemonte, Lombardia, Veneto, Molise, Lazio e Campania – per la dichiarazione di illegittimità costituzionale dell’art. 23 commi 14-21, del decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito in Legge 22 dicembre 2011, n. 214.

Per approfondimenti: leggioggi.it

14 maggio 2012

Province, l'obiettivo minimo è eliminarne almeno un terzo, ma la speranza è di tagliarne la metà

Rassegna stampa a cura di Guido Marino, Claudio Bongiovanni, Valter Giordano, Franco Ferraro e Diego Reineri.

Articolo tratto dal ilsole24ore.it
di Marco Rogari con un articolo di Antonello Cherch  
13 maggio 2012

Scardinare l'impalcatura amministrativa modellata da oltre un secolo sulle Province. Il premier Mario Monti ne aveva parlato esplicitamente al momento del varo del piano di spending review. E ora il Governo ha deciso di accelerare. Non a caso di Province si è parlato anche nell'incontro di sabato al Quirinale tra il capo dello Stato, il premier, il ministro della Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi e il sottosegretario alla Presidenza, Antonio Catricalà. Il dossier è a uno stato avanzato. L'obiettivo minimo è eliminare almeno più di un terzo degli enti, ma la speranza e di tagliarne la metà. Con una sorta di effetto a cascata, ovvero l'accorpamento di una serie di strutture collegate: dalle Prefetture fino agli ex Provveditorati scolastici passando per gli Uffici territoriali del Governo.
Resta da stabilire a che punto dovrà essere fissata l'asticella. L'ipotesi di partenza è tagliare le Province con popolazione inferiore ai 400mila abitanti, anche se è più probabile che ci si fermi a quota 350mila. Ma non è da escludere del tutto un intervento più soft (eliminazione delle Province con meno di 250mila abitanti), che interesserebbe sostanzialmente un terzo degli enti. Al dossier stano lavorando vari ministri: da Anna Maria Cancellieri a Patroni Griffi. Da decidere è anche lo strumento. Due le opzioni: un disegno di legge o una delega. In ogni caso questa operazione si dovrà raccordare al piano di spending review, in particolare alla seconda fase della revisione della spesa: quella per il biennio 2013-2014 che dovrebbe essere definita in autunno e scattare insieme alla prossima legge di stabilità.
Naturalmente il taglio delle Province rappresenta la tappa finale del processo già avviato dal Governo con il decreto "Salva-Italia" attraverso il quale è stata già prevista la soppressione delle giunte provinciali e la riduzione del numero dei componenti del Consiglio della Provincia. Un intervento, quest'ultimo, per il quale il Governo il 6 aprile scorso ha varato un apposito disegno di legge che riguarda le modalità di elezione dei consiglieri.
In attesa di definire il piano-province, continua la corsa contro il tempo dei ministeri per allestire entro il 31 maggio i singoli programmi di razionalizzazione della prima fase di spending review, che dovrà garantire 4,2 miliardi di risparmi per rinviare il previsto aumento autunnale dell'Iva. «Rinviare l'aumento dell'Iva previsto a ottobre è un impegno politico del governo. E noi abbiamo comprato tempo», ha detto il ministro Giarda aggiungendo ironicamente: «Leggete bene le carte», il commissario Enrico Bondi «è un mio dipendente».
Nella cosiddetta prima fase potrebbero essere anticipate anche alcune misure da collocare nel secondo pacchetto di interventi (quello per il biennio 2013-14). A partire dalla soppressione di almeno cinque dipartimenti della Presidenza del Consiglio (nel mirino, tra gli altri, gioventù, programmazione e sviluppo economico), da accorpare ad altri dicasteri o da eliminare del tutto. Gli stessi dicasteri dovrebbero provvedere in molti casi alla riduzione dei dipartimenti interni e delle direzioni generali. Con la fase due della spending review dovrebbe scattare anche il restyling del super-ministero dello Sviluppo e di quello delle Infrastrutture.
Parallelamente scatterà il programma di razionalizzazione immobiliare: scure sugli affitti e riduzione del numero di uffici in uso a strutture centrali e locali. Tutta l'operazione dovrà amalgamarsi con il piano al quale sta lavorando da tempo il ministro Patroni Griffi: giro di vite sugli enti inutili, nuova stretta sulle auto blu, freno al personale statale "comandato" presso altre amministrazione e piano-taglia oneri burocratico a carico degli stessi uffici pubblici.

11 maggio 2012

Saltano le 4 Province sarde ma è caos

Prov. di Genova:nominato il commissario

Rassegna stampa a cura di Claudio Bongiovanni, Valter Giordano, Guido Marino, Diego Reineri e Franco Ferraro

articolo tratto dal sito: cittàdigenova.com

Fossati commissario della Provincia: "Fase molto complessa"


Genova - “Ho assunto le nuove funzioni in una fase molto complessa e delicata per le Province al centro del dibattito nazionale e delle norme sulle loro competenze e il loro stesso futuro – dice Piero Fossati, neocommissario straordinario della Provincia di Genova, appena nominato dal Presidente della Repubblica per gestire la transizione istituzionale dell’ente - ma sono assolutamente convinto che le funzioni di area vasta non possano in alcun modo prescindere dalla piena e concreta identità degli enti, come appunto le Province, che debbono svolgerle”.
La situazione in Parlamento resta ancora piuttosto nebulosa, con proposte e interventi sulle Province che si susseguono: l’emendamento Pd-Pdl (Bianco-Pastore) che attribuisce a questi enti funzioni sull’ambiente, la pianificazione territoriale, il trasporto locale, gestione e costruzione di strade provinciali, pianificazione d’urgenza in materia di protezione civile, cooperazione con i Comuni, escluderebbe però le attuali competenze sul mercato del lavoro, i centri per l’impiego, la formazione, l’istruzione e l’edilizia scolastica per le superiori. Tutte funzioni che, invece, vengono riprese dai subemendamenti dell’Unione Province d’Italia che inseriscono anche quelle sullo sviluppo economico e sociale e la difesa del suolo. Di parere ancora diverso la conferenza delle Regioni che, in un quadro di riforma costituzionale, rivendica le competenze sulla disciplina e l’organizzazione di Province, Città metropolitane, associazioni dei Comuni. “Al di là delle molte incertezze normative attuali - ribadisce il commissario Piero Fossati - gli enti intermedi, anche con un diverso assetto istituzionale e organizzativo, sono assolutamente necessari per dare adeguato supporto ai comuni più piccoli e rispondere con le proprie funzioni e compiti alle esigenze delle comunità del territorio come la Provincia e tutto il suo personale hanno ampiamente dimostrato in questi anni.”

02 maggio 2012

BCE: Province da accorpare e non da eliminare

Rassegna stampa a cura di Gianpaolo Viale, Cristina Lavina, Valter Giordano, Diego Reineri, Claudio Bongiovanni, Guido Marino e Franco Ferraro

Tratto dal sito leggioggi.it  - altro link, sull'argomento clicca su: la repubblica articolo

Abolirle, fonderle, sostituirle? Da ultimo, la Banca Centrale Europea ha invitato il Governo ad “accorparle”, come misura che consentirebbe un chiaro risparmio ai costi della politica

italiacucita
Sulle province continua senza sosta il balletto delle incertezze. Abolirle, fonderle, sostituirle con i comuni, con le regioni, devolvere le competenze o eliminarle?
Che intervenire sulle province sia necessario tutti lo dicono, come procedere nessun lo sa. Anzi, la confusione regna sempre più sovrana.
Da ultimo, la Banca Centrale Europea, per voce di Mario Draghi, ha invitato il Governo italiano ad “accorpare” le province, come misura che consentirebbe certamente un chiaro risparmio ai costi della politica.
Dunque, si torna ad utilizzare un verbo, “accorpare”, che non prevede l’eliminazione dell’ente (voce del verbo “sopprimere”), ma la sua conservazione, ma razionalizzandone il numero.
La Bce ha forse cambiato idea? Si direbbe proprio di no, rileggendo il passaggio della famosa lettera dell’8 agosto 2011 (scritta a tre mani da Draghi, Trichet e Tremonti) riguardante la questione: “3. Incoraggiamo inoltre il Governo a prendere immediatamente misure per garantire una revisione dell’amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l’efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese. Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione). C’é l’esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province). Andrebbero rafforzate le azioni mirate a sfruttare le economie di scala nei servizi pubblici locali”.
Come si nota, checché ne possa dire chiunque, nell’estate scorsa la Bce non chiese affatto (la famosa tiritera dell’«Europa che ce lo chiede»…) sic et simpliciter di abolire le province, ma di verificare se fosse opportuno “abolire o fondere” strati intermedi dell’organizzazione istituzionale, facendo riferimento alle province solo come esempio.
E’, tuttavia, bastata questa semplice e anche logica osservazione della Bce-commissario dell’Italia, perché la campagna già da tempo in atto, ringalluzzisse gli Stella-Rizzo ed epigoni vari, per l’eliminazione pura e semplice delle province. Da qui, la cieca e sorda ottemperanza del Governo-Monti alle presunte indicazioni dell’«Europa che ce lo chiede» che ha prodotto il paradossale disegno contenuto nell’articolo 23 del d.l. 201/2011, convertito in legge 214/2011 (il cosiddetto decreto pomposamente denominato “Salva Italia”, con le province, proviamo a pensarci, chiamate a salvare il Paese…).
Detto articolo ha previsto un garbuglio inestricabile, dal quale emerge:
a)      le province non si aboliscono, né si accorpano, ma restano;
b)      tuttavia, le si priva delle loro funzioni, salvo imprecisate e imprecisabili funzioni di indirizzo e coordinamento dei comuni del territorio;
c)      le altre funzioni delle province (che né Stato né regioni sanno quali siano…) dovrebbero essere attribuite ai comuni o alle regioni, con leggi statali e/o regionali;
d)      le province divengono enti “di secondo grado”, i cui organi di governo, presidente, consiglio e giunta, sono una derivazione dei comuni del territorio, in quanto l’elettorato attivo spetta a sindaci e consiglieri comunali, secondo quanto ha stabilito un recente disegno di legge attuativo della previsione.
Dopo l’entusiasmo per la grande “ideona” contenuta nel decreto, però, qualche si è iniziato a guardare davvero dentro alla riforma e a fare delle considerazioni meno populiste e da inchiesta scandalistica.
Si è scoperto, ad esempio, che manca totalmente una norma di carattere tributario e finanziaria che regoli il passaggio delle competenze dalle province a comuni o regioni. L’attività ordinaria delle province è, infatti, finanziata in parte da trasferimenti statali e regionali, in altra parte – preponderante – da entrate tributarie e patrimoniali proprie. Qualunque ente si dovesse sostituire alle province nello svolgere le loro funzioni (che non potrebbero essere abolite) dovrebbe acquisire le connesse risorse per poterle svolgere. Ma, questo determinerebbe effetti devastanti sulle regole del patto di stabilità e sui tetti alle spese di personale per gli enti riceventi.
Mentre manca ancora totalmente un semplice barlume di norma che possa porre rimedio a questa carenza, nonché alla circostanza che regioni o comuni dovrebbero anche accollarsi il rilevantissimo carico finanziario degli obiettivi che le province assicurano al patto di stabilità, ci si è anche accorti che le funzioni di indirizzo e coordinamento non significano nulla, non servono a nulla e che occorre allora conservare alle province funzioni di area vasta.
A causa di ciò, le leggi regionali e statali che dovrebbero trasferire le funzioni provinciali a comuni o regioni sono per ora cadute nel dimenticatoio. Mentre, invece, è tornata in auge l’iniziativa normativa pomposamente denominata “Carta delle autonomie”, più empiricamente qualificabile come riforma del testo unico sull’ordinamento delle autonomie locali (d.lgs 267/2000), nell’ambito della quale si intende riattribuire alle province funzioni tipiche di “area vasta” come programmazione urbanistica, tutela dell’ambiente, manutenzione delle strade e sistema dei trasporti, ma contestualmente si eliminano due funzioni fondamentali che non possono non appartenere al livello provinciale, come l’edilizia scolastica e la rete dell’istruzione superiore, nonché il sistema delle politiche attive per il lavoro, per altro fortemente innovato dal contestuale disegno di legge-Fornero.
Un caos biblico, che per ora, a ben vedere, somiglia ancora al topolino partorito dalla Montagna.
A Francoforte probabilmente se ne sono resi conto. E la Bce, adesso, raddrizza il tiro e precisa meglio. Indicando che non è il caso di avventurarsi nella soppressione delle province, la quale per altro richiederebbe una riforma costituzionale per la quale non vi sono nemmeno i tempi tecnici (per non parlare degli immani costi amministrativi per trasferimento di immobili, utenze, titolarità di contratti e personale). Dunque, una più saggia indicazione volta all’accorpamento. Operazione estremamente più indolore e semplice rispetto ad una soppressione sic et simpliciter, in quanto molto più semplice da gestire sul piano finanziario e tributario: infatti, sarebbe possibile in modo trasparente garantire il rispetto degli obiettivi del patto di stabilità, non vi sarebbero problemi anche contrattuali nel trasferimento del personale, si ridurrebbero significativamente le “poltrone” politiche, non si determinerebbe la necessità di modificare radicalmente l’assetto della finanza locale e delle norme tributarie. E sarebbe anche possibile lasciare alle province tutte le funzioni tipiche di area vasta, le quali altro non sono se non quelle indicate dall’articolo 21 della legge 42/2009, cioè la legge delega sul federalismo fiscale, quella dei fabbisogni standard, tra l’altro già rilevati proprio in riferimento ai servizi per il lavoro e ai servizi riguardanti l’istruzione superiore. Sarebbe assurdo sprecare questo lavoro già svolto, che consentirebbe nelle province, per prime, di introdurre indicatori di produttività e standard di costi.
Lecito chiedersi se la nuova indicazione della Bce non sia stata impostata nuovamente a più mani, col Governo italiano, come strategia d’uscita dal vicolo cieco nel quale il Governo stesso, trascinato dalle invocazioni di Stella-Rizzo ed epigoni, si era cacciato con la in felicissima disposizione contenuta nell’articolo 23 del “Salva Italia”. Adesso, infatti, il Governo potrebbe dire che l’Europa non chiede di abolire le province, ma semplicemente di accorparle.
Si tornerebbe, così, mestamente, al disegno normativo già proposto con l’articolo 15 del d.l 138/2011 (la seconda manovra finanziaria estiva), poi quasi totalmente soppresso dalla legge 148/2011 di conversione, del 14 settembre.
Sette mesi buttati al vento, per tornare all’unica ipotesi oggettivamente plausibile, quella della riduzione delle province, ma non della loro soppressione, visto che il livello intermedio tra comuni e regioni non si presta ad essere eliminato. In Europa solo Cipro, Lichtenstein, Città del Vaticano e San Marino non hanno il livello provinciale. E lo stesso deleterio articolo 23 del “Salva Italia” prevede, come rimedio all’eliminazione delle funzioni amministrative in capo alle province che “I Comuni possono istituire unioni o organi di raccordo per l’esercizio di specifici compiti o funzioni amministrativi garantendo l’invarianza della spesa”. Insomma, il frettoloso decreto di fine anno ha puntato disordinatamente sulla sostanziale soppressione (anche se non di diritto) delle province, per sperare che nuove forme associative comunali ne prendessero il posto, senza considerare gli egoismi tipici dei campanili e, soprattutto, senza ricordarsi della più che fallimentare esperienza delle unioni dei comuni, utili non per rafforzare e razionalizzare i servizi, ma per creare enti ancora più deboli e inefficienti.
La Bce, adesso, precisa che le province occorre accorparle e non eliminarle. Ma nessuno intende prendere in seria considerazione la necessità di partire a razionalizzare l’organizzazione pubblica in primo luogo eliminando proprio tutti gli enti intermedi tra comuni e province come unioni, consorzi, comunità montane (a proposito, ma anche queste non dovevano essere soppresse), nonché la quantità enorme di enti ed entucoli regionali, i consorzi di bonifica, i consorzi imbriferi, i magistrati delle acque e altre simili parcellizzazioni dell’azione amministrativa, che si presterebbero con estrema facilità ad essere ricondotti proprio al livello di governo provinciale.
Vedremo se occorrerà attendere l’ennesima lettera o segnale di fumo dell’«Europa che ce lo chiede» o se saremo capaci noi, finalmente, di ragionare davvero con le nostre teste, pensando a ciò che è utile e possibile.