Rassegna stampa - Il Messaggero
L'INTERVISTA/Patroni Griffi: «Elimineremo gli enti inutili.
Maxistipendi?
Tra i burocrati poca trasparenza» di Diodato Pirone
Articolo pubblicato lunedì 5 marzo 2012
- omissis
(parte che interessa le Province)
Torniamo al fronte dei poteri locali...
«Sulle Province stiamo varando una riforma profonda».
Davvero sfoltirete i 4 mila consiglieri provinciali e le decine di Agenzie doppioni di assessorati?
«In Parlamento si sta discutendo della legge costituzionale che dovrebbe dimezzare le attuali Province accorpandole. Contemporaneamente abbiamo approvato un disegno di legge che conferma la scelta di non far votare più il popolo per le elezioni provinciali. Presidente e consiglieri provinciali futuri, al massimo 16, saranno eletti solo tra i consiglieri comunali e quindi non avranno diritto ad altri compensi. E’ presto per fare cifre, ma alla fine salteranno migliaia di poltrone e daremo un assetto più razionale a quella parte di amministrazione italiana più legata al territorio».
Non era meglio eliminare le Province e chiuderla lì?
«Parte delle funzioni delle Province saranno affidate ai Comuni. Le Regioni, invece, non avranno nulla. Ma tra Comuni e Regioni è ragionevole un livello intermedio per funzioni di area vasta: la manutenzione delle strade, la tutela ambientale, la pianificazione del territorio. Ora queste funzioni saranno affidate a Province più grandi governate da un presidente, eletto solo tra i consiglieri comunali, che avrà un profilo tutt’altro che anonimo».
E’ un compromesso o una buona soluzione operativa?
«Asciughiamo i costi, snelliamo la classe politica locale e rivitalizziamo l’amministrazione italiana ridefinendola su tre livelli, Comuni-Province-Regioni com’è nella maggior parte dei paesi europei».
Ministro, lei conosce bene il vizio degli assessorati provinciali di dare vita ad Agenzie o Enti che sono il loro esatto duplicato con l’unico obiettivo di moltiplicare poltrone e stipendi.
«Stiamo pensando di vietare la costituzione di Agenzie ed Enti. E’ più difficile vietare la costituzione di società ma dovremo trovare la formula per bloccare queste degenerazioni».
Mantenere il presidente della Provincia equivale ad un’auto blu in circolazione.
«Comunque le auto blu sono dominuite del 13% e scenderanno ancora. Ma i tagli veri sono altri».
E cioè?
«Se davvero riusciremo a dimezzare le Province è chiaro che dovremo ripensare l’organizzazione periferica dello Stato».
A cosa si riferisce? Prefetture, questure, direzioni provinciali dell’Inps e delle Agenzie fiscali.
«Esatto. Per tradizione lo Stato italiano è strutturato su base provinciale».
Questo vuol dire che unificando due province dovrebbero unificarsi anche gli uffici ministeriali locali e i loro dirigenti?
«Non ci sono automatismi ma sarebbe ragionevole rifletterci. Comunque assieme al ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, stiamo ragionando su una diversa organizzazione degli uffici periferici. Sono troppi e male organizzati. Si potrebbe pensare, ad esempio, ad un’unica struttura provinciale che coordini gli acquisti in loco delle amministrazioni oppure razionalizzi gli affitti».
Si torna alla filosofia dell’Ufficio unico sul territorio che prese piede negli anni Novanta e che poi si è persa per strada?
«Torniamo su quella strada».
Quanto è duro disboscare la burocrazia?
«L’Italia è un Paese complesso. Per ottenere risultati decenti occorre agire in modo coordinato su tanti fronti: leggi costituzionali, disegni di legge, decreti, confronto con i sindacati sulla contrattazione e tanto altro. Però una cosa posso dirla: se si affronta questa giungla col macete non si va da nessuna parte. Serve pragmatismo. Tanto, tanto pragmatismo».
Non era meglio eliminare le Province e chiuderla lì?
«Parte delle funzioni delle Province saranno affidate ai Comuni. Le Regioni, invece, non avranno nulla. Ma tra Comuni e Regioni è ragionevole un livello intermedio per funzioni di area vasta: la manutenzione delle strade, la tutela ambientale, la pianificazione del territorio. Ora queste funzioni saranno affidate a Province più grandi governate da un presidente, eletto solo tra i consiglieri comunali, che avrà un profilo tutt’altro che anonimo».
E’ un compromesso o una buona soluzione operativa?
«Asciughiamo i costi, snelliamo la classe politica locale e rivitalizziamo l’amministrazione italiana ridefinendola su tre livelli, Comuni-Province-Regioni com’è nella maggior parte dei paesi europei».
Ministro, lei conosce bene il vizio degli assessorati provinciali di dare vita ad Agenzie o Enti che sono il loro esatto duplicato con l’unico obiettivo di moltiplicare poltrone e stipendi.
«Stiamo pensando di vietare la costituzione di Agenzie ed Enti. E’ più difficile vietare la costituzione di società ma dovremo trovare la formula per bloccare queste degenerazioni».
Mantenere il presidente della Provincia equivale ad un’auto blu in circolazione.
«Comunque le auto blu sono dominuite del 13% e scenderanno ancora. Ma i tagli veri sono altri».
E cioè?
«Se davvero riusciremo a dimezzare le Province è chiaro che dovremo ripensare l’organizzazione periferica dello Stato».
A cosa si riferisce? Prefetture, questure, direzioni provinciali dell’Inps e delle Agenzie fiscali.
«Esatto. Per tradizione lo Stato italiano è strutturato su base provinciale».
Questo vuol dire che unificando due province dovrebbero unificarsi anche gli uffici ministeriali locali e i loro dirigenti?
«Non ci sono automatismi ma sarebbe ragionevole rifletterci. Comunque assieme al ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, stiamo ragionando su una diversa organizzazione degli uffici periferici. Sono troppi e male organizzati. Si potrebbe pensare, ad esempio, ad un’unica struttura provinciale che coordini gli acquisti in loco delle amministrazioni oppure razionalizzi gli affitti».
Si torna alla filosofia dell’Ufficio unico sul territorio che prese piede negli anni Novanta e che poi si è persa per strada?
«Torniamo su quella strada».
Quanto è duro disboscare la burocrazia?
«L’Italia è un Paese complesso. Per ottenere risultati decenti occorre agire in modo coordinato su tanti fronti: leggi costituzionali, disegni di legge, decreti, confronto con i sindacati sulla contrattazione e tanto altro. Però una cosa posso dirla: se si affronta questa giungla col macete non si va da nessuna parte. Serve pragmatismo. Tanto, tanto pragmatismo».
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