Pubblichiamo articolo tratto dal Sole 24 ore: link diretto all'articolo : Province, il riordino dimentica una giungla di 850 partecipate.
Gianni Trovati
Il dibattito sull'abolizione delle Province è infinito, il decreto salva-Italia che cancella le Giunte e trasforma i Consigli in organismi ultraleggeri di secondo livello e il successivo Ddl governativo per regolare i nuovi enti sembrano il punto di svolta, ma su tutto il processo pesa un "non detto" che rischia di affossarlo. Si tratta della foresta di società partecipate fiorite intorno alle Province e che oggi, solo nelle partecipazioni di "primo livello", conta 852 società in cui lavorano 56.719 persone. Un mondo, secondo i dati elaborati per Il Sole 24 Ore da Bureau Van Dijk con la banca dati AidaPa, che accumula oggi un "fatturato" di 15,4 miliardi all'anno, con beni all'attivo per oltre 56 miliardi di euro, senza tener conto delle Province autonome di Trento e Bolzano. Certo, sono dati che riguardano le società in sé, in cui accanto alle Province fanno pesare le loro quote anche altri soggetti. Ma la "dimenticanza", vale a dire la mancata definizione di una regola chiara (e al sicuro da probabili contenziosi) per il passaggio di consegne, rischia comunque di ipotecare qualsiasi tentativo di riordino degli enti di area vasta.
Eppure fra vari stop and go e con spinte di segno contrario all'interno della stessa maggioranza dell'allora Governo Berlusconi (favorevole il Pdl, ma più che mai ostile la Lega), il dibattito sull'abolizione delle Province va avanti da inizio legislatura. Ma evidentemente la lunga decantazione non è bastata. L'articolo 23 della manovra di Natale del Governo Monti prevede infatti che le Province abbiano solo un ruolo di «indirizzo e coordinamento» e che le Regioni assegnino ai Comuni le funzioni fino a oggi svolte dalle amministrazioni provinciali. La trasformazione in enti di secondo livello è chiara ed è stata ancora meglio stabilita dal Ddl sulle nuove modalità di elezione dei consiglieri provinciali e dei presidenti delle Province, che ha avuto il via libera preliminare del consiglio dei ministri il 24 febbraio. Nulla di scritto invece sulla sorte delle partecipazioni in mano alle Province.
La questione è complicatissima perché riguarda società con partecipazioni anche rilevanti in termini di valori e di strategie amministrative, e si fa sentire soprattutto nelle aree metropolitane a più alta intensità economica. Uno degli snodi più importanti è naturalmente a Milano, dove la Provincia del presidente Guido Podestà (Pdl) poggia su un groviglio di partecipazioni dove si incontra un capitale sociale da 666,8 milioni di euro su cui si sono accese tutte le battaglie politiche cruciali degli ultimi anni intorno a Palazzo Isimbardi. Il cuore del portafoglio è Asam – il cui 80,8% è della Provincia di Milano e il resto appartiene invece alla sua ex "costola" di Monza e Brianza – che ha in pancia, solo per fare due nomi, il 52,9% di Serravalle (utile netto di 23,7 milioni nell'esercizio 2010) e il 14,56% di Sea (63,1 milioni di risultato netto).
Il dibattito sull'abolizione delle Province è infinito, il decreto salva-Italia che cancella le Giunte e trasforma i Consigli in organismi ultraleggeri di secondo livello e il successivo Ddl governativo per regolare i nuovi enti sembrano il punto di svolta, ma su tutto il processo pesa un "non detto" che rischia di affossarlo. Si tratta della foresta di società partecipate fiorite intorno alle Province e che oggi, solo nelle partecipazioni di "primo livello", conta 852 società in cui lavorano 56.719 persone. Un mondo, secondo i dati elaborati per Il Sole 24 Ore da Bureau Van Dijk con la banca dati AidaPa, che accumula oggi un "fatturato" di 15,4 miliardi all'anno, con beni all'attivo per oltre 56 miliardi di euro, senza tener conto delle Province autonome di Trento e Bolzano. Certo, sono dati che riguardano le società in sé, in cui accanto alle Province fanno pesare le loro quote anche altri soggetti. Ma la "dimenticanza", vale a dire la mancata definizione di una regola chiara (e al sicuro da probabili contenziosi) per il passaggio di consegne, rischia comunque di ipotecare qualsiasi tentativo di riordino degli enti di area vasta.
Eppure fra vari stop and go e con spinte di segno contrario all'interno della stessa maggioranza dell'allora Governo Berlusconi (favorevole il Pdl, ma più che mai ostile la Lega), il dibattito sull'abolizione delle Province va avanti da inizio legislatura. Ma evidentemente la lunga decantazione non è bastata. L'articolo 23 della manovra di Natale del Governo Monti prevede infatti che le Province abbiano solo un ruolo di «indirizzo e coordinamento» e che le Regioni assegnino ai Comuni le funzioni fino a oggi svolte dalle amministrazioni provinciali. La trasformazione in enti di secondo livello è chiara ed è stata ancora meglio stabilita dal Ddl sulle nuove modalità di elezione dei consiglieri provinciali e dei presidenti delle Province, che ha avuto il via libera preliminare del consiglio dei ministri il 24 febbraio. Nulla di scritto invece sulla sorte delle partecipazioni in mano alle Province.
La questione è complicatissima perché riguarda società con partecipazioni anche rilevanti in termini di valori e di strategie amministrative, e si fa sentire soprattutto nelle aree metropolitane a più alta intensità economica. Uno degli snodi più importanti è naturalmente a Milano, dove la Provincia del presidente Guido Podestà (Pdl) poggia su un groviglio di partecipazioni dove si incontra un capitale sociale da 666,8 milioni di euro su cui si sono accese tutte le battaglie politiche cruciali degli ultimi anni intorno a Palazzo Isimbardi. Il cuore del portafoglio è Asam – il cui 80,8% è della Provincia di Milano e il resto appartiene invece alla sua ex "costola" di Monza e Brianza – che ha in pancia, solo per fare due nomi, il 52,9% di Serravalle (utile netto di 23,7 milioni nell'esercizio 2010) e il 14,56% di Sea (63,1 milioni di risultato netto).
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