RSU CGIL: Claudio Bongiovanni, Valter Giordano, Guido Marino, Paolo Armando e Franco Ferraro
RASSEGNA STAMPA TRATTA DA ITALIA OGGI
Sulle province previsto un casino
Di Marco Bertoncini
Quale sarà la soluzione adottata per le province accorpate? Lasciamo da parte tutti gli interrogativi che si pongono sul destino degli articoli 17 e 18 del decreto-legge 95,
che disciplinano ex novo province e città metropolitane. Non sono
pochi, perché vanno dai cambiamenti introdotti in questi giorni dal
senato (e presumibilmente immutati fino alla promulgazione), ai
possibili interventi della Corte costituzionale, ai pronunciamenti che
la giustizia amministrativa sarà chiamata senz'altro a operare.
Lasciamo da parte altresì le peculiari condizioni delle province friulane, siciliane e sarde
che, nonostante le previsioni contenute specificamente nell'art. 17 per
l'adeguamento ordinamentale delle regioni a statuto speciale, potranno
verosimilmente sottrarsi a una disciplina che facilmente la Corte
costituzionale non la-scerà passare sotto silenzio (pochi giorni fa ha
impallinato la riduzione del numero dei consiglieri regionali nelle
regioni a statuto speciale).
Ammettiamo che tutto fili liscio e che quindi fra qualche mese, nelle
regioni ordinarie, si passi alla delimitazione delle nuove province. È
facile prevedere quale sarà la pretesa che, qualora davvero si arrivi
alla fusione, avanzeranno le province teoricamente destinate a
scomparire perché assorbite da un ente confinante che superi i 350mila
abitanti e i 2.500 kmq stabiliti dal governo ovvero perché, insieme con altri enti che non raggiungono ciascuno tali requisiti, riescano a superarli.
Per serbare almeno l'immagine della perpetuità dell'ente da
sciogliere chiederanno due cose: l'aggiunta della dizione della propria
provincia a quello dell'altro ente (o degli altri enti) con cui avverrà
l'accorpamento; il mantenimento del capoluogo. La prima richiesta potrà
essere esaudita anche in altra maniera, mercé una nuova intitolazione
del nuovo ente che non faccia riferimento ad alcuna delle province
accorpate. Per fare qualche esempio: potrebbero nascere le province di Pisa-Livorno, Modena-Reggio, Imperia-Savona.
Le intitolazioni potrebbero avere la
congiunzione «e» (sul modello di Pesaro e Urbino) o il trattino (come
Forlì-Cesena). Potrebbero apparire nuove denominazioni o recuperi
d'intitolazione in uso nei secoli andati: si parla di provincia
Adriatica per Chieti, Pescara e Teramo, di Romagna per Ravenna,
Forlì-Cesena e Rimini. In questo modo si attuerebbe una sorta di parità
esteriore fra provincia accorpante e provincia accorpata. Soprattutto,
però, sarebbe importante l'individuazione del capoluogo.
La soluzione è fornita dall'ineffabile legge n. 148 del 2004,
istitutiva della provincia di Barletta-Andria-Trani, che prevede
testualmente: «Il capoluogo della nuova provincia è situato nelle città
di Barletta, Andria e Trani». Non è, dunque, individuato un comune
capoluogo. Una soluzione del genere permetterebbe, facendo un esempio a
caso, che dall'accorpamento delle province attuali di Lodi, Cremona e
Mantova sorgesse la provincia di Cremona-Lodi-Mantova, con capoluogo
«nelle città di Cremona, Lodi e Mantova». Si noti che, nel caso della
provincia di Pesaro e Urbino, il doppio capoluogo è previsto dallo
statuto provinciale. Ovviamente la totale parità fra i comuni sedi del
capoluogo sarebbe poi rimarcata dalla mancata individuazione di un luogo
fisso di riunione per il consiglio provinciale (la giunta non
sussisterà più), oppure dalla spartizione: il presidente sta in un
capoluogo, il consiglio in un altro.
Il modello potrebbe essere quello ecclesiale. Quando
la Chiesa accorpò molte sedi vescovili della penisola, nel 1986,
aggiunse alla denominazione della diocesi maggiore quello della minore
accorpata (Ravenna-Cervia, Ferrara-Comacchio, Reggio Calabria-Bova),
cosicché accanto alla cattedrale vi fosse una concattedrale
nell'episcopio minore. Il linguaggio canonico usa l'espressione aeque
principaliter, ossia egualmente importanti. In tal modo la teorica nuova
provincia di Macerata-Fermo-Ascoli potrebbe serbare i tre nomi delle
dissolte province e tre sedi capoluogo, aeque principaliter.
E lo Stato come se la caverebbe con i propri organi decentrati?
Certo, il comune nel quale andasse l'unica sede prefettizia apparirebbe
come il vero capoluogo. Bisognerebbe dunque calibrare il decentramento,
lasciando negli altri comuni capoluogo altri uffici periferici, certo
meno importanti della prefettura (anche perché l'intendimento proclamato
è di unire nella sede territoriale del governo il maggior numero di
sedi statali).
Attenzione, però. Clemente Mastella, strenuo difensore del
proprio Sannio, è già intervenuto presso il ministro Filippo Patroni
Griffi per tutelare Benevento dall'accorpamento con Avellino.
Avrebbe avuto rassicurazioni sul fatto che il governo intenderebbe
individuare, come capoluogo (all'evidenza, unico) il comune più popoloso
(nel caso, Benevento, tranquillizzando Mastella). Ma accetterebbe la
provincia più popolosa di avere come capoluogo l'ex capoluogo della
provincia minore accorpata?
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