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03 aprile 2012

Province: in Piemonte potrebbero rimanerne solo quattro

Rassegna stampa curata da Valter Giordano, Claudio Bongiovanni, Guido Marino, Diego Reineri, Franco Ferraro, Cristina Lavina e Gianpaolo Viale.

Articolo tratto dal sito Quotidiano Piemontese link diretto all'articolo

Province: in Piemonte potrebbero rimanerne solo quattro

E’ stata presentata stamane alla Camera la proposta di riforma costituzionale per il riordino delle provincie. Nel DDL presentato dall’On. Donato Bruno (Pdl), che modificherebbe l’art. 133 della Costituzione, si prende in considerazione l’abolizione delle provincie, ma solo quelle al di sotto dei 400.000 abitanti e con estensione territoriale inferiore ai 3500 chilometri quadrati. Questi due parametri decreterebbero la necessità di cambiare i confini di circa 59 provincie italiane (con soppressione di molte di esse), di cui ben 5 in Piemonte.

Da tempo si parla della necessità di snellire le istituzioni nazionali e una delle proposte che da sempre ha fatto più discutere riguarda la possibilità di abolire le province delegando una parte dei loro poteri ai comuni, in quanto entità “vicine” ai cittadini che pertanto possono intraprendere azioni più mirate rispetto alle effettive necessità locali, e una parte dei poteri alle regioni, per quanto riguarda le politiche che possono trovare miglior ricaduta su un territorio più vasto. Dato che questo cambiamento genererebbe non pochi problemi, la proposta mira per il momento a ridimensionare il numero delle province, senza cancellare le loro funzioni.

Naturalmente, anche quanto proposto da Bruno non è di facile attuazione e presuppone notevoli cambiamenti negli assetti interni alle regioni. Infatti, sarebbe necessario ridisegnare tutti i confini delle provincie, cosa che spetterebbe alle Regioni entro 6 mesi dall’entrata in vigore della legge.

Per quanto riguarda il Piemonte, ben 5 provincie sono al di sotto di parametri: Asti, Biella, Novara, Verbania e Vercelli (vedi tabella sotto). Già in precedenza, il presidente della regione Cota aveva proposto la riformulazione dei confini (vedi articolo con la proposta) in modo da avere solo quattro province,Torino e Cuneo invariate, unire Asti ad Alessandria e creare un’unica provincia comprendente Biella, Vercelli, Novara e Verbania. La geografia politica della nostra regione sarebbe notevolmente diversa, come si può vedere nell’immagine.

Province Piemonte "ora"
Province Piemonte "domani"


Non difficile immaginare che questo cambiamento potrebbe determinare non poche polemiche da parte dei residenti nelle provincie che verrebbero accorpate. Se si pensa, ad esempio, che la provincia del Verbano Cusio Ossola è stata creata con il Decreto Legislativo n. 277 del 30 aprile 1992. Ci si rende conto che ha solo 20 anni di vita ed è nata soprattutto per le forti pressioni locali all’autonomia da Novara, considerata troppo “lontana”, geograficamente e non solo, dagli abitanti del VCO. Questa norma, infatti, utilizza dei parametri numerici che non tengono conto dei fattori che hanno portato alla creazione delle attuali province, tra i quali si può annoverare: le caratteristiche socio-culturali, le caratteristiche geografiche del territorio, le caratteristiche demografiche, ecc.

Nello specifico il testo prevede che “l’istituzione e la soppressione delle province nell’ambito di una regione e il mutamento delle loro circoscrizioni sono stabiliti con legge regionale, sentiti i comuni interessati, senza oneri per lo Stato. Non possono essere istituite province con popolazione inferiore a 400 mila abitanti e/o con territorio inferiore a 3.500 chilometri quadrati”. “I consigli provinciali – stabilisce – sono eletti dai componenti dei consigli comunali dei Comuni del relativo territorio, secondo criteri stabiliti dalla legge dello Stato”.

Si dispone inoltre l’istituzione con legge regionale delle città metropolitane, che esercitano “le funzioni della provincia”, “in territori con popolazione superiore a un milione di abitanti”. La Regione ha anche il potere di istituire nuovi comuni e modificarne circoscrizioni e denominazioni. L’articolo 2 della proposta di legge prevede che le Regioni provvedano ad adeguare le proprie province secondo i criteri stabiliti dalla riforma, entro 6 mesi dalla sua entrata in vigore. Se la Regione non provvedesse, sarebbe lo Stato a intervenire.




30 marzo 2012

Province, la parola alla Regioni

29/03/2012 tratto dal sito La Gazzetta degli Enti Locali link all'articolo

Pubblicato da Valter Giordano e Claudio Bongiovanni
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Province, la parola alle regioni

Saranno le regioni a decidere se istituire o sopprimere le province, sentiti i comuni interessati. Lo prevede il d.d.l. sulla riforma presentato dal relatore Bruno in Commissione alla Camera
Saranno le regioni a decidere se istituire o sopprimere le province, mentre resta il tetto dei 400mila abitanti e del territorio inferiore a 30mila 500 chilometri quadrati.
È la previsione di riforma dell’articolo 133 che il relatore del disegno di legge sulla riforma delle province in Commissione affari costituzionali della Camera dei deputati, Donato Bruno, ha proposto l’altra sera ai commissari.

Il testo si compone di due articoli. Nel primo c’è la modifica della Carta costituzionale che, attualmente prevede che sia una legge dello Stato sentiti i comuni e la stessa regione interessata, a provvedere. Si prevede che l’istituzione e la soppressione delle province all’interno di una regione e il mutamento delle loro circoscrizioni siano stabiliti da “legge regionale sentiti i comuni interessati” senza onere per lo Stato. Non possono essere istituite Province con popolazione inferiore a 400mila abitanti e con territorio inferiore a 3.500 chilometri quadri. I consigli provinciali sarebbero eletti dai componenti dei consigli dei comuni sul territorio in cui insistono “secondo criteri stabiliti dalla legge dello Stato”.
Anche le città metropolitane sono istituite con legge regionale “in territori con popolazioni superiore a un milione di abitanti, coincidenti con uno o più comuni e individuati con legge dello Stato”. Esse esercitano le funzioni della Provincia e la legge dello Stato stabilisce quali siano le funzioni dei comuni esercitate dalle città metropolitane.
La Regione, sentite le popolazioni interessate può, con sue leggi, istituire nuovi comuni e modificare le loro circoscrizioni e denominazioni. Ciascuna regione riordina con propria legge le circoscrizioni delle province interessate secondo le previsioni entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge costituzionale. Dopo, se la regione non ha provveduto è lo Stato a provvedere al riordino o alla soppressione con propria legge.

In base alla riforma proposta, le province rimangono enti costitutivi della Repubblica, , se ne riduce in maniera sensibile, si demanda sempre a legge regionale la creazione di città metropolitane in quei territori che sono stati stabiliti con legge dello Stato.
Le città metropolitane potranno assorbire le funzioni delle Province e parzialmente o in toto le funzioni dei comuni. “Buone notizie dalla Commissione affari costituzionali che ha presentato il ddl sulla riforma delle province: non solo si prevede il riordino degli enti intermedi tra comune e regione, ma accelera l`istituzione della città metropolitane. Un obiettivo questo a cui il Pd lavora da tempo per razionalizzare e rilanciare le competenze di grandi aree che devono confrontarsi con aree metropolitane europee (Berlino, Londra, Parigi)”, sottolinea Davide Zoggia, responsabile enti locali del Partito Democratico.
“Si tratta insomma di dare finalmente vita ad un ente che si mette al servizio di nuove esigenze di cittadinanza. Abbiamo sempre detto che la posta in gioco è alta: è necessario conciliare la necessità di ridisegnare la fisionomia della «macchina Italia», rendendola più efficiente e meno costosa e al tempo stesso di garantire ai cittadini - soprattutto in tempi di antipolitica - rappresentanza e vicinanza alle istituzioni”, ha spiegato Zoggia.

29 marzo 2012

Articolo 18 o riforma sulle pensioni dov’è la fregatura?
Il nuovo articolo 18
Con il nuovo art. 18, anche senza l'assenza delle ragioni economiche addotte dal datore di lavoro per licenziare, al massimo si otterrà un indennizzo da 15 a 27 mensilità. Un salto notevole, che ha messo in agitazione tanti lavoratori, considerando che la riforma si applica a tutti: vecchi e nuovi assunti.Fino ad oggi il licenziamento individuale per motivi economici era già nella disponibilità di un imprenditore, solo che nelle aziende con più di 15 dipendenti l'assenza delle ragioni davanti a un giudice, produceva il reintegro del lavoratore e il risarcimento del danno subito.
Le cause di licenziamentoIl licenziamento detto per motivi economici, secondo la legge che lo regola (la 604/1966) è sostenuto da ragioni che attengono all'attività produttiva. Cosa significa? Che costituiscono giustificato motivo di licenziamento individuale la crisi dell'impresa, la cessazione dell'attività e, anche solo, il venir meno delle mansioni cui era in precedenza assegnato il lavoratore, se non è possibile il suo «ripescaggio», in altre mansioni esistenti in azienda e compatibili con il livello di inquadramento.La valutazione del giudiceFinora la normativa prevedeva che il lavoratore licenziato individualmente per motivi economici potesse andare davanti al giudice ed in queste cause la percentuale di sconfitta del lavoratore è la più alta di tutti i procedimenti in tema di licenziamento. Se i motivi economici non ci sono, l'attuale normativa prevede il reintegro del lavoratore, il risarcimento del danno e la corresponsione dei contributi mancati.Il nuovo articolo 18, esclude il reintegro e offre solo la possibilità dell'indennizzo nel caso in cui il lavoratore abbia ragione davanti al giudice.Se avrà torto, perderà il posto di lavoro e andrà in disoccupazione. E, se avrà ragione, otterrà un indennizzo tra le 15 e le 27 mensilità dell'ultima retribuzione globale, modulata dal giudice in base alla dimensione dell'impresa, all'anzianità di servizio e alle iniziative assunte dal lavoratore per la ricerca di una nuova occupazione. Ma cosa farà un lavoratore per il quale è stato chiesto il licenziamento per motivi economici che invece ritiene di essere stato discriminato? La risposta dovrebbe essere chiara. Se il giudice, nel valutare la motivazione addotta dal datore di lavoro per licenziare individualmente, riscontrerà elementi di discriminazione, reintegrerà il lavoratore senza «se» e senza «ma». Se invece i motivi sono di tipo economico, applicherà la normativa descritta fin qui, con o senza la procedura conciliativa, a seconda del testo finale.Quindi val la pena, riepilogare anche la disciplina sui licenziamenti discriminatori che nella riforma non muta di una virgola rispetto all'attuale. L'onere della prova spetta al lavoratore. Per motivi disciplinari la riforma ha introdotto alcune novità che val la pena di ricordare. In caso di licenziamento senza giusta causa (comportamento grave che non consente la prosecuzione del rapporto, come ad esempio i furti o le risse) o senza giustificato motivo soggettivo (notevole inadempimento degli obblighi contrattuali del lavoratore, insomma il caso dei «fannulloni»), il giudice deciderà tra il reintegro e l'indennizzo.
Il reintegro sarà possibile soltanto se il motivo è inesistente perché il fatto non è stato commesso o se il motivo non è riconducibile al novero delle ipotesi punibili ai sensi del contratto nazionale collettivo di riferimento. In tutti gli altri casi di inesistenza del motivo, addotti dal datore di lavoro, l'indennizzo potrà variare tra le 15 e le 27 mensilità lorde, ma comprensive di tredicesima e quattordicesima, tenendo conto dell'anzianità aziendale del lavoratore e del comportamento tenuto dalle parti.
Per quanto riguarda le pensioni sono sorti problemi che riguardano le cifre astronomiche richieste dall'Inps per la ricongiunzione dei contributi versati presso altri enti di previdenza, ad esempio, da lavoratori che hanno subito un processo di esternalizzazione da parte degli enti locali, presso cui hanno continuato regolarmente a lavorare ed ad essere retribuiti. C'è poi il caso dei «contributi silenti» che vengono incamerati dall'Inps per compensare il deficit
Roma, 25 mar. (IGN KRONOS) - ''In linea teorica i pubblici non sono esclusi'' dalla riforma del lavoro, ''il Testo unico del 2001 estende a quasi tutto l'impiego pubblico anche l'applicazione dell'articolo 18, salvo i casi di eccedenza di organico superiori ai dieci dipendenti, per le quali è prevista una procedura speciale di mobilita'''. Lo dice in un'intervista a 'La Stampa' il senatore del Pd e giuslavorista Pietro Ichino. ''L'ostacolo' - spiega- è che se il giudice condanna l'amministrazione a pagare al lavoratore licenziato un risarcimento, il dirigente che ha adottato il provvedimento puo' essere ritenuto responsabile verso l'erario per il danno'' e nessun dirigente pubblico è disponibile a ''correre questo rischio''.
Ecco perché, aggiunge, "occorrerebbe una norma specifica che esentasse il dirigente, in questo caso, dalla responsabilità erariale''. Ichino non quindi, non vede tanto "una necessità di cambiare le norme vigenti, salvo che per qualche aspetto particolare" come quella del danno erariale. Piuttosto, ammonisce, serve ''cominciare ad applicare'' le norme che già esistono. ''Quando una norma non viene mai applicata – aggiunge -, è in qualche misura inevitabile che si perda il ricordo di che cosa essa dice esattamente''.

IN SOSTANZA, SECONDO ME POCO E’ CAMBIATO RISPETTO ALLA SITUAZIONE ATTUALE, INFATTI L’ESITO DELLE SENTENZE EMANATE IN CASO DI LICENZIAMENTO PER MOTIVI ECONOMICI E’ QUASI SEMPRE A FAVORE DELLE AZIENDE, SE NON QUANDO, SONO COMPROVATI ATTI DISCRIMINATORI, MENTRE, SE ESISTONO PROVVEDIMENTI DISCIPLINARI E’ UN’ALTRA STORIA.
PER PARTITO PRESO NON SI PUO’ PROTESTARE SU QUESRTO ARGOMENTO, ANCORA PRIMA DELLA DISCUSSIONE IN PARLAMENTO DOVE CON EMENDAMENTI ALCUNE MODIFICHE SONO AUSPICABILI. (SAREBBE NECESSARIO RIBELLARSI SOLO SE IL GOVERNO USASSE L’ARMA DEL DECRETO LEGGE NELLA COMPLETEZZA DELL’APPLICAZIONE DEL PROVVEDIMENTO).
MOLTO PIU’ GRAVE E’ LA SITUAZIONE DELLE PENSIONI NEL CAMPO DELLA RICONGIUNZIONE DEI CONTRIBUTI VERSATI CHE HA ASSUNTO UN ASPETTO INCREDILE PER I COSTI ESORBITANTI RICHIESTI DALL’INPS AI LAVORATORI CHE NE FANNO RICHIESTA ED UN ASPETTO GROTTESCO CIRCA LA CIFRA DI PENSIONE CHE VERRA’ PERCEPITA NON POTENDO SOSTENERE IL PAGAMENTO RICHIESTO.
NON HO PAROLE PER QUANTO RIGUARDA GLI "ESODATI".

28 marzo 2012

Ricorsi delle Regioni alla Consunta contro l'art. 23 del Decreto "Salva italia"

A cura di Claudio Bongiovanni, Valter Giordano, Cristina Lavina, Guido Marino, Franco Ferraro, Diego Reineri

Pensiamo possa essere utile ed interessante inserire nel blog i ricorsi presentati da varie regioni (per ora quantificabili in numero totale di 5) alla Consulta, contro l’art. 23 del Decreto ‘Salva Italia’.

Dossier - Ricorsi regionali sull'abolizione delle Province (art. 23, d.l. n. 201/2011):
(clicca sul singolo ricorso per prenderne visione)

Ricorso della Regione Piemonte

Ricorso della Regione Lombardia

Ricorso della Regione Campania

Ricorso della Regione Lazio

Ricorso della Regione Veneto

26 marzo 2012

Rassegna stampa - articolo tratto dall'Eco del chisone

A cura di Guido Marino e Claudio Bongiovanni

Rassegna stampa tratta dall'edizione del 21 marzo 2012 dell'Eco del Chisone

21 marzo 2012

Arrivano le nomine per i commissari (Prov. La Spezia)

A cura di Claudio Bongiovanni, Cristina Lavina, Valter Giordano

COMUNICATO STAMPA
Provincia di La Spezia.

Province: il Presidente Fiasella sarà nominato Commissario alla scadenza del mandato.
Approvato in Senato Ordine del Giorno sulla nomina a commissari degli attuali presidenti di Provincia

Il Senato ha approvato ieri (15/03/2012) l'Ordine del Giorno con il quale si stabilisce la nomina a Commissari dei Presidenti di Provincia in scadenza in primavera, inattesa che il Governo vari la nuova norma per le elezioni dei consigli provinciali.
"Dentro questo percorso travagliato - dice il Presidente della Provincia della Spezia Marino Fiasella, in questi giorni a Roma per l'Assemblea dell'UPI - che ha messo in discussione la sopravvivenza delle Province, c'èora la soddisfazione per il fatto che la nostra Provincia potrà avere una continuità nell'azione amministrativa fino alla definizione della nuova legge elettorale.
E' una notizia importante per un territorio come il nostro che,dopo l'alluvione del 25 ottobre, ha a maggior ragione bisogno di risposte politiche certe. Avrei preferito la proroga della attuale Amministrazione, eletta dai cittadini, ma sono contento di continuare questa esperienza alla guida di un Ente strategico come la Provincia la cui esistenza ad oggi non è più messa in discussione.
Si è inoltre confermata la volontà di costituire un tavolo tecnico per il riconoscimento delle funzioni fondamentali.
Il dibattito non è più Province si o Province no poiché si è compreso che la prima riforma del Governo Monti era un vero e proprio pasticcio.
Di fatto oggi non si parla più di abolizione anche se rimane in piedi il percorso sul cambiamento della legge elettorale e rispetto a questo ribadisco la miacontrarietà a rendere le Province enti di nominati.
E' giusto lasciare alleProvince le loro competenze ma sbagliato ostinarsi a voler togliere aicittadini la possibilità di scegliere i propri rappresentanti attraverso ilvoto. Il Governo si è impegnato a varare la nuova norma entro la finedell'anno ma la competenza è del Parlamento. La Provincia della Spezia saràdunque commissariata dalla fine di maggio ma almeno continuerà ad esistere edad avere un bilancio da poter spendere, con scelte politiche, al servizio del territorio.
L'UPI dal canto suo continuerà a chiedere al Governo e alParlamento di approvare una riforma organica delle istituzioni di governo diarea vasta, attraverso una legge delega che segua le linee di indirizzoindicate nella proposta elaborata dai Presidenti di Provincia.
Il nostro Paeseha bisogno di una riforma seria ed organica dei livelli istituzionali. Oggialmeno si intravede la disponibilità nel non sacrificare solo leProvince."

Il sole 24 ore: Province il riordino dimentica 850 partecipate

Rassegna stampa - A cura di Cristina Lavina, Claudio Bongiovanni e Valter Giordano

Pubblichiamo articolo tratto dal Sole 24 ore: link diretto all'articolo : Province, il riordino dimentica una giungla di 850 partecipate.

Gianni Trovati
Il dibattito sull'abolizione delle Province è infinito, il decreto salva-Italia che cancella le Giunte e trasforma i Consigli in organismi ultraleggeri di secondo livello e il successivo Ddl governativo per regolare i nuovi enti sembrano il punto di svolta, ma su tutto il processo pesa un "non detto" che rischia di affossarlo. Si tratta della foresta di società partecipate fiorite intorno alle Province e che oggi, solo nelle partecipazioni di "primo livello", conta 852 società in cui lavorano 56.719 persone. Un mondo, secondo i dati elaborati per Il Sole 24 Ore da Bureau Van Dijk con la banca dati AidaPa, che accumula oggi un "fatturato" di 15,4 miliardi all'anno, con beni all'attivo per oltre 56 miliardi di euro, senza tener conto delle Province autonome di Trento e Bolzano. Certo, sono dati che riguardano le società in sé, in cui accanto alle Province fanno pesare le loro quote anche altri soggetti. Ma la "dimenticanza", vale a dire la mancata definizione di una regola chiara (e al sicuro da probabili contenziosi) per il passaggio di consegne, rischia comunque di ipotecare qualsiasi tentativo di riordino degli enti di area vasta.
Eppure fra vari stop and go e con spinte di segno contrario all'interno della stessa maggioranza dell'allora Governo Berlusconi (favorevole il Pdl, ma più che mai ostile la Lega), il dibattito sull'abolizione delle Province va avanti da inizio legislatura. Ma evidentemente la lunga decantazione non è bastata. L'articolo 23 della manovra di Natale del Governo Monti prevede infatti che le Province abbiano solo un ruolo di «indirizzo e coordinamento» e che le Regioni assegnino ai Comuni le funzioni fino a oggi svolte dalle amministrazioni provinciali. La trasformazione in enti di secondo livello è chiara ed è stata ancora meglio stabilita dal Ddl sulle nuove modalità di elezione dei consiglieri provinciali e dei presidenti delle Province, che ha avuto il via libera preliminare del consiglio dei ministri il 24 febbraio. Nulla di scritto invece sulla sorte delle partecipazioni in mano alle Province.
La questione è complicatissima perché riguarda società con partecipazioni anche rilevanti in termini di valori e di strategie amministrative, e si fa sentire soprattutto nelle aree metropolitane a più alta intensità economica. Uno degli snodi più importanti è naturalmente a Milano, dove la Provincia del presidente Guido Podestà (Pdl) poggia su un groviglio di partecipazioni dove si incontra un capitale sociale da 666,8 milioni di euro su cui si sono accese tutte le battaglie politiche cruciali degli ultimi anni intorno a Palazzo Isimbardi. Il cuore del portafoglio è Asam – il cui 80,8% è della Provincia di Milano e il resto appartiene invece alla sua ex "costola" di Monza e Brianza – che ha in pancia, solo per fare due nomi, il 52,9% di Serravalle (utile netto di 23,7 milioni nell'esercizio 2010) e il 14,56% di Sea (63,1 milioni di risultato netto).

18 marzo 2012

Conferenza Unificata: rinviato il parere sul “nuovo” sistema elettorale delle Province

A cura di Claudio Bongiovanni, Valter Giordano e Cristina Lavina.

Rassegna stampa: adnkronos

Conferenza Unificata: rinviato il parere sul “nuovo” sistema elettorale delle Province.

Roma, 15 mar. - (Adnkronos) - Slitta il parere della Conferenza Unificata sulla legge sul nuovo sistema elettorale delle Province. Infatti nel corso della riunione, che si sta svolgendo al ministero degli Affari regionali, e' stato deciso di rinviare la discussione del disegno di legge sulle modalita' di elezione dei consigli provinciali e del presidente della Provincia.

Il parere e' stato rinviato su richiesta delle stesse autonomie locali che, a quanto si apprende, hanno fatto notare che il tema dovrebbe piuttosto essere trattato nell'ambito della Commissione paritetica sulle riforme istituzionali.

14 marzo 2012

Il Sole 24 ore - trasferimento dei personale e risorse

Pubblicato da Claudio Bongiovanni, Valter Giordano, Franco Ferraro e Cristina Lavina.

Clicca sull'articolo per facilitare la lettura

08 marzo 2012

Province: il Governo ci ripensa? La confusione impera

A cura di Valter Giordano, Claudio Bongiovanni, Franco Ferraro, Cristina Lavina

7 marzo 2012

Rassegna stampa, articolo tratto da www.leggioggi.it

Province: il Governo ci ripensa? La confusione impera

Redatto da da in Amministrativo

Tre mesi dopo la manovra “salva-Italia” il Governo pare accorgersi che il livello di governo intermedio è necessario ed è comune alla maggior parte dei paesi europei

L’intervista sul futuro delle province rilasciata a Il Messaggero lo scorso 5 marzo dal Ministro della Funzione Pubblica (vedi post che segue) lascia, a dire poco, sconcertati.

Da una parte, le dichiarazioni di Patroni Griffi lasciano trasparire che il Governo si sia reso conto di aver sbagliato radicalmente le scelte compiute con l’articolo 23, commi 14-20, del d.l. 201/2011, convertito in legge 214/2011. Ciò traspare chiaramente dalle parole del Ministro: “…tra Comuni e Regioni è ragionevole un livello intermedio per funzioni di area vasta…” e “Asciughiamo i costi, snelliamo la classe politica locale e rivitalizziamo l’amministrazione italiana ridefinendola su tre livelli, Comuni-Province-Regioni com’è nella maggior parte dei paesi europei”.

Dopo aver letto queste affermazioni, viene spontaneo strizzare gli occhi e rileggerle. E non si può fare a meno di chiedersi, se esse, come si deve ritenere, risultino rispecchiare la volontà del Governo, per quale ragione sia stata prevista la sostanziale abolizione delle province, col citato articolo 23 della legge 214/2011.

Il Ministro, in sostanza, con la sua intervista smentisce radicalmente l’intera strategia mossa fin qui dal Governo sulle province, che si reggeva sull’asserzione dell’inutilità di un ente intermedio tra comuni e regioni.

Esattamente all’opposto, tre mesi dopo la manovra “salva-Italia” il Governo pare accorgersi che, invece, il livello di governo intermedio è necessario ed è comune alla maggior parte dei paesi europei. In effetti, in Europa, solo Cipro, Città del Vaticano, San Marino, Lussemburgo e Liechtenstein non hanno province; perfino a Malta questo livello di governo è presente.

Indirettamente, l’intervista del titolare del dicastero di Palazzo Vidoni conferma l’impressione che si è sempre avuta: la normativa riguardante le province riversata nella manovra “salva-Italia”è stata soltanto il frutto frettoloso e avventato della campagna mediatica che ha preso di mira questi enti, sulla base dell’idea, inesatta, che dalla loro eliminazione deriverebbero 12 miliardi di euro di risparmi l’anno. E’ opportuno ricordare che la relazione tecnica allegata al decreto ha stimato i risparmi in eventuali 65 milioni (lo 0,54% di quello che la propaganda fa credere si possa risparmiare), nemmeno computati nei saldi finanziari derivanti dalla manovra.

L’eliminazione delle province si rivela per quello che è: solo una mossa per ottenere un po’ di captatio benevolentiae dai cittadini, mentre contestualmente si aumentava la benzina, si reintroduceva l’Ici sotto forma di Imu, si allungava l’età lavorativa, si tagliavano le pensioni minime. Un contentino alla stampa e all’uomo della strada o avventore di osteria, messo nel decreto senza alcuna preventiva analisi sull’opportunità, sugli effetti concreti, sulle immense difficoltà operative derivanti (nessuno ha fin qui seriamente pensato alle necessarie modifiche all’ordinamento dei tributi e delle entrate locali e a chi si dovrebbe accollare i saldi del patto di stabilità a carico delle province). E’, francamente, paradossale che il Governo scopra solo ora che un livello di governo intermedio tra comuni e regioni sia necessario e che questa modalità organizzativa della pubblica amministrazione è ben presente in Europa e lo è, in particolare, nei Paesi competitor dell’Italia ai quali ci si vuole sempre paragonare ed ispirare: Germania su tutte, Francia, Gran Bretagna e Spagna comprese.

L’atto di indiretta resipiscenza del Governo, tuttavia, è solo parziale. E la confusione sul futuro delle province appare, a questo punto, totale e irrimediabile.

Una sola cosa appare chiara: il Governo-Monti si è esposto e quindi in ogni caso le province dovranno assolvere al ruolo di agnello sacrificale, si riveli concretamente utile o meno la norma che le intende riformare.

Sul “come” riformarle, il buio cala nerissimo, stando all’intervista di Patroni Griffi. Da essa si trae molto chiara l’impressione che delle statuizioni – tutte incostituzionali – dell’articolo 23 della legge 214/2011 resterà poco.

Leggiamo altre dichiarazioni del Ministro: “Parte delle funzioni delle Province saranno affidate ai Comuni. Le Regioni, invece, non avranno nulla. Ma tra Comuni e Regioni è ragionevole un livello intermedio per funzioni di area vasta: la manutenzione delle strade, la tutela ambientale, la pianificazione del territorio. Ora queste funzioni saranno affidate a Province più grandi governate da un presidente, eletto solo tra i consiglieri comunali, che avrà un profilo tutt’altro che anonimo”.

Quanto dichiarato non corrisponde per niente ai contenuti della legge. Il Ministro, sostanzialmente, afferma:

a) ai comuni andranno assegnate parte delle funzioni delle province, mentre alle regioni non spetterà nulla. Il comma 18 dell’articolo 23 della legge 214/2011 stabilisce tutta un’altra cosa: “lo Stato e le Regioni, con propria legge, secondo le rispettive competenze, provvedono a trasferire ai Comuni, entro il 31 dicembre 2012, le funzioni conferite dalla normativa vigente alle Province, salvo che, per assicurarne l’esercizio unitario, le stesse siano acquisite dalle Regioni, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza”. Non è per nulla conforme a quanto prevede la legge affermare che alle regioni non andrà nulla, appare corretto ritenere esattamente l’opposto;

b) alle province resteranno funzioni proprie del livello intermedio tra comuni e regioni, esemplificativamente la manutenzione delle strade, la tutela ambientale, la pianificazione del territorio. Anche in questo caso, le affermazioni del Ministro sono in rotta di collisione con l’articolo 23. Infatti, il comma 14 dispone: “Spettano alla Provincia esclusivamente le funzioni di indirizzo e di coordinamento delle attività dei Comuni nelle materie e nei limiti indicati con legge statale o regionale, secondo le rispettive competenze”. L’effetto dell’articolo 23 è privare le province di ogni funzione che non siano i fumosi indirizzo e coordinamento. Che le province possano svolgere funzioni “di area vasta” è effetto di un’elucubrazione o di un preannuncio di riforma delle norme vigenti del Ministro. Il quale sembra preannunciare ulteriori riforme quando dice che le funzioni “di area vasta” saranno assegnate alle province più grandi. Questo era il contenuto della manovra finanziaria estiva 2011, varata ancora dal Governo Berlusconi. Le affermazioni di Patroni Griffi o sono un’errata corrige, che dovrebbe essere corroborato da una legge, o sono un vaticinio, o sono un auspicio. Ma attualmente il testo della riforma che anch’egli ha votato dispone tutt’altro.

Riassumendo, il Ministro della Funzione Pubblica, nell’intervista commenta la riforma “varata” dal Governo, ma in realtà ne prefigura una nuova e diversa che preveda:

a) la conservazione delle province, come ente di area vasta, intermedio tra comuni e regioni;

b) il dimezzamento del numero delle province;

c) la conservazione in capo alle province delle funzioni tipiche del livello provinciale;

d) l’assegnazione ai comuni di tutte le altre funzioni;

e) l’assenza di trasferimenti di funzioni alle regioni.

Il sostanziale ripensamento delle disposizioni dell’articolo 23 della legge 214/2011 leggibile in filigrana dalle dichiarazioni di Patroni Griffi apre, adesso, altri scenari estremamente complessi.

Da un lato, il Ministro e, per esso probabilmente l’intera compagine governativa, insiste nell’errore di fondo di ritenere che le funzioni provinciali possano, per lo più, essere attribuite ai comuni. Quelle elencate dall’inquilino di Palazzo Vidono, tuttavia, non qualificano pienamente le funzioni tipicamente provinciali che, in quanto tali, mal si attagliano ad una gestione comunale. Basti pensare che nell’elenco manca l’edilizia scolastica. Immaginare che la costruzione di una nuova scuola o l’investimento su scuole già esistenti possa essere demandato a un sindaco solo è semplicemente impensabile. Le scuole superiori, delle quali si occupano le province, hanno come utenti non i residenti del comune presso il quale sorgono, ma tutti i cittadini della provincia (e, nelle scuole ai confini del territorio, anche fuori provincia). E’ impensabile che i sindaci possano ragionare in termini di servizi più vasti del territorio che li elegge. E’ assurdo immaginare che l’offerta formativa, il coordinamento dei trasporti a servizio delle scuole, gli investimenti sulle scuole possano essere governati in modo polverizzato dai singoli comuni.

Altrettanto vale per tutti i servizi che l’articolo 21, comma 4, della legge 42/2009 individua come “fondamentali” delle province:

a) funzioni generali di amministrazione, di gestione e di controllo, nella misura complessiva del 70 per cento delle spese come certificate dall’ultimo conto del bilancio disponibile alla data di entrata in vigore della legge 42/2009;

b) funzioni di istruzione pubblica, ivi compresa l’edilizia scolastica;

c) funzioni nel campo dei trasporti;

d) funzioni riguardanti la gestione del territorio;

e) funzioni nel campo della tutela ambientale;

f) funzioni nel campo dello sviluppo economico relative ai servizi del mercato del lavoro.

Nessuno di questi servizi per sua natura pare attribuibile in modo efficiente dai comuni, proprio in applicazione dei principi di sussidiarietà e adeguatezza, richiamati abbastanza a sproposito dal Ministro.

Il quale, come del resto lo stesso articolo 23 della legge 214/2011, incorre in un errore piuttosto grave rispetto alle prerogative delle regioni. Infatti, tra i tanti vizi di costituzionalità che caratterizzano la vigente normativa in tema di riforma delle province uno è particolarmente grave, anche se poco evidenziato, sin qui, e cioè la violazione palese e fortissima alle previsioni dell’articolo 118, comma 2, della Costituzione: “I Comuni, le Province e le Città metropolitane sono titolari di funzioni amministrative proprie e di quelle conferite con legge statale o regionale, secondo le rispettive competenze”.

Finchè le province non siano del tutto eliminate dalla Costituzione (ma, nell’intervista il Ministro Patroni Griffi lascia comprendere che la riforma costituzionale ne disporrà la diminuzione di numero, non la soppressione) le regioni potranno sempre eccome dire la propria in merito alle funzioni provinciali.

Non si deve dimenticare che a seguito del d.lgs 112/1998, moltissime funzioni sono state assegnate alle province dalle regioni e con leggi regionali: si pensi a funzioni in materia di commercio, agricoltura, formazione professionale, turismo. La legge statale, a meno di rivedere totalmente l’impianto delle riforme Bassanini, non può espropriare la potestà normativa delle regioni. Solo le regioni potranno stabilire come rivedere l’assegnazione delle funzioni attribuite a suo tempo alle province e scegliere se polverizzarle tra i comuni o riassorbirle anche per, magari, riassegnarle nuovamente alle province, proprio in attuazione dell’articolo 118, comma 2, della Costituzione. Vigente il quale, le regioni conservano sempre il potere di decidere a quale livello di governo assegnare l’esercizio di determinate funzioni amministrative, visto che le province comunque non saranno del tutto soppresse. Non è secondario sottolineare che proprio una delle funzioni più qualificanti delle province, quelle in tema di politiche attive del lavoro, sono state ad esse attribuite con leggi regionali.

Le dichiarazioni di Patroni Griffi, dunque, attestano che il Governo sta ripensando – opportunamente – le sue scelte iniziali, troppo precipitose e “populistiche”, ma che la confusione regna sovrana. Soprattutto, perché, lo si ribadisce, nessuno ha fin qui preso in mano l’unico ragionamento davvero necessario: il rapporto costi/benefici.

Sopprimere le province avrebbe un costo immenso: in termini della necessità, accennata sopra, di modificare radicalmente il sistema della finanza locale ed il patto di stabilità, nonché in termini di patrimonio. Occorrerebbero anni per reintestare l’immenso patrimonio edilizio delle province. Basti pensare che la parte più importante di esso sono le scuole, ma che non tutte quelle in carico alla gestione provinciale sono di loro proprietà. Per effetto di un’altra legge di “riforma a metà”, la 23/1996, infatti, alcune scuole sono rimaste di proprietà dei comuni e l’intreccio degli assetti proprietari risulterebbe inestricabile per un ente che dovesse subentrare.

Poi, vi sarebbe il problema della traslazione delle centinaia di migliaia di convenzioni, contratti, appalti, servizi, forniture e, naturalmente, dei dipendenti.

L’intervista di Patroni Griffi è la controprova che il Governo ha agito, fin qui, senza aver realmente chiaro cosa fare, come farlo e quando farlo. Per un verso, le dichiarazioni del Ministro della Funzione Pubblica rivelano che il Governo non è dell’idea di dare attuazione a prescindere da tutto alle disposizioni dell’articolo 23 della legge 214/2001 e che è disponibile a rivederne i contenuti. Questo è un bene. L’importante è che il ripensamento adesso permetta di affrontare il problema della riforma delle province in modo ponderato e senza preconcetti.

Niente impedisce al legislatore di provare il riordino dell’organizzazione delle istituzioni, in modo da razionalizzarne funzioni e costi, anzi questo è un bene. Non sono processi, tuttavia, che possono realizzarsi per decreto legge e prescindendo dalla Costituzione, come invece si è fatto con la manovra “salva Italia”.

05 marzo 2012

Province quale futuro- intervista al Mnistro Patroni Griffi

Pubblicato da Cristina Lavina, Valter Giordano, Maurizio Barra, Claudio Bongiovanni, Nicola Garassino, Rosanna Giordano e Franco Ferraro.

Rassegna stampa - Il Messaggero

L'INTERVISTA/Patroni Griffi: «Elimineremo gli enti inutili.
Maxistipendi?

Tra i burocrati poca trasparenza» di Diodato Pirone

Articolo pubblicato lunedì 5 marzo 2012

- omissis

(parte che interessa le Province)

Torniamo al fronte dei poteri locali...
«Sulle Province stiamo varando una riforma profonda».
Davvero sfoltirete i 4 mila consiglieri provinciali e le decine di Agenzie doppioni di assessorati?
«In Parlamento si sta discutendo della legge costituzionale che dovrebbe dimezzare le attuali Province accorpandole. Contemporaneamente abbiamo approvato un disegno di legge che conferma la scelta di non far votare più il popolo per le elezioni provinciali. Presidente e consiglieri provinciali futuri, al massimo 16, saranno eletti solo tra i consiglieri comunali e quindi non avranno diritto ad altri compensi. E’ presto per fare cifre, ma alla fine salteranno migliaia di poltrone e daremo un assetto più razionale a quella parte di amministrazione italiana più legata al territorio».
Non era meglio eliminare le Province e chiuderla lì?
«Parte delle funzioni delle Province saranno affidate ai Comuni. Le Regioni, invece, non avranno nulla. Ma tra Comuni e Regioni è ragionevole un livello intermedio per funzioni di area vasta: la manutenzione delle strade, la tutela ambientale, la pianificazione del territorio. Ora queste funzioni saranno affidate a Province più grandi governate da un presidente, eletto solo tra i consiglieri comunali, che avrà un profilo tutt’altro che anonimo».
E’ un compromesso o una buona soluzione operativa?
«Asciughiamo i costi, snelliamo la classe politica locale e rivitalizziamo l’amministrazione italiana ridefinendola su tre livelli, Comuni-Province-Regioni com’è nella maggior parte dei paesi europei».
Ministro, lei conosce bene il vizio degli assessorati provinciali di dare vita ad Agenzie o Enti che sono il loro esatto duplicato con l’unico obiettivo di moltiplicare poltrone e stipendi.
«Stiamo pensando di vietare la costituzione di Agenzie ed Enti. E’ più difficile vietare la costituzione di società ma dovremo trovare la formula per bloccare queste degenerazioni».
Mantenere il presidente della Provincia equivale ad un’auto blu in circolazione.
«Comunque le auto blu sono dominuite del 13% e scenderanno ancora. Ma i tagli veri sono altri».
E cioè?
«Se davvero riusciremo a dimezzare le Province è chiaro che dovremo ripensare l’organizzazione periferica dello Stato».
A cosa si riferisce? Prefetture, questure, direzioni provinciali dell’Inps e delle Agenzie fiscali.
«Esatto. Per tradizione lo Stato italiano è strutturato su base provinciale».
Questo vuol dire che unificando due province dovrebbero unificarsi anche gli uffici ministeriali locali e i loro dirigenti?
«Non ci sono automatismi ma sarebbe ragionevole rifletterci. Comunque assieme al ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, stiamo ragionando su una diversa organizzazione degli uffici periferici. Sono troppi e male organizzati. Si potrebbe pensare, ad esempio, ad un’unica struttura provinciale che coordini gli acquisti in loco delle amministrazioni oppure razionalizzi gli affitti».
Si torna alla filosofia dell’Ufficio unico sul territorio che prese piede negli anni Novanta e che poi si è persa per strada?
«Torniamo su quella strada».
Quanto è duro disboscare la burocrazia?
«L’Italia è un Paese complesso. Per ottenere risultati decenti occorre agire in modo coordinato su tanti fronti: leggi costituzionali, disegni di legge, decreti, confronto con i sindacati sulla contrattazione e tanto altro. Però una cosa posso dirla: se si affronta questa giungla col macete non si va da nessuna parte. Serve pragmatismo. Tanto, tanto pragmatismo».

02 marzo 2012

UPI e Sindacati: una proposta per la riorganizzazione dell’architettura istituzionale

A cura di Valter Giordano, Claudio Bongiovanni, Maurizio Barra, Nicola Garassino, Franco Ferraro.

2 marzo 2011

Le norme del Decreto Salva Italia che svuotano le Province e le trasformano in ente di secondo livello si muovono in un quadro fitto di interventi legislativi scoordinati dimostrando l’assenza di una visione unitaria di fondo rispetto all’obiettivo, condivisibile, di razionalizzare e semplificare un sistema istituzionale ridondante e incompiuto.

Occorre una inversione di rotta rispetto alla linea tracciata dal decreto Salva Italia che propone soluzioni frettolose alle esigenze di riduzione della spesa pubblica e di taglio ai costi della politica.
E’ quanto scrivono in un documento congiunto l’Unione delle Province d’Italia e le organizzazioni sindacali Cgil, Cisl e Uil funzione pubblica.


Il documento sottolinea la necessità di una riforma unitaria e sistematica che non riguardi solo le Province “ma tutti i livelli di governo, nazionale, regionale e locale: occorre che ogni istituzione faccia i conti con la riduzione degli sprechi e dei costi impropri – si legge nel testo - ma occorre anche ridefinire chiaramente le competenze di ogni livello di governo ed eliminare le sovrapposizioni di enti e strutture non democratiche che esercitano impropriamente le funzioni che la Costituzione assegna alle autonomie territoriali. Tutto ciò salvaguardando e rilanciando il valore di prossimità territoriale delle autonomie rispetto alle domande espresse dalle comunità locali”.
I Sindacati confederali della Funzione pubblica e l’Upi ribadiscono poi la necessità di avviare una riforma che, “attraverso una razionale divisione delle competenze e delle responsabilità tra istituzioni territoriali, permetterebbe di non perdere il patrimonio professionale di quanti, sino ad oggi, sono stati quotidianamente al servizio dei cittadini. L’ipotesi di una indiscriminata messa in mobilità di lavoratori pubblici va contrastata – si ribadisce nel documento unitario – attraverso una gestione condivisa del processo di riforma che consenta di riorganizzare il sistema valorizzando il capitale umano” .
Cgil, Cisl e Uil Funzione Pubblica e Upi, sottolineando che “le Province sono istituzioni della Repubblica garantite dalla Costituzione: non si possono abolire o svuotare con decreto legge” rilanciano una proposta che permetta la chiara definizione delle funzioni di area vasta; la valorizzazione delle funzioni e delle competenze di regolazione delle istituzioni pubbliche; la revisione delle circoscrizioni provinciali per dare alle Province una dimensione territoriale, demografica ed economica adeguata; l’istituzione delle Città metropolitane; il riordino dell’amministrazione periferica dello Stato e degli enti strumentali, agenzie, società partecipate e consorzi non strettamente collegati alle funzioni istituzionali.


Una proposta che, si legge nel documento unitario, centrerebbe gli obiettivi di semplificazione e snellimento della macchina amministrativa; riqualificazione della spesa pubblica a vantaggio dei cittadini, contribuenti e fruitori dei servizi pubblici; valorizzazione professionale dei lavoratori.
“È nell’ottica di una attuazione partecipata degli ampi processi di riorganizzazione dell’architettura istituzionale – scrivono i rappresentanti dei sindacati e l’Associazione delle Province - che abbiamo costruito insieme un’idea forte e condivisa di riforma che vogliamo condividere con gli altri livelli istituzionali a partire dai Comuni e dalle Regioni: per dare al Paese istituzioni più moderne, veloci, vicine ai cittadini”.

clicca per la visione dell'intero documento



29 febbraio 2012

Forse entro l'11 aprile ne sapremo di più sulle sorti delle Province

A cura di Valter Giordano, Claudio Bongiovanni, Maurizio Barra, Nicola Garassino, Cristina Lavina, Rosanna Giordano e Franco Ferraro.

A detta degli addetti ai lavori costituisce l'unico modo serie per affrontare il tema delle Province.

E’ stata infatti istituita, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, una Commissione speciale paritetica mista Governo, Regioni, Enti locali rappresentativa di tutti i livelli di governo. La Commissione opera nell’ambito della Conferenza Unificata.”

Nella seduta del 22 settembre 2011, la Conferenza Unificata (cioè la “sede congiunta della Conferenza Stato-Regioni e della Conferenza Stato-Città ed autonomie locali“) ha istituito la Commissione speciale paritetica mista Governo, Regioni, Enti locali per il rinnovamento delle Istituzioni della Repubblica e per il sostegno allo sviluppo ed alla crescita economica (nel testo della delibera denominata “Commissione speciale paritetica mista Governo, Regioni, Enti locali”; articolo 1).

La Commissione per le riforme ha il compito di procedere (articolo 2), entro 90 giorni dal suo insediamento [è divenuta operativa il 10 gennaio 2012] alla elaborazione di:

· una proposta di riordino istituzionale che prenda in considerazione la legislazione vigente e i provvedimenti in itinere di rango costituzionale ed ordinario che impattano sull’assetto ordinamentale di Regioni, Province e Comuni, sull’assetto istituzionale ed amministrativo al fine di pervenire ad una riforma condivisa e complessiva in senso federale secondo i principi di riduzione degli organi e dei costi, di soppressione delle duplicazioni e di semplificazione dei processi decisionali, valorizzando comunque l’autonomia dei territori;

· una analisi dei costi di tutte le Istituzioni, organi, apparati della Repubblica ivi compresi gli Enti finanziati con risorse statali per perseguire l’obiettivo di riduzione della spesa pubblica.

Il testo della Delibera concernente la commissione speciale paritetica mista Governo, Regioni, Enti Locali per il rinnovamento delle istituzioni della Repubblica e per il sostegno allo sviluppo ed alla crescita economica lo trovi al seguente link:

http://www.statoregioni.it/Documenti/DOC_033473_80%20CU.pdf

Addio alle Giunte e nuove modalità elettive per le Province

A cura di Valter Giordano, Claudio Bongiovanni, Maurizio Barra, Nicola Garassino, Cristina Lavina, Rosanna Giordano e Franco Ferraro.

Nuove modalità elettive per le Province. Il testo del ddl

Addio all’elezione diretta dei consiglieri e del presidente. Si introduce un’elezione di secondo livello

È stato approvato nel consiglio dei ministri di venerdì sera 24 febbraio 2012 il disegno delle nuove Province italiane che definisce le nuove modalità elettive degli enti in attuazione di quanto già previsto nel decreto “Salva Italia”.

In particolare, il disegno di legge interviene direttamente sulla modalità di elezione dei consiglieri provinciali e dei presidenti delle Province. Al sistema elettorale attuale, basato sull’elezione diretta degli uni e dell’altro, si sostituisce un sistema proporzionale, fra liste concorrenti. Con un risparmio presunto per lo svolgimento delle elezioni di circa 118 mila euro per lo Stato e di circa 120 mila euro per le Province.

Tra gli aspetti essenziali della riforma presenti nel disegno di legge governativo, in primis, lo “sfrondamento” dei consigli provinciali che, in molti casi verranno più che dimezzati.

In secondo luogo, l’introduzione di una elezione di “secondo livello”: i candidati al seggio di consigliere provinciale potranno, infatti, essere soltanto i sindaci e i consiglieri comunali.

Gli eletti – si legge ancora nel testo - mantengono la carica di sindaco o consigliere comunale per tutta la durata del quinquennio provinciale di carica“. Qualora non interverranno ulteriori modifiche, si otterrà così il risultato di allungare in molti casi oltre la scadenza la vita dei consigli comunali.

Il presidente della Provincia sarà invece eletto a scrutinio segreto direttamente dai consiglieri assegnati alla provincia e a maggioranza assoluta dei voti.

http://www.leggioggi.it/wp-content/uploads/2012/02/disegno_di_legge_province.pdf

La nuova Proposta "legislativa" targata UPI

A cura di Valter Giordano, Claudio Bongiovanni, Maurizio Barra, Nicola Garassino, Cristina Lavina, Rosanna Giordano e Franco Ferraro.

Per una vera riforma delle istituzioni di area vasta

La proposta dell'UPI e delle Province interessate all'istituzione delle Città metropolitane.

E' stata presentata alla stampa il 9 febbraio 2012 in un incontro presso la sede UPI, la proposta che tiene insieme strumenti normativi che portino a breve alla concreta nascita delle città metropolitane, il riordino delle Province coerente con i principi della Costituzione, la razionalizzazione conseguente degli Uffici periferici dello Stato, l'eliminazione degli enti strumentali intermedi.

La proposta predisposta dall’Upi, in raccordo con i Presidenti delle Province interessati dalla istituzione delle Città metropolitane, a seguito dell’incontro organizzato a Firenze il 26 gennaio scorso, consente di riordinare profondamente la pubblica amministrazione italiana e di conseguire importanti risparmi da destinare al rilancio degli investimenti.

Link presentazione proposta di legge: http://www.upinet.it/docs/contenuti/2012/02/Presentazione%20proposta%20di%20legge.pdf

Delega riordino area vasta

http://www.upinet.it/docs/contenuti/2012/02/delega_riordinoareavasta_7febbraio2012.pdf

Province - Ricorsi ...costituzionali delle Regioni.

Situazione Ricorsi costituzionali:

Relativamente alla questione in argomento: la Regione Piemonte ha promosso e depositato specifico ricorso; la Regione Lombardia e la Regione Veneto hanno adottato, con deliberazione di Giunta, un atto propedeutico all’attivazione del medesimo percorso. Diversi Consigli delle Autonomie Locali (quello del Lazio, così come quello delle Marche) hanno all’unanimità chiesto ai rispettivi Presidenti di Regione di avviare siffatto procedimento.

UPI : prioritario salvare 60.000 addetti

A cura di Valter Giordano, Claudio Bongiovanni, Maurizio Barra e Franco Ferraro.

Pubblichiamo la recente dichiarazione UPI che mira a salvaguardare i 60.000 dipendenti delle Province

Notizia tratta dall’ansa

PROVINCE: UPI, PRIORITARIO SALVAGUARDARE 60 MILA ADDETTI

(ANSA) - ROMA, 9 FEB - ''Il valore, la professionalita' e il ruolo dei 60.000 dipendenti delle Province rischia di essere messo in discussione dal dibattito demagogico sull'abolizione delle Province. Dobbiamo considerare prioritario tutelare chi, ogni giorno, e' al servizio dei cittadini e dei territori''. Lo hanno detto il presidente e vicepresidente dell'Upi, Giuseppe Castiglione e Antonio Saitta, nell'incontro che l'Unione Province d'Italia ha avuto oggi a Roma con i Segretari Nazionali di Cgil, Cisl e Uil Funzione Pubblica, Rossana Dettori, Giovanni Faverin e Giovanni Torluccio. Nel corso dell'incontro, ricorda l'Upi, si e' concordato di elaborare un documento di proposta che costituira' la base di future iniziative comuni, tese a tutelare e valorizzare il ruolo delle istituzioni territoriali e dei lavoratori.

http://www.regione.vda.it/notizieansa/details_i.asp?id=131729

Il muro di "silenzio" sull' art. 18 che pare, nella p.a. di fatto superato

A cura di Valter Giordano, Claudio Bongiovanni, Maurizio Barra, Nicola Garassino, Cristina Lavina, Rosanna Giordano e Franco Ferraro.

E' inspiegabilmente calato il silenzio su un tema, l'art. 18 che già pare abbia colpito l'intera pubblica amministrazione. Come mai?
Per rompere il tabù, pubblichiamo un importante articolo tratto dal quotidiano Italia Oggi, che ci spiega le motivazioni. Il post che segue ci illustrerà altri particolari.

clicca sull'immagine per ingrandirla

Licenziamento per ragioni economiche

A cura di Valter Giordano, Claudio Bongiovanni, Maurizio Barra, Cristina Lavina, Nicola Garassino, Rosanna Giordano e Franco Ferraro.

Rompiamo il silenzio anche sulle nuove gravi misure legislative che consentono il licenziamento per "ragioni economiche".

Pubblichiamo, sul tema un articolo che ci spiega le ragioni che tanto ci preoccupano.

Licenziamento per “ragioni economiche”: come cade (silenziosamente) il mito del “posto fisso”
nella P.a. di Germana Caruso e Marika Di Biase.

La crisi finanziaria e gli impegni assunti con l’Unione europea chiamano in causa, oggi più che mai,
la necessità di un ridisegno complessivo del settore pubblico all’insegna della riduzione della spesa.
Abbattere quell’anomalia tutta italiana di una allocazione inefficiente delle risorse: questo l’obiettivo sottostante ad alcuni dei più recenti interventi normativi che hanno riguardato la P.a. La ricetta proposta dal Governo Monti è la spending review, un processo di riduzione chirurgica della spesa il cui effetto andrà a sommarsi, almeno inizialmente, ai risparmi conseguibili con l’applicazione dei tagli lineari disposti dalle Manovre estive.

Tuttavia, perché le misure intraprese siano produttive di risparmi effettivi è necessario il rilancio di un dibattito serio sulle riforme delle pubbliche amministrazioni, perché i risparmi non si producono solo con i tagli, ma, prima di tutto, con l’innovazione. Innovazione che nel settore pubblico va declinata in termini di razionalizzazione delle strutture e riorganizzazione delle funzioni.
Eppure, ogni qual volta si tenti di metter mano a processi di ristrutturazione, anche giusti in linea
teorica, soprattutto in ottica di lungo periodo, ci si scontra con la gestione di pesanti effetti
collaterali: quelle eccedenze di personale che, sino ad oggi, le amministrazioni pubbliche non hanno mai spontaneamente dichiarato.
Dalla creazione del Super Inps al disegno di riforma dell’Ente Provincia, il tutto sulla carta è racchiuso in una formula, quella del trasferimento delle risorse strumentali, umane e finanziarie.
Parole che fino a ieri non avrebbero destato rilevanti preoccupazioni e che, oggi, alla luce delle modifiche apportate alla disciplina delle eccedenze di personale nella P.A. potrebbero segnare il passaggio all’era di un pubblico impiego sempre meno protetto.
Ancorando la dichiarazione di eccedenza anche a dati gestionali, come le esigenze funzionali e la situazione finanziaria, la Legge di stabilità 2012 (l. n. 183/2011) ha inteso rendere più fluido e veloce il procedimento per dichiarare l'esubero dei dipendenti pubblici. Con la riscrittura dell’art. 33, d.lgs. 165/2001 risulta rafforzato l'obbligo delle p.a. di verificare, annualmente, l'adeguatezza
del numero dei propri dipendenti in relazione alle attività svolte. In più, la legge mette in relazione
diretta l'eccedenza di personale alle dipendenze della pubblica amministrazione con la rilevazione
di una «situazione finanziaria» tanto negativa da potervi rimediare mediante riduzione della forza lavoro.
Questo, in altri termini, equivale a sancire la possibilità di attivare un percorso finalizzato al licenziamento del dipendente pubblico, essenzialmente per «ragioni economiche».
E, pure trattandosi di una materia di impatto rilevante sul fronte del capitale umano, le relazioni sindacali sul punto vengono ridotte all’obbligo di informazione preventiva alle Rsu e ai sindacati firmatari del contratto nazionale. Non ci saranno tavoli per discutere i motivi delle eccedenze e per
trovare eventuali soluzioni, non c’è più alcun contenuto obbligatorio da inviare ai sindacati.

Il tentativo di ricollocare il personale al proprio interno o presso altre P.A., anche attraverso contratti flessibili di gestione del tempo di lavoro, resta di competenza della parte datoriale.
Il nodo è delicato. Con la nuova formulazione, un ente in difficoltà finanziarie – per mancato rispetto del patto di stabilità, in caso di situazioni prossime al dissesto o per mancato rispetto dei tetti di spesa del personale etc. – ha piena facoltà di decidere di ridurre il proprio personale. E può farlo senza dover dimostrare le mutate esigenze funzionali o organizzative.
Peraltro, quello dell’art. 33, rischia di tradursi in uno strumento arbitrario utilizzabile ad ampio raggio a fronte di esigenze di contenimento dei costi. E proprio perché potrebbe condurre a scelte di rilevante impatto, potenzialmente capaci di colpire nel mucchio, è necessario che in questa fase di riorganizzazione della P.A., la maggior autonomia datoriale rispetto alle scelte gestionali concessa dall’art. 33, si traduca in un rinnovamento dei modelli organizzativi più che in comportamenti adattivi e conservativi dello status quo.
Insomma, alla luce delle modifiche sopra esposte, per quanto riguarda il lavoro pubblico, «l’eventuale cancellazione dell’art. 18, non farebbe altro che acclarare l’esito di una riforma già avvenuta »(L. OLIVERI, L’art. 18? Nella p.a. è di fatto superato, Italia Oggi, 17 febbraio 2012).
E allora sorge spontanea una domanda. Perché la rivisitazione delle norme che presiedono la gestione degli esuberi nella P.a. ha avuto una risonanza mediatica tanto flebile?
La risposta possibile è una: il poliedrico ideologico celato dietro al fannullonismo è tanto forte e radicato da essere riuscito persino a far cadere, silenziosamente, il mito del “posto fisso”.

Germana Caruso
Scuola internazionale di Dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro
Adapt e CQIA - Università degli Studi di Bergamo
Marika Di Biase
Scuola internazionale di Dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro
Adapt e CQIA - Università degli Studi di Bergamo

Esuberi Inpdap e pseudo ...... esuberi

A cura di Valter Giordano, Claudio Bongiovanni, Maurizio Barra, Cristina Lavina, Nicola Garassino, Rosanna Giordano e Franco Ferraro.

Il tema "PERICOLO esuberi" costituisce un tema assai sentito.

Pubblichiamo per dovere di cronaca, un articolo tratto dal fatto.it con una serie di considerazioni che investono l'INPA, l'INPDAP e tutta quanta la Pubblica Amministrazione.

Esuberi Inpdap, presidente Inps al Fatto.it: “Li reintegriamo tutti e 700, ci metto la faccia”

Antonio Mastrapasqua assicura che, nonostante finora il governo non abbia dato indicazioni in merito, i lavoratori dell'istituto previdenziale cancellato dall'ultima finanziaria continueranno ad avere un posto di lavoro: "L'attenzione dei sindacati coincide con la nostra"


“Li riassorbiremo, ci metto la faccia con Il Fatto Quotidiano”. Forse non saranno i 700 lavoratori dell’Inpdap a inaugurare la stagione dei licenziamenti di Stato. Intervistato da ilfattoquotidiano.it il presidente dell’Inps Antonio Mastrasqua assume l’impegno a riassorbire tutto il personale dell’Istituto nazionale di previdenza per i dipendenti dell’amministrazione pubblica soppresso d’ufficio dal governo Monti insieme all’Enpals.

Si tratta degli esuberi del piano per creare una “super Inps” che accorperà tutte le previdenze, pubblica e privata. Incamerando pensioni, mutui e immobili l’ente unico della previdenza avrà un bilancio da 400 miliardi da gestire ma non abbastanza per assorbire poche centinaia di lavoratori rimasti fuori dalla partita. Sono soprattutto gli ex portinai del patrimonio immobiliare dell’ente che le cartolarizzazioni di Tremonti hanno via via spogliato a metà dello scorso decennio. Rimasti senza immobili da custodire, i custodi sono stati inquadrati nei ruoli dell’ente, trasformati a suon di corsi di formazione in impiegati amministrativi. Hanno gestito e liquidato pensioni, trattamenti di fine servizio, riscatti, ricongiunzioni pur rimanendo al livello più basso per inquadramento e retribuzioni. E ora che sono stati tutti riconvertiti lo Stato ha deciso che non ha più bisogno di loro: andranno in mobilità e se non saranno riassorbiti potranno contare su due anni di cassa integrazione all’80% e poi saranno licenziati. L’epilogo poteva essere tragicomico con un decreto salva-Italia che, prima ancora di tagliare le pensioni, taglia il posto a chi le dà.

L’atto formale che mette alla porta gli ex custodi è stato scritto a due mani. A luglio il governo Berlusconi ha esteso al pubblico impiego la possibilità di mettere in mobilità il personale in esubero aprendo la strada ai licenziamenti di Stato e a procedure di mobilità che si stanno definendo presso i ministeri della Difesa e della Giustizia, le direzioni provinciali del Tesoro e le sopprimende province. Monti, insieme ai tagli alla pensione degli italiani, ha deciso di cancellare da un giorno all’altro anche il secondo ente previdenziale del Paese, un soggetto pubblico con 170 miliardi di bilancio, 3,5 milioni di dipendenti pubblici amministrati e 2,5 milioni di pensionati serviti. Ecco perché dal 12 dicembre i lavoratori hanno avviato una settimana di mobilitazione all’insegna del “No Monti day” e alcuni di loro hanno occupato la presidenza della direzione generale dell’Inpdap, al settimo piano di via Ballarin 42. Il giorno dopo hanno protestato davanti al ministero del Lavoro, fino a quando il titolare Elsa Fornero – informata del presidio – si avvicinata ai circa 200 manifestanti. In poche battute il ministro liquida le speranze in una soluzione pronto-uso: “Abbiamo discusso pochissimo perché non c’era il tempo. Questo decreto è stato chiamato da Monti salva-Italia e, ci potete credere o no, ma questo era l’obiettivo”. Lasciato il presidio la Fornero è salita in macchina e ha telefonato al presidente dell’Inps che sta ereditando la patata bollente. Antonio Mastrapasqua non cade dalle nuvole ma non ha una risposta pronta. La darà una settimana dopo dichiarando il proprio impegno a far rientrare tutti gli esuberi sotto l’ombrello del nuovo ente unico: “Ci metto la faccia con loro e con voi”, dice.

Chi ha creato questo pasticcio dei lavoratori Inpdap?

C’è un po’ di confusione sulla vicenda. La manovra Monti ha cancellato l’ente stabilendo l’accorpamento ma è stata la manovra di luglio del precedente governo a stabilire gli esuberi che non sono effetto dell’operazione di accorpamento degli enti. Questi lavoratori sono stati tolti dalla pianta organica dell’Inpdap prima. Le compentenze sono ancora formalmente in capo a Inpdap fino a quando il decreto Monti non sarà pubblicato.

Ma tutto lascia pensare che una soluzione non sarà trovata prima che la patata bollente arrivi tra le sue mani in qualità di presidente unico…

Già il direttore generale dell’Inpdap mi ha assicurato che si sarebbe subito adoperato per prospettare delle soluzioni, prima ancora che le competenze siano trasferite con effetto di legge. Poi certo il problema passerà anche formalmente a me.

Se la sente di prendere un impegno preciso verso questi lavoratori che da settimane sono in agitazione?

La mia volontà e il mio impegno è di mantenerli negli organici dell’istituto così come stavano in quello soppresso dal quale provengono. Io mi adopererò per far sì che si riesca a tutelare la totalità di queste persone che sono risorse valide mi dicono, se svolgevano un lavoro utile all’Inpdap prima potranno svolgerlo presso la nuova Inps oggi. Privarsene sarebbe una perdita e io questo impegno lo prendo prima di tutto con loro, poi verso l’ente che può avere bisogno di questi lavoratori. E lo prendo anche con voi: se volete dire che ci metto la faccia, ditelo. Ma ci metto anche l’impegno.

Resta il fatto che i sindacati sono sul piede di guerra da settimane…

Lo sono perché c’è una legge ed è chiaro che tengono alta l’attenzione, ma l’attenzione loro coincide con la nostra. Questa legge c’era prima quando erano di ruolo all’Inpdap e c’è oggi in casa Inps e va risolto.

Ma se la legge di luglio li indica come esuberi come si torna indietro?

Le tecnicalità sono effettivamente complesse. Basta pensare che la stessa legge che determina la chiusura dell’Inpdap è in corso pubblicazione. Ma sono certo che saranno individuati gli opportuni strumenti per risolvere questo aspetto, potrebbe essere una direttiva amministrativa o un atto interministeriale. Ogni strada nella direzione della loro salvaguardia la percorreremo.

Con l’abolizione dell’Inpdap alcuni lavoratori si sono trovati la pratica di mutuo bloccata. Che cosa è successo?

Il problema si è verificato la scorsa settimana, alcuni mutui sono stati bloccati perché c’era il decreto che stabiliva la soppressione dell’ente di garanzia ma non emendato e questa situazione ha sollevato dubbi presso gli uffici giuridici del Ministero. Si è rimendiato con un emendamento al testo convertito in legge ieri che ha stabilito la continuità amministrativa e ha fatto proseguire l’attività ordinaria dei due enti soppressi attraverso gli organi ancora esistenti. E io ho firmato le procure a favore di due dirigenti Inpdap autorizzandoli a validare le pratiche che si erano bloccate.

Una battuta sul cosiddetto super-Inps. Una gigantesca macchina di soldi e lei solo alla guida. Come pensa di tenere a bada interessi, condizionamenti e pressioni da parte delle lobby d’affari, ealle banche e dei partiti?

E’ vero che il bilancio dell’ente unico della previdenza è di circa 400 miliardi, ma di pensioni che si pagano e non di acquisti. Non c’è la lobby di chi vuole erogare pensioni. Le cifre sono grandi ma si erogano e non vanno intese come delle disponibilità. Sono le cifre che l’Inps prima e oggi insieme all’ex Inpdap deve erogare e tutte le erogazioni sono regolate da leggi dello Stato. Ammesso che qualcuno voglia esercitare pressioni o ingerenze deve prima cambiare le leggi e non può farlo certo intervendo sui vertici dell’istituto.

Oltre a presiedere l’Inps lei è anche amministratore delegato di Italia Previdenza, la Società italiana di servizi per la previdenza integrativa. Questa circostanza, unita all’abolizione del secondo ente previdenziale pubblico, rinsalda il sospetto che si voglia privatizzare il sistema pensionistico e spalancare le porte alle banche.

Assolutamente no. Prima c’erano due istituti pubblici ora ce ne sarà uno solo, più grande, più solido. Tutto quello che si fa in questo ambito è regolato dalla legge e dal punto di vista funzionale non cambia proprio nulla rispetto a prima.

Quindi non è un’operazione sotto traccia per spogliare il pubblico a favore del privato?

L’Inps è e rimane pubblica. Punto. Posso capire il timore di chi vede le erogazioni gestite transitare da una operatività all’altra ma l’accorpamento non cambia nulla su questo fronte. Lo si è scelto per fare efficienza e ridurre i costi di gestione mettendo a fattor comune competenze e capacità interne. Non per cambiare la natura del sistema previdenziale pubblico.

Lavoratori e sindacati restano in agitazione: “Ottima notizia, ora aspettiamo i fatti”

I lavoratori ci vogliono credere ma la parola del presidente dell’Inps non basta. Resta infatti incerto lo strumento che permetterà di rimedierà alla situazione, visto che la legge sarà pubblicata e avrà effetto immediato. Preoccupano poi le ripercussioni generali dell’operazione di accorpamento degli enti previdenziali che ufficialmente viene motivata con l’esigenza del controllo della spesa e del risparmio. Ma il timore è che dietro ci sia ben altro. “Io mi scandalizzo perché non vedo alcun beneficio per cittadini da una simile operazione, nemmeno il risparmio di risorse. Mi spieghino il nesso con la crisi economica, se mai ve n’è uno. Che non sia la crisi delle banche. Mi scandalizzo perché, per favorire i privati, si abbatte il sistema pubblico”, scrive al Fatto Cristina Brunelli, dipendente della sede Inpdap di Verona interessata a 5-6 procedure di mobilità. “Sopprimere il primo polo di previdenza pubblica, con costi di gestione peraltro più bassi rispetto all’Inps, a rigor di logica significa favorire la previdenza privata. Immaginiamo per un istante cosa può significare sopprimere un Istituto che controlla previdenza e credito di tutti i dipendenti pubblici italiani (sanità, scuola, militari, enti locali, ecc)… spese di implementazione di programmi, formazione del personale, riorganizzazione delle sedi. Spese, spese, spese. E soprattutto un disservizio che favorirà la rincorsa disperata a sistemi di previdenza privata. In primis, una corsa ai Fondi di Previdenza Complementare di cui i Sindacati sono co-gestori. Si potrà dire che il Super Inps non funziona. Quale ghiotta occasione per svenderlo alle banche, con l’enorme flusso di liquidità che ciò potrebbe comportare?”.

La geografia degli interessi in campo, secondo Massimo Briguori (Usb), non esclude nessuno. “L’accorpamento degli enti previdenziali comporta che in una sola società pubblica confluiscano 400 miliardi di euro. Nemmeno il ministero del Tesoro si ritrova un portafoglio simile da gestire. Che fa ovviamente gola alle banche. Sopprimere il secondo ente previdenziale del Paese significa dare una spinta maggiore a chi sostiene che ci sia bisogno della previdenza complementare e di privatizzare il settore sostituendo al soggetto pubblico quello privato. I sindacati non sono immuni da interessi visto che sono pochi giorni fa Bonanni è tornato a chiedere l’obbligatorietà della previdenza complementare”. C’è il mondo della finanza che preme per gestire la partita del credito e dei mutui che vale due miliardi l’anno. Ci sono gli appalti a sei zeri. “Se il patrimonio immobiliare è il grande business del decennio scorso, la rete dei sistemi informatici è quella di oggi. Solo le commesse per la gestione dei database dal 2004 al 2009 hanno mosso commesse per 500 milioni di euro”.

E poi ci sarebbero i partiti, le lobby e i gruppi di potere per i quali il controllo sulla mega-struttura significa voto di scambio legato ai posti di lavoro e sottogoverno. “Chi siederà sulla poltrona del super Inps avrà un potere senza contrappesi, totale. Il Presidente Napolitano farà anticamera alla sua porta”, sostiene Briguori. “Le logiche spartitorie sono chiare. A capo del superente per designazione diretta di Gianni Letta siederà fino al 2014 Antonio Mastrapasqua, attuale presidente Inps e in quota al Pdl, il presidente Inpdap Paolo Crescimbeni è in quota An mentre quello dell’Inail è in quota Lega”.

Anche il Pd giocherebbe la sua partita, ma secondo una visione propria che punta alla coesistenza dei sistemi pubblico e privato. “Nel 2006 Romano Prodi aveva già ipotizzato l’idea di una super-holding ma divisa in due rami autonomi nella governance e non subalterni. Del resto c’è una parte del centro sinistra che presta il fianco ai sindacati e alle banche di riferimento che vorrebbero partecipare attivamente alla gestione dei fondi pensione e all’organizzazione del nuovo ente unico”.

Ora tutti gli occhi sono puntati sullo strumento che si adotterà per bypassare il decreto di luglio che è legge. E infatti la protesta continua. Il 28 dicembre è convocata una nuova assemblea a Roma che non esclude più incisive iniziative di lotta. Anche perché la vicenda dei lavoratori dell’Inpdap è solo un assaggio di quello che sta per accadere nel pubblico impiego: “Altre procedure di mobilità sono in corso presso il Ministero della Difesa per circa 2mila unità, al Ministero di Grazia e Giustizia si chiudono uffici e altri esuberi si stanno preparando nelle direzioni provinciali del Tesoro che saranno poste in capo alle regioni, la ciliegina sulla torta dei dipendenti delle province arriverà presto”, spiega Briguori. “Ancora non si è percepito ma la situazione sta per esplodere. Ed è solo l’inizio perché la finanziaria del governo Berlusconi ha disposto il taglio del 10% degli organici nella pubblica amministrazione. Con l’accorpamento degli enti previdenziali la nuova Inps arriverà a 30mila dipendenti e per 3mila scatta l’incubo della mobilità con la prospettiva della cassa e del licenziamento. Non c’è dubbio, il governo Monti in continuità con quello precedente, ha stabilito il controllare della spesa pubblica non si fa tagliando sprechi e privilegi ma tagliando gli organici”. Da qui, la decisione dei sindacati di categoria di indire uno sciopero generale per il 27 gennaio.

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Più divisi ....non si può !

In un momento in cui dovrebbe su tutto prevalere la strenua difesa del posto di lavoro, rifioriscono le litigiosità tra le OO.SS..

infatti, oltre alla "fisiologica" litigiosità del momento, causata dalle elezioni RSU, si somma nell'Ente, un'altra accesa rivalità che "tocca" le segreterie sindacali in merito allo scottante tema dei tavoli di contrattazione separati.

E' infatti giunta recente notizia che le segreterie sindacali CISL e UIL con apposita lettera hanno richiesto all'ente l'istituzione di tavoli di contrattazione separati dai sindacati autonomi (CSA su tutti ed USB).

Alla prima riunione sindacale avremo per l'ennesima volta tavoli separati.

La RSU, al pari della segreteria CGIL potrà partecipare ad entrambi "i tavoli".

Considerato il momento che viviamo, è' auspicabile che sia la CISL che la UIL rivedano al più presto questa loro intransigente posizione (per il momento).