RSU CGIL: Claudio Bongiovanni, Valter Giordano, Guido Marino, Paolo Armando e Franco Ferraro
Spending review tutt’altro che chiusa: già pronto uno studio che punta a risparmiare altri 10 miliardi con la definizione dei costi standard.
Spending review archiviata? Neanche per sogno. Con il decreto sulla revisione della spesa licenziato dal Parlamento, grazie soprattutto al paracadute della doppia fiducia (rispettivamente la numero 33 e 34 dell’era Monti) chiesta dal governo a Senato e Camera, l’attenzione è già spostata a settembre, quando avverrà quello che il supercommissario alla spending review Enrico Bondi ha denominato il “redde rationem” della spesa pubblica.
Il focus della “spending review 2” sarà puntato sugli enti e le autonomie locali.
Neanche il tempo di farsi i conti in tasca, per le amministrazioni
periferiche, e spunta già il rasoio che promette nuovi e profondi tagli ai bilanci. Dalla spending review convertita in legge, infatti, gli enti locali sono usciti con le ossa rotte: innanzitutto, l’accorpamento di 64 Province
al di sotto dei 350mila abitanti o dei 2500 chilometri quadrati, divise
tra 50 nelle Regioni ordinarie e altre 14 in quelle a statuto speciale.
Anche dalla parte delle Regioni stesse, però, non ha
tirato un vento propizio: la spending review si porterà via infatti
dalla voce “trasferimenti centrali” 700 milioni nel 2012 e oltre un
miliardo nel 2013 e 2014. Sorridono solo i Comuni, che si sono visti riconoscere un contributo di 800 milioni di euro.
Ma le note liete sono finite qui per le amministrazioni locali. Nel
mirino del premier Mario Monti e del suo “cecchino” degli sprechi Enrico
Bondi, finiscono ora i costi standard degli acquisti
di beni e servizi da parte degli apparati di governo territoriale. Il
pool ai comandi del supercommissario ha infatti messo a punto uno studio
che costituisce la base dati del decreto in programma già nel prossimo mese, aprendo di fatto la via alla spending review autunnale.
Secondo i segugi dello sciupio di denaro pubblico, Regioni, Province e Comuni avrebbero instaurato un regime di eccessi di spesa
che si situa nella forchetta tra il 25% e il 40% dei 60 miliardi di
complessivi erogati per beni e servizi. Di questi, circa due miliardi
sarebbero proprio generati dalle Province. Obiettivo della “squadra
speciale spending review” è quello di coniugare questi dati statistici
al parametro dell’efficienza, per sfondare il muro di
10 miliardi di risparmi, che si vanno ad aggiungere ai 26 della riforma
già varata dalle Camere. Negli intenti dell’esecutivo, a guidare il
cambiamento sarà la piattaforma Consip, che catalizzerà centralmente tutti i piani di acquisto degli enti.
La riduzione dell’esborso camminerà di pari passo alla riforma delle piante organiche
già inclusa nel testo divenuto legge, con gli esuberi (anunciati in
24mila, ma non ancora definiti con precisione) e il taglio del 20% dei
dirigenti e del 10% dei dipendenti pubblici. Un fronte che ha già
scaldato i sindacati, pronti a scendere in piazza in
sciopero generale il 28 settembre, in protesta contro i
prepensionamenti, le messe in mobilità e la stretta a buoni pasto e
ferie non godute. Montano anche i rimbrotti dell’Anci, che ha già
annunciato di sciogliere i vincoli del patto di stabilità,
minacciando addirittura la chiusura dei serivizi. Nodi, questi, su cui
rischia seriamente di incepparsi la seconda fase della spending review.
“Non e’ vero che chi piu’ spende è più virtuoso – ha sottolineato Bondi di recente – bisogna andare a vedere i livelli dei servizi
ai cittadini, non per ridurli ma per razionalizzarli”. Lo scopo finale
di questa ondata di decreti sulla spesa, comunque, resta sempre la riduzione del debito pubblico,
tramite ulteriori misure di risparmio, ad esempio nelle intercettazioni
(si parla di 5 milioni) o, in maniera più profonda, nelle dismissioni del patrimonio immobiliare pubblico.
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