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08 marzo 2012

Province: il Governo ci ripensa? La confusione impera

A cura di Valter Giordano, Claudio Bongiovanni, Franco Ferraro, Cristina Lavina

7 marzo 2012

Rassegna stampa, articolo tratto da www.leggioggi.it

Province: il Governo ci ripensa? La confusione impera

Redatto da da in Amministrativo

Tre mesi dopo la manovra “salva-Italia” il Governo pare accorgersi che il livello di governo intermedio è necessario ed è comune alla maggior parte dei paesi europei

L’intervista sul futuro delle province rilasciata a Il Messaggero lo scorso 5 marzo dal Ministro della Funzione Pubblica (vedi post che segue) lascia, a dire poco, sconcertati.

Da una parte, le dichiarazioni di Patroni Griffi lasciano trasparire che il Governo si sia reso conto di aver sbagliato radicalmente le scelte compiute con l’articolo 23, commi 14-20, del d.l. 201/2011, convertito in legge 214/2011. Ciò traspare chiaramente dalle parole del Ministro: “…tra Comuni e Regioni è ragionevole un livello intermedio per funzioni di area vasta…” e “Asciughiamo i costi, snelliamo la classe politica locale e rivitalizziamo l’amministrazione italiana ridefinendola su tre livelli, Comuni-Province-Regioni com’è nella maggior parte dei paesi europei”.

Dopo aver letto queste affermazioni, viene spontaneo strizzare gli occhi e rileggerle. E non si può fare a meno di chiedersi, se esse, come si deve ritenere, risultino rispecchiare la volontà del Governo, per quale ragione sia stata prevista la sostanziale abolizione delle province, col citato articolo 23 della legge 214/2011.

Il Ministro, in sostanza, con la sua intervista smentisce radicalmente l’intera strategia mossa fin qui dal Governo sulle province, che si reggeva sull’asserzione dell’inutilità di un ente intermedio tra comuni e regioni.

Esattamente all’opposto, tre mesi dopo la manovra “salva-Italia” il Governo pare accorgersi che, invece, il livello di governo intermedio è necessario ed è comune alla maggior parte dei paesi europei. In effetti, in Europa, solo Cipro, Città del Vaticano, San Marino, Lussemburgo e Liechtenstein non hanno province; perfino a Malta questo livello di governo è presente.

Indirettamente, l’intervista del titolare del dicastero di Palazzo Vidoni conferma l’impressione che si è sempre avuta: la normativa riguardante le province riversata nella manovra “salva-Italia”è stata soltanto il frutto frettoloso e avventato della campagna mediatica che ha preso di mira questi enti, sulla base dell’idea, inesatta, che dalla loro eliminazione deriverebbero 12 miliardi di euro di risparmi l’anno. E’ opportuno ricordare che la relazione tecnica allegata al decreto ha stimato i risparmi in eventuali 65 milioni (lo 0,54% di quello che la propaganda fa credere si possa risparmiare), nemmeno computati nei saldi finanziari derivanti dalla manovra.

L’eliminazione delle province si rivela per quello che è: solo una mossa per ottenere un po’ di captatio benevolentiae dai cittadini, mentre contestualmente si aumentava la benzina, si reintroduceva l’Ici sotto forma di Imu, si allungava l’età lavorativa, si tagliavano le pensioni minime. Un contentino alla stampa e all’uomo della strada o avventore di osteria, messo nel decreto senza alcuna preventiva analisi sull’opportunità, sugli effetti concreti, sulle immense difficoltà operative derivanti (nessuno ha fin qui seriamente pensato alle necessarie modifiche all’ordinamento dei tributi e delle entrate locali e a chi si dovrebbe accollare i saldi del patto di stabilità a carico delle province). E’, francamente, paradossale che il Governo scopra solo ora che un livello di governo intermedio tra comuni e regioni sia necessario e che questa modalità organizzativa della pubblica amministrazione è ben presente in Europa e lo è, in particolare, nei Paesi competitor dell’Italia ai quali ci si vuole sempre paragonare ed ispirare: Germania su tutte, Francia, Gran Bretagna e Spagna comprese.

L’atto di indiretta resipiscenza del Governo, tuttavia, è solo parziale. E la confusione sul futuro delle province appare, a questo punto, totale e irrimediabile.

Una sola cosa appare chiara: il Governo-Monti si è esposto e quindi in ogni caso le province dovranno assolvere al ruolo di agnello sacrificale, si riveli concretamente utile o meno la norma che le intende riformare.

Sul “come” riformarle, il buio cala nerissimo, stando all’intervista di Patroni Griffi. Da essa si trae molto chiara l’impressione che delle statuizioni – tutte incostituzionali – dell’articolo 23 della legge 214/2011 resterà poco.

Leggiamo altre dichiarazioni del Ministro: “Parte delle funzioni delle Province saranno affidate ai Comuni. Le Regioni, invece, non avranno nulla. Ma tra Comuni e Regioni è ragionevole un livello intermedio per funzioni di area vasta: la manutenzione delle strade, la tutela ambientale, la pianificazione del territorio. Ora queste funzioni saranno affidate a Province più grandi governate da un presidente, eletto solo tra i consiglieri comunali, che avrà un profilo tutt’altro che anonimo”.

Quanto dichiarato non corrisponde per niente ai contenuti della legge. Il Ministro, sostanzialmente, afferma:

a) ai comuni andranno assegnate parte delle funzioni delle province, mentre alle regioni non spetterà nulla. Il comma 18 dell’articolo 23 della legge 214/2011 stabilisce tutta un’altra cosa: “lo Stato e le Regioni, con propria legge, secondo le rispettive competenze, provvedono a trasferire ai Comuni, entro il 31 dicembre 2012, le funzioni conferite dalla normativa vigente alle Province, salvo che, per assicurarne l’esercizio unitario, le stesse siano acquisite dalle Regioni, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza”. Non è per nulla conforme a quanto prevede la legge affermare che alle regioni non andrà nulla, appare corretto ritenere esattamente l’opposto;

b) alle province resteranno funzioni proprie del livello intermedio tra comuni e regioni, esemplificativamente la manutenzione delle strade, la tutela ambientale, la pianificazione del territorio. Anche in questo caso, le affermazioni del Ministro sono in rotta di collisione con l’articolo 23. Infatti, il comma 14 dispone: “Spettano alla Provincia esclusivamente le funzioni di indirizzo e di coordinamento delle attività dei Comuni nelle materie e nei limiti indicati con legge statale o regionale, secondo le rispettive competenze”. L’effetto dell’articolo 23 è privare le province di ogni funzione che non siano i fumosi indirizzo e coordinamento. Che le province possano svolgere funzioni “di area vasta” è effetto di un’elucubrazione o di un preannuncio di riforma delle norme vigenti del Ministro. Il quale sembra preannunciare ulteriori riforme quando dice che le funzioni “di area vasta” saranno assegnate alle province più grandi. Questo era il contenuto della manovra finanziaria estiva 2011, varata ancora dal Governo Berlusconi. Le affermazioni di Patroni Griffi o sono un’errata corrige, che dovrebbe essere corroborato da una legge, o sono un vaticinio, o sono un auspicio. Ma attualmente il testo della riforma che anch’egli ha votato dispone tutt’altro.

Riassumendo, il Ministro della Funzione Pubblica, nell’intervista commenta la riforma “varata” dal Governo, ma in realtà ne prefigura una nuova e diversa che preveda:

a) la conservazione delle province, come ente di area vasta, intermedio tra comuni e regioni;

b) il dimezzamento del numero delle province;

c) la conservazione in capo alle province delle funzioni tipiche del livello provinciale;

d) l’assegnazione ai comuni di tutte le altre funzioni;

e) l’assenza di trasferimenti di funzioni alle regioni.

Il sostanziale ripensamento delle disposizioni dell’articolo 23 della legge 214/2011 leggibile in filigrana dalle dichiarazioni di Patroni Griffi apre, adesso, altri scenari estremamente complessi.

Da un lato, il Ministro e, per esso probabilmente l’intera compagine governativa, insiste nell’errore di fondo di ritenere che le funzioni provinciali possano, per lo più, essere attribuite ai comuni. Quelle elencate dall’inquilino di Palazzo Vidono, tuttavia, non qualificano pienamente le funzioni tipicamente provinciali che, in quanto tali, mal si attagliano ad una gestione comunale. Basti pensare che nell’elenco manca l’edilizia scolastica. Immaginare che la costruzione di una nuova scuola o l’investimento su scuole già esistenti possa essere demandato a un sindaco solo è semplicemente impensabile. Le scuole superiori, delle quali si occupano le province, hanno come utenti non i residenti del comune presso il quale sorgono, ma tutti i cittadini della provincia (e, nelle scuole ai confini del territorio, anche fuori provincia). E’ impensabile che i sindaci possano ragionare in termini di servizi più vasti del territorio che li elegge. E’ assurdo immaginare che l’offerta formativa, il coordinamento dei trasporti a servizio delle scuole, gli investimenti sulle scuole possano essere governati in modo polverizzato dai singoli comuni.

Altrettanto vale per tutti i servizi che l’articolo 21, comma 4, della legge 42/2009 individua come “fondamentali” delle province:

a) funzioni generali di amministrazione, di gestione e di controllo, nella misura complessiva del 70 per cento delle spese come certificate dall’ultimo conto del bilancio disponibile alla data di entrata in vigore della legge 42/2009;

b) funzioni di istruzione pubblica, ivi compresa l’edilizia scolastica;

c) funzioni nel campo dei trasporti;

d) funzioni riguardanti la gestione del territorio;

e) funzioni nel campo della tutela ambientale;

f) funzioni nel campo dello sviluppo economico relative ai servizi del mercato del lavoro.

Nessuno di questi servizi per sua natura pare attribuibile in modo efficiente dai comuni, proprio in applicazione dei principi di sussidiarietà e adeguatezza, richiamati abbastanza a sproposito dal Ministro.

Il quale, come del resto lo stesso articolo 23 della legge 214/2011, incorre in un errore piuttosto grave rispetto alle prerogative delle regioni. Infatti, tra i tanti vizi di costituzionalità che caratterizzano la vigente normativa in tema di riforma delle province uno è particolarmente grave, anche se poco evidenziato, sin qui, e cioè la violazione palese e fortissima alle previsioni dell’articolo 118, comma 2, della Costituzione: “I Comuni, le Province e le Città metropolitane sono titolari di funzioni amministrative proprie e di quelle conferite con legge statale o regionale, secondo le rispettive competenze”.

Finchè le province non siano del tutto eliminate dalla Costituzione (ma, nell’intervista il Ministro Patroni Griffi lascia comprendere che la riforma costituzionale ne disporrà la diminuzione di numero, non la soppressione) le regioni potranno sempre eccome dire la propria in merito alle funzioni provinciali.

Non si deve dimenticare che a seguito del d.lgs 112/1998, moltissime funzioni sono state assegnate alle province dalle regioni e con leggi regionali: si pensi a funzioni in materia di commercio, agricoltura, formazione professionale, turismo. La legge statale, a meno di rivedere totalmente l’impianto delle riforme Bassanini, non può espropriare la potestà normativa delle regioni. Solo le regioni potranno stabilire come rivedere l’assegnazione delle funzioni attribuite a suo tempo alle province e scegliere se polverizzarle tra i comuni o riassorbirle anche per, magari, riassegnarle nuovamente alle province, proprio in attuazione dell’articolo 118, comma 2, della Costituzione. Vigente il quale, le regioni conservano sempre il potere di decidere a quale livello di governo assegnare l’esercizio di determinate funzioni amministrative, visto che le province comunque non saranno del tutto soppresse. Non è secondario sottolineare che proprio una delle funzioni più qualificanti delle province, quelle in tema di politiche attive del lavoro, sono state ad esse attribuite con leggi regionali.

Le dichiarazioni di Patroni Griffi, dunque, attestano che il Governo sta ripensando – opportunamente – le sue scelte iniziali, troppo precipitose e “populistiche”, ma che la confusione regna sovrana. Soprattutto, perché, lo si ribadisce, nessuno ha fin qui preso in mano l’unico ragionamento davvero necessario: il rapporto costi/benefici.

Sopprimere le province avrebbe un costo immenso: in termini della necessità, accennata sopra, di modificare radicalmente il sistema della finanza locale ed il patto di stabilità, nonché in termini di patrimonio. Occorrerebbero anni per reintestare l’immenso patrimonio edilizio delle province. Basti pensare che la parte più importante di esso sono le scuole, ma che non tutte quelle in carico alla gestione provinciale sono di loro proprietà. Per effetto di un’altra legge di “riforma a metà”, la 23/1996, infatti, alcune scuole sono rimaste di proprietà dei comuni e l’intreccio degli assetti proprietari risulterebbe inestricabile per un ente che dovesse subentrare.

Poi, vi sarebbe il problema della traslazione delle centinaia di migliaia di convenzioni, contratti, appalti, servizi, forniture e, naturalmente, dei dipendenti.

L’intervista di Patroni Griffi è la controprova che il Governo ha agito, fin qui, senza aver realmente chiaro cosa fare, come farlo e quando farlo. Per un verso, le dichiarazioni del Ministro della Funzione Pubblica rivelano che il Governo non è dell’idea di dare attuazione a prescindere da tutto alle disposizioni dell’articolo 23 della legge 214/2001 e che è disponibile a rivederne i contenuti. Questo è un bene. L’importante è che il ripensamento adesso permetta di affrontare il problema della riforma delle province in modo ponderato e senza preconcetti.

Niente impedisce al legislatore di provare il riordino dell’organizzazione delle istituzioni, in modo da razionalizzarne funzioni e costi, anzi questo è un bene. Non sono processi, tuttavia, che possono realizzarsi per decreto legge e prescindendo dalla Costituzione, come invece si è fatto con la manovra “salva Italia”.

05 marzo 2012

Province quale futuro- intervista al Mnistro Patroni Griffi

Pubblicato da Cristina Lavina, Valter Giordano, Maurizio Barra, Claudio Bongiovanni, Nicola Garassino, Rosanna Giordano e Franco Ferraro.

Rassegna stampa - Il Messaggero

L'INTERVISTA/Patroni Griffi: «Elimineremo gli enti inutili.
Maxistipendi?

Tra i burocrati poca trasparenza» di Diodato Pirone

Articolo pubblicato lunedì 5 marzo 2012

- omissis

(parte che interessa le Province)

Torniamo al fronte dei poteri locali...
«Sulle Province stiamo varando una riforma profonda».
Davvero sfoltirete i 4 mila consiglieri provinciali e le decine di Agenzie doppioni di assessorati?
«In Parlamento si sta discutendo della legge costituzionale che dovrebbe dimezzare le attuali Province accorpandole. Contemporaneamente abbiamo approvato un disegno di legge che conferma la scelta di non far votare più il popolo per le elezioni provinciali. Presidente e consiglieri provinciali futuri, al massimo 16, saranno eletti solo tra i consiglieri comunali e quindi non avranno diritto ad altri compensi. E’ presto per fare cifre, ma alla fine salteranno migliaia di poltrone e daremo un assetto più razionale a quella parte di amministrazione italiana più legata al territorio».
Non era meglio eliminare le Province e chiuderla lì?
«Parte delle funzioni delle Province saranno affidate ai Comuni. Le Regioni, invece, non avranno nulla. Ma tra Comuni e Regioni è ragionevole un livello intermedio per funzioni di area vasta: la manutenzione delle strade, la tutela ambientale, la pianificazione del territorio. Ora queste funzioni saranno affidate a Province più grandi governate da un presidente, eletto solo tra i consiglieri comunali, che avrà un profilo tutt’altro che anonimo».
E’ un compromesso o una buona soluzione operativa?
«Asciughiamo i costi, snelliamo la classe politica locale e rivitalizziamo l’amministrazione italiana ridefinendola su tre livelli, Comuni-Province-Regioni com’è nella maggior parte dei paesi europei».
Ministro, lei conosce bene il vizio degli assessorati provinciali di dare vita ad Agenzie o Enti che sono il loro esatto duplicato con l’unico obiettivo di moltiplicare poltrone e stipendi.
«Stiamo pensando di vietare la costituzione di Agenzie ed Enti. E’ più difficile vietare la costituzione di società ma dovremo trovare la formula per bloccare queste degenerazioni».
Mantenere il presidente della Provincia equivale ad un’auto blu in circolazione.
«Comunque le auto blu sono dominuite del 13% e scenderanno ancora. Ma i tagli veri sono altri».
E cioè?
«Se davvero riusciremo a dimezzare le Province è chiaro che dovremo ripensare l’organizzazione periferica dello Stato».
A cosa si riferisce? Prefetture, questure, direzioni provinciali dell’Inps e delle Agenzie fiscali.
«Esatto. Per tradizione lo Stato italiano è strutturato su base provinciale».
Questo vuol dire che unificando due province dovrebbero unificarsi anche gli uffici ministeriali locali e i loro dirigenti?
«Non ci sono automatismi ma sarebbe ragionevole rifletterci. Comunque assieme al ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, stiamo ragionando su una diversa organizzazione degli uffici periferici. Sono troppi e male organizzati. Si potrebbe pensare, ad esempio, ad un’unica struttura provinciale che coordini gli acquisti in loco delle amministrazioni oppure razionalizzi gli affitti».
Si torna alla filosofia dell’Ufficio unico sul territorio che prese piede negli anni Novanta e che poi si è persa per strada?
«Torniamo su quella strada».
Quanto è duro disboscare la burocrazia?
«L’Italia è un Paese complesso. Per ottenere risultati decenti occorre agire in modo coordinato su tanti fronti: leggi costituzionali, disegni di legge, decreti, confronto con i sindacati sulla contrattazione e tanto altro. Però una cosa posso dirla: se si affronta questa giungla col macete non si va da nessuna parte. Serve pragmatismo. Tanto, tanto pragmatismo».

02 marzo 2012

UPI e Sindacati: una proposta per la riorganizzazione dell’architettura istituzionale

A cura di Valter Giordano, Claudio Bongiovanni, Maurizio Barra, Nicola Garassino, Franco Ferraro.

2 marzo 2011

Le norme del Decreto Salva Italia che svuotano le Province e le trasformano in ente di secondo livello si muovono in un quadro fitto di interventi legislativi scoordinati dimostrando l’assenza di una visione unitaria di fondo rispetto all’obiettivo, condivisibile, di razionalizzare e semplificare un sistema istituzionale ridondante e incompiuto.

Occorre una inversione di rotta rispetto alla linea tracciata dal decreto Salva Italia che propone soluzioni frettolose alle esigenze di riduzione della spesa pubblica e di taglio ai costi della politica.
E’ quanto scrivono in un documento congiunto l’Unione delle Province d’Italia e le organizzazioni sindacali Cgil, Cisl e Uil funzione pubblica.


Il documento sottolinea la necessità di una riforma unitaria e sistematica che non riguardi solo le Province “ma tutti i livelli di governo, nazionale, regionale e locale: occorre che ogni istituzione faccia i conti con la riduzione degli sprechi e dei costi impropri – si legge nel testo - ma occorre anche ridefinire chiaramente le competenze di ogni livello di governo ed eliminare le sovrapposizioni di enti e strutture non democratiche che esercitano impropriamente le funzioni che la Costituzione assegna alle autonomie territoriali. Tutto ciò salvaguardando e rilanciando il valore di prossimità territoriale delle autonomie rispetto alle domande espresse dalle comunità locali”.
I Sindacati confederali della Funzione pubblica e l’Upi ribadiscono poi la necessità di avviare una riforma che, “attraverso una razionale divisione delle competenze e delle responsabilità tra istituzioni territoriali, permetterebbe di non perdere il patrimonio professionale di quanti, sino ad oggi, sono stati quotidianamente al servizio dei cittadini. L’ipotesi di una indiscriminata messa in mobilità di lavoratori pubblici va contrastata – si ribadisce nel documento unitario – attraverso una gestione condivisa del processo di riforma che consenta di riorganizzare il sistema valorizzando il capitale umano” .
Cgil, Cisl e Uil Funzione Pubblica e Upi, sottolineando che “le Province sono istituzioni della Repubblica garantite dalla Costituzione: non si possono abolire o svuotare con decreto legge” rilanciano una proposta che permetta la chiara definizione delle funzioni di area vasta; la valorizzazione delle funzioni e delle competenze di regolazione delle istituzioni pubbliche; la revisione delle circoscrizioni provinciali per dare alle Province una dimensione territoriale, demografica ed economica adeguata; l’istituzione delle Città metropolitane; il riordino dell’amministrazione periferica dello Stato e degli enti strumentali, agenzie, società partecipate e consorzi non strettamente collegati alle funzioni istituzionali.


Una proposta che, si legge nel documento unitario, centrerebbe gli obiettivi di semplificazione e snellimento della macchina amministrativa; riqualificazione della spesa pubblica a vantaggio dei cittadini, contribuenti e fruitori dei servizi pubblici; valorizzazione professionale dei lavoratori.
“È nell’ottica di una attuazione partecipata degli ampi processi di riorganizzazione dell’architettura istituzionale – scrivono i rappresentanti dei sindacati e l’Associazione delle Province - che abbiamo costruito insieme un’idea forte e condivisa di riforma che vogliamo condividere con gli altri livelli istituzionali a partire dai Comuni e dalle Regioni: per dare al Paese istituzioni più moderne, veloci, vicine ai cittadini”.

clicca per la visione dell'intero documento



29 febbraio 2012

Forse entro l'11 aprile ne sapremo di più sulle sorti delle Province

A cura di Valter Giordano, Claudio Bongiovanni, Maurizio Barra, Nicola Garassino, Cristina Lavina, Rosanna Giordano e Franco Ferraro.

A detta degli addetti ai lavori costituisce l'unico modo serie per affrontare il tema delle Province.

E’ stata infatti istituita, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, una Commissione speciale paritetica mista Governo, Regioni, Enti locali rappresentativa di tutti i livelli di governo. La Commissione opera nell’ambito della Conferenza Unificata.”

Nella seduta del 22 settembre 2011, la Conferenza Unificata (cioè la “sede congiunta della Conferenza Stato-Regioni e della Conferenza Stato-Città ed autonomie locali“) ha istituito la Commissione speciale paritetica mista Governo, Regioni, Enti locali per il rinnovamento delle Istituzioni della Repubblica e per il sostegno allo sviluppo ed alla crescita economica (nel testo della delibera denominata “Commissione speciale paritetica mista Governo, Regioni, Enti locali”; articolo 1).

La Commissione per le riforme ha il compito di procedere (articolo 2), entro 90 giorni dal suo insediamento [è divenuta operativa il 10 gennaio 2012] alla elaborazione di:

· una proposta di riordino istituzionale che prenda in considerazione la legislazione vigente e i provvedimenti in itinere di rango costituzionale ed ordinario che impattano sull’assetto ordinamentale di Regioni, Province e Comuni, sull’assetto istituzionale ed amministrativo al fine di pervenire ad una riforma condivisa e complessiva in senso federale secondo i principi di riduzione degli organi e dei costi, di soppressione delle duplicazioni e di semplificazione dei processi decisionali, valorizzando comunque l’autonomia dei territori;

· una analisi dei costi di tutte le Istituzioni, organi, apparati della Repubblica ivi compresi gli Enti finanziati con risorse statali per perseguire l’obiettivo di riduzione della spesa pubblica.

Il testo della Delibera concernente la commissione speciale paritetica mista Governo, Regioni, Enti Locali per il rinnovamento delle istituzioni della Repubblica e per il sostegno allo sviluppo ed alla crescita economica lo trovi al seguente link:

http://www.statoregioni.it/Documenti/DOC_033473_80%20CU.pdf

Addio alle Giunte e nuove modalità elettive per le Province

A cura di Valter Giordano, Claudio Bongiovanni, Maurizio Barra, Nicola Garassino, Cristina Lavina, Rosanna Giordano e Franco Ferraro.

Nuove modalità elettive per le Province. Il testo del ddl

Addio all’elezione diretta dei consiglieri e del presidente. Si introduce un’elezione di secondo livello

È stato approvato nel consiglio dei ministri di venerdì sera 24 febbraio 2012 il disegno delle nuove Province italiane che definisce le nuove modalità elettive degli enti in attuazione di quanto già previsto nel decreto “Salva Italia”.

In particolare, il disegno di legge interviene direttamente sulla modalità di elezione dei consiglieri provinciali e dei presidenti delle Province. Al sistema elettorale attuale, basato sull’elezione diretta degli uni e dell’altro, si sostituisce un sistema proporzionale, fra liste concorrenti. Con un risparmio presunto per lo svolgimento delle elezioni di circa 118 mila euro per lo Stato e di circa 120 mila euro per le Province.

Tra gli aspetti essenziali della riforma presenti nel disegno di legge governativo, in primis, lo “sfrondamento” dei consigli provinciali che, in molti casi verranno più che dimezzati.

In secondo luogo, l’introduzione di una elezione di “secondo livello”: i candidati al seggio di consigliere provinciale potranno, infatti, essere soltanto i sindaci e i consiglieri comunali.

Gli eletti – si legge ancora nel testo - mantengono la carica di sindaco o consigliere comunale per tutta la durata del quinquennio provinciale di carica“. Qualora non interverranno ulteriori modifiche, si otterrà così il risultato di allungare in molti casi oltre la scadenza la vita dei consigli comunali.

Il presidente della Provincia sarà invece eletto a scrutinio segreto direttamente dai consiglieri assegnati alla provincia e a maggioranza assoluta dei voti.

http://www.leggioggi.it/wp-content/uploads/2012/02/disegno_di_legge_province.pdf

La nuova Proposta "legislativa" targata UPI

A cura di Valter Giordano, Claudio Bongiovanni, Maurizio Barra, Nicola Garassino, Cristina Lavina, Rosanna Giordano e Franco Ferraro.

Per una vera riforma delle istituzioni di area vasta

La proposta dell'UPI e delle Province interessate all'istituzione delle Città metropolitane.

E' stata presentata alla stampa il 9 febbraio 2012 in un incontro presso la sede UPI, la proposta che tiene insieme strumenti normativi che portino a breve alla concreta nascita delle città metropolitane, il riordino delle Province coerente con i principi della Costituzione, la razionalizzazione conseguente degli Uffici periferici dello Stato, l'eliminazione degli enti strumentali intermedi.

La proposta predisposta dall’Upi, in raccordo con i Presidenti delle Province interessati dalla istituzione delle Città metropolitane, a seguito dell’incontro organizzato a Firenze il 26 gennaio scorso, consente di riordinare profondamente la pubblica amministrazione italiana e di conseguire importanti risparmi da destinare al rilancio degli investimenti.

Link presentazione proposta di legge: http://www.upinet.it/docs/contenuti/2012/02/Presentazione%20proposta%20di%20legge.pdf

Delega riordino area vasta

http://www.upinet.it/docs/contenuti/2012/02/delega_riordinoareavasta_7febbraio2012.pdf

Province - Ricorsi ...costituzionali delle Regioni.

Situazione Ricorsi costituzionali:

Relativamente alla questione in argomento: la Regione Piemonte ha promosso e depositato specifico ricorso; la Regione Lombardia e la Regione Veneto hanno adottato, con deliberazione di Giunta, un atto propedeutico all’attivazione del medesimo percorso. Diversi Consigli delle Autonomie Locali (quello del Lazio, così come quello delle Marche) hanno all’unanimità chiesto ai rispettivi Presidenti di Regione di avviare siffatto procedimento.

UPI : prioritario salvare 60.000 addetti

A cura di Valter Giordano, Claudio Bongiovanni, Maurizio Barra e Franco Ferraro.

Pubblichiamo la recente dichiarazione UPI che mira a salvaguardare i 60.000 dipendenti delle Province

Notizia tratta dall’ansa

PROVINCE: UPI, PRIORITARIO SALVAGUARDARE 60 MILA ADDETTI

(ANSA) - ROMA, 9 FEB - ''Il valore, la professionalita' e il ruolo dei 60.000 dipendenti delle Province rischia di essere messo in discussione dal dibattito demagogico sull'abolizione delle Province. Dobbiamo considerare prioritario tutelare chi, ogni giorno, e' al servizio dei cittadini e dei territori''. Lo hanno detto il presidente e vicepresidente dell'Upi, Giuseppe Castiglione e Antonio Saitta, nell'incontro che l'Unione Province d'Italia ha avuto oggi a Roma con i Segretari Nazionali di Cgil, Cisl e Uil Funzione Pubblica, Rossana Dettori, Giovanni Faverin e Giovanni Torluccio. Nel corso dell'incontro, ricorda l'Upi, si e' concordato di elaborare un documento di proposta che costituira' la base di future iniziative comuni, tese a tutelare e valorizzare il ruolo delle istituzioni territoriali e dei lavoratori.

http://www.regione.vda.it/notizieansa/details_i.asp?id=131729

Il muro di "silenzio" sull' art. 18 che pare, nella p.a. di fatto superato

A cura di Valter Giordano, Claudio Bongiovanni, Maurizio Barra, Nicola Garassino, Cristina Lavina, Rosanna Giordano e Franco Ferraro.

E' inspiegabilmente calato il silenzio su un tema, l'art. 18 che già pare abbia colpito l'intera pubblica amministrazione. Come mai?
Per rompere il tabù, pubblichiamo un importante articolo tratto dal quotidiano Italia Oggi, che ci spiega le motivazioni. Il post che segue ci illustrerà altri particolari.

clicca sull'immagine per ingrandirla

Licenziamento per ragioni economiche

A cura di Valter Giordano, Claudio Bongiovanni, Maurizio Barra, Cristina Lavina, Nicola Garassino, Rosanna Giordano e Franco Ferraro.

Rompiamo il silenzio anche sulle nuove gravi misure legislative che consentono il licenziamento per "ragioni economiche".

Pubblichiamo, sul tema un articolo che ci spiega le ragioni che tanto ci preoccupano.

Licenziamento per “ragioni economiche”: come cade (silenziosamente) il mito del “posto fisso”
nella P.a. di Germana Caruso e Marika Di Biase.

La crisi finanziaria e gli impegni assunti con l’Unione europea chiamano in causa, oggi più che mai,
la necessità di un ridisegno complessivo del settore pubblico all’insegna della riduzione della spesa.
Abbattere quell’anomalia tutta italiana di una allocazione inefficiente delle risorse: questo l’obiettivo sottostante ad alcuni dei più recenti interventi normativi che hanno riguardato la P.a. La ricetta proposta dal Governo Monti è la spending review, un processo di riduzione chirurgica della spesa il cui effetto andrà a sommarsi, almeno inizialmente, ai risparmi conseguibili con l’applicazione dei tagli lineari disposti dalle Manovre estive.

Tuttavia, perché le misure intraprese siano produttive di risparmi effettivi è necessario il rilancio di un dibattito serio sulle riforme delle pubbliche amministrazioni, perché i risparmi non si producono solo con i tagli, ma, prima di tutto, con l’innovazione. Innovazione che nel settore pubblico va declinata in termini di razionalizzazione delle strutture e riorganizzazione delle funzioni.
Eppure, ogni qual volta si tenti di metter mano a processi di ristrutturazione, anche giusti in linea
teorica, soprattutto in ottica di lungo periodo, ci si scontra con la gestione di pesanti effetti
collaterali: quelle eccedenze di personale che, sino ad oggi, le amministrazioni pubbliche non hanno mai spontaneamente dichiarato.
Dalla creazione del Super Inps al disegno di riforma dell’Ente Provincia, il tutto sulla carta è racchiuso in una formula, quella del trasferimento delle risorse strumentali, umane e finanziarie.
Parole che fino a ieri non avrebbero destato rilevanti preoccupazioni e che, oggi, alla luce delle modifiche apportate alla disciplina delle eccedenze di personale nella P.A. potrebbero segnare il passaggio all’era di un pubblico impiego sempre meno protetto.
Ancorando la dichiarazione di eccedenza anche a dati gestionali, come le esigenze funzionali e la situazione finanziaria, la Legge di stabilità 2012 (l. n. 183/2011) ha inteso rendere più fluido e veloce il procedimento per dichiarare l'esubero dei dipendenti pubblici. Con la riscrittura dell’art. 33, d.lgs. 165/2001 risulta rafforzato l'obbligo delle p.a. di verificare, annualmente, l'adeguatezza
del numero dei propri dipendenti in relazione alle attività svolte. In più, la legge mette in relazione
diretta l'eccedenza di personale alle dipendenze della pubblica amministrazione con la rilevazione
di una «situazione finanziaria» tanto negativa da potervi rimediare mediante riduzione della forza lavoro.
Questo, in altri termini, equivale a sancire la possibilità di attivare un percorso finalizzato al licenziamento del dipendente pubblico, essenzialmente per «ragioni economiche».
E, pure trattandosi di una materia di impatto rilevante sul fronte del capitale umano, le relazioni sindacali sul punto vengono ridotte all’obbligo di informazione preventiva alle Rsu e ai sindacati firmatari del contratto nazionale. Non ci saranno tavoli per discutere i motivi delle eccedenze e per
trovare eventuali soluzioni, non c’è più alcun contenuto obbligatorio da inviare ai sindacati.

Il tentativo di ricollocare il personale al proprio interno o presso altre P.A., anche attraverso contratti flessibili di gestione del tempo di lavoro, resta di competenza della parte datoriale.
Il nodo è delicato. Con la nuova formulazione, un ente in difficoltà finanziarie – per mancato rispetto del patto di stabilità, in caso di situazioni prossime al dissesto o per mancato rispetto dei tetti di spesa del personale etc. – ha piena facoltà di decidere di ridurre il proprio personale. E può farlo senza dover dimostrare le mutate esigenze funzionali o organizzative.
Peraltro, quello dell’art. 33, rischia di tradursi in uno strumento arbitrario utilizzabile ad ampio raggio a fronte di esigenze di contenimento dei costi. E proprio perché potrebbe condurre a scelte di rilevante impatto, potenzialmente capaci di colpire nel mucchio, è necessario che in questa fase di riorganizzazione della P.A., la maggior autonomia datoriale rispetto alle scelte gestionali concessa dall’art. 33, si traduca in un rinnovamento dei modelli organizzativi più che in comportamenti adattivi e conservativi dello status quo.
Insomma, alla luce delle modifiche sopra esposte, per quanto riguarda il lavoro pubblico, «l’eventuale cancellazione dell’art. 18, non farebbe altro che acclarare l’esito di una riforma già avvenuta »(L. OLIVERI, L’art. 18? Nella p.a. è di fatto superato, Italia Oggi, 17 febbraio 2012).
E allora sorge spontanea una domanda. Perché la rivisitazione delle norme che presiedono la gestione degli esuberi nella P.a. ha avuto una risonanza mediatica tanto flebile?
La risposta possibile è una: il poliedrico ideologico celato dietro al fannullonismo è tanto forte e radicato da essere riuscito persino a far cadere, silenziosamente, il mito del “posto fisso”.

Germana Caruso
Scuola internazionale di Dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro
Adapt e CQIA - Università degli Studi di Bergamo
Marika Di Biase
Scuola internazionale di Dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro
Adapt e CQIA - Università degli Studi di Bergamo

Esuberi Inpdap e pseudo ...... esuberi

A cura di Valter Giordano, Claudio Bongiovanni, Maurizio Barra, Cristina Lavina, Nicola Garassino, Rosanna Giordano e Franco Ferraro.

Il tema "PERICOLO esuberi" costituisce un tema assai sentito.

Pubblichiamo per dovere di cronaca, un articolo tratto dal fatto.it con una serie di considerazioni che investono l'INPA, l'INPDAP e tutta quanta la Pubblica Amministrazione.

Esuberi Inpdap, presidente Inps al Fatto.it: “Li reintegriamo tutti e 700, ci metto la faccia”

Antonio Mastrapasqua assicura che, nonostante finora il governo non abbia dato indicazioni in merito, i lavoratori dell'istituto previdenziale cancellato dall'ultima finanziaria continueranno ad avere un posto di lavoro: "L'attenzione dei sindacati coincide con la nostra"


“Li riassorbiremo, ci metto la faccia con Il Fatto Quotidiano”. Forse non saranno i 700 lavoratori dell’Inpdap a inaugurare la stagione dei licenziamenti di Stato. Intervistato da ilfattoquotidiano.it il presidente dell’Inps Antonio Mastrasqua assume l’impegno a riassorbire tutto il personale dell’Istituto nazionale di previdenza per i dipendenti dell’amministrazione pubblica soppresso d’ufficio dal governo Monti insieme all’Enpals.

Si tratta degli esuberi del piano per creare una “super Inps” che accorperà tutte le previdenze, pubblica e privata. Incamerando pensioni, mutui e immobili l’ente unico della previdenza avrà un bilancio da 400 miliardi da gestire ma non abbastanza per assorbire poche centinaia di lavoratori rimasti fuori dalla partita. Sono soprattutto gli ex portinai del patrimonio immobiliare dell’ente che le cartolarizzazioni di Tremonti hanno via via spogliato a metà dello scorso decennio. Rimasti senza immobili da custodire, i custodi sono stati inquadrati nei ruoli dell’ente, trasformati a suon di corsi di formazione in impiegati amministrativi. Hanno gestito e liquidato pensioni, trattamenti di fine servizio, riscatti, ricongiunzioni pur rimanendo al livello più basso per inquadramento e retribuzioni. E ora che sono stati tutti riconvertiti lo Stato ha deciso che non ha più bisogno di loro: andranno in mobilità e se non saranno riassorbiti potranno contare su due anni di cassa integrazione all’80% e poi saranno licenziati. L’epilogo poteva essere tragicomico con un decreto salva-Italia che, prima ancora di tagliare le pensioni, taglia il posto a chi le dà.

L’atto formale che mette alla porta gli ex custodi è stato scritto a due mani. A luglio il governo Berlusconi ha esteso al pubblico impiego la possibilità di mettere in mobilità il personale in esubero aprendo la strada ai licenziamenti di Stato e a procedure di mobilità che si stanno definendo presso i ministeri della Difesa e della Giustizia, le direzioni provinciali del Tesoro e le sopprimende province. Monti, insieme ai tagli alla pensione degli italiani, ha deciso di cancellare da un giorno all’altro anche il secondo ente previdenziale del Paese, un soggetto pubblico con 170 miliardi di bilancio, 3,5 milioni di dipendenti pubblici amministrati e 2,5 milioni di pensionati serviti. Ecco perché dal 12 dicembre i lavoratori hanno avviato una settimana di mobilitazione all’insegna del “No Monti day” e alcuni di loro hanno occupato la presidenza della direzione generale dell’Inpdap, al settimo piano di via Ballarin 42. Il giorno dopo hanno protestato davanti al ministero del Lavoro, fino a quando il titolare Elsa Fornero – informata del presidio – si avvicinata ai circa 200 manifestanti. In poche battute il ministro liquida le speranze in una soluzione pronto-uso: “Abbiamo discusso pochissimo perché non c’era il tempo. Questo decreto è stato chiamato da Monti salva-Italia e, ci potete credere o no, ma questo era l’obiettivo”. Lasciato il presidio la Fornero è salita in macchina e ha telefonato al presidente dell’Inps che sta ereditando la patata bollente. Antonio Mastrapasqua non cade dalle nuvole ma non ha una risposta pronta. La darà una settimana dopo dichiarando il proprio impegno a far rientrare tutti gli esuberi sotto l’ombrello del nuovo ente unico: “Ci metto la faccia con loro e con voi”, dice.

Chi ha creato questo pasticcio dei lavoratori Inpdap?

C’è un po’ di confusione sulla vicenda. La manovra Monti ha cancellato l’ente stabilendo l’accorpamento ma è stata la manovra di luglio del precedente governo a stabilire gli esuberi che non sono effetto dell’operazione di accorpamento degli enti. Questi lavoratori sono stati tolti dalla pianta organica dell’Inpdap prima. Le compentenze sono ancora formalmente in capo a Inpdap fino a quando il decreto Monti non sarà pubblicato.

Ma tutto lascia pensare che una soluzione non sarà trovata prima che la patata bollente arrivi tra le sue mani in qualità di presidente unico…

Già il direttore generale dell’Inpdap mi ha assicurato che si sarebbe subito adoperato per prospettare delle soluzioni, prima ancora che le competenze siano trasferite con effetto di legge. Poi certo il problema passerà anche formalmente a me.

Se la sente di prendere un impegno preciso verso questi lavoratori che da settimane sono in agitazione?

La mia volontà e il mio impegno è di mantenerli negli organici dell’istituto così come stavano in quello soppresso dal quale provengono. Io mi adopererò per far sì che si riesca a tutelare la totalità di queste persone che sono risorse valide mi dicono, se svolgevano un lavoro utile all’Inpdap prima potranno svolgerlo presso la nuova Inps oggi. Privarsene sarebbe una perdita e io questo impegno lo prendo prima di tutto con loro, poi verso l’ente che può avere bisogno di questi lavoratori. E lo prendo anche con voi: se volete dire che ci metto la faccia, ditelo. Ma ci metto anche l’impegno.

Resta il fatto che i sindacati sono sul piede di guerra da settimane…

Lo sono perché c’è una legge ed è chiaro che tengono alta l’attenzione, ma l’attenzione loro coincide con la nostra. Questa legge c’era prima quando erano di ruolo all’Inpdap e c’è oggi in casa Inps e va risolto.

Ma se la legge di luglio li indica come esuberi come si torna indietro?

Le tecnicalità sono effettivamente complesse. Basta pensare che la stessa legge che determina la chiusura dell’Inpdap è in corso pubblicazione. Ma sono certo che saranno individuati gli opportuni strumenti per risolvere questo aspetto, potrebbe essere una direttiva amministrativa o un atto interministeriale. Ogni strada nella direzione della loro salvaguardia la percorreremo.

Con l’abolizione dell’Inpdap alcuni lavoratori si sono trovati la pratica di mutuo bloccata. Che cosa è successo?

Il problema si è verificato la scorsa settimana, alcuni mutui sono stati bloccati perché c’era il decreto che stabiliva la soppressione dell’ente di garanzia ma non emendato e questa situazione ha sollevato dubbi presso gli uffici giuridici del Ministero. Si è rimendiato con un emendamento al testo convertito in legge ieri che ha stabilito la continuità amministrativa e ha fatto proseguire l’attività ordinaria dei due enti soppressi attraverso gli organi ancora esistenti. E io ho firmato le procure a favore di due dirigenti Inpdap autorizzandoli a validare le pratiche che si erano bloccate.

Una battuta sul cosiddetto super-Inps. Una gigantesca macchina di soldi e lei solo alla guida. Come pensa di tenere a bada interessi, condizionamenti e pressioni da parte delle lobby d’affari, ealle banche e dei partiti?

E’ vero che il bilancio dell’ente unico della previdenza è di circa 400 miliardi, ma di pensioni che si pagano e non di acquisti. Non c’è la lobby di chi vuole erogare pensioni. Le cifre sono grandi ma si erogano e non vanno intese come delle disponibilità. Sono le cifre che l’Inps prima e oggi insieme all’ex Inpdap deve erogare e tutte le erogazioni sono regolate da leggi dello Stato. Ammesso che qualcuno voglia esercitare pressioni o ingerenze deve prima cambiare le leggi e non può farlo certo intervendo sui vertici dell’istituto.

Oltre a presiedere l’Inps lei è anche amministratore delegato di Italia Previdenza, la Società italiana di servizi per la previdenza integrativa. Questa circostanza, unita all’abolizione del secondo ente previdenziale pubblico, rinsalda il sospetto che si voglia privatizzare il sistema pensionistico e spalancare le porte alle banche.

Assolutamente no. Prima c’erano due istituti pubblici ora ce ne sarà uno solo, più grande, più solido. Tutto quello che si fa in questo ambito è regolato dalla legge e dal punto di vista funzionale non cambia proprio nulla rispetto a prima.

Quindi non è un’operazione sotto traccia per spogliare il pubblico a favore del privato?

L’Inps è e rimane pubblica. Punto. Posso capire il timore di chi vede le erogazioni gestite transitare da una operatività all’altra ma l’accorpamento non cambia nulla su questo fronte. Lo si è scelto per fare efficienza e ridurre i costi di gestione mettendo a fattor comune competenze e capacità interne. Non per cambiare la natura del sistema previdenziale pubblico.

Lavoratori e sindacati restano in agitazione: “Ottima notizia, ora aspettiamo i fatti”

I lavoratori ci vogliono credere ma la parola del presidente dell’Inps non basta. Resta infatti incerto lo strumento che permetterà di rimedierà alla situazione, visto che la legge sarà pubblicata e avrà effetto immediato. Preoccupano poi le ripercussioni generali dell’operazione di accorpamento degli enti previdenziali che ufficialmente viene motivata con l’esigenza del controllo della spesa e del risparmio. Ma il timore è che dietro ci sia ben altro. “Io mi scandalizzo perché non vedo alcun beneficio per cittadini da una simile operazione, nemmeno il risparmio di risorse. Mi spieghino il nesso con la crisi economica, se mai ve n’è uno. Che non sia la crisi delle banche. Mi scandalizzo perché, per favorire i privati, si abbatte il sistema pubblico”, scrive al Fatto Cristina Brunelli, dipendente della sede Inpdap di Verona interessata a 5-6 procedure di mobilità. “Sopprimere il primo polo di previdenza pubblica, con costi di gestione peraltro più bassi rispetto all’Inps, a rigor di logica significa favorire la previdenza privata. Immaginiamo per un istante cosa può significare sopprimere un Istituto che controlla previdenza e credito di tutti i dipendenti pubblici italiani (sanità, scuola, militari, enti locali, ecc)… spese di implementazione di programmi, formazione del personale, riorganizzazione delle sedi. Spese, spese, spese. E soprattutto un disservizio che favorirà la rincorsa disperata a sistemi di previdenza privata. In primis, una corsa ai Fondi di Previdenza Complementare di cui i Sindacati sono co-gestori. Si potrà dire che il Super Inps non funziona. Quale ghiotta occasione per svenderlo alle banche, con l’enorme flusso di liquidità che ciò potrebbe comportare?”.

La geografia degli interessi in campo, secondo Massimo Briguori (Usb), non esclude nessuno. “L’accorpamento degli enti previdenziali comporta che in una sola società pubblica confluiscano 400 miliardi di euro. Nemmeno il ministero del Tesoro si ritrova un portafoglio simile da gestire. Che fa ovviamente gola alle banche. Sopprimere il secondo ente previdenziale del Paese significa dare una spinta maggiore a chi sostiene che ci sia bisogno della previdenza complementare e di privatizzare il settore sostituendo al soggetto pubblico quello privato. I sindacati non sono immuni da interessi visto che sono pochi giorni fa Bonanni è tornato a chiedere l’obbligatorietà della previdenza complementare”. C’è il mondo della finanza che preme per gestire la partita del credito e dei mutui che vale due miliardi l’anno. Ci sono gli appalti a sei zeri. “Se il patrimonio immobiliare è il grande business del decennio scorso, la rete dei sistemi informatici è quella di oggi. Solo le commesse per la gestione dei database dal 2004 al 2009 hanno mosso commesse per 500 milioni di euro”.

E poi ci sarebbero i partiti, le lobby e i gruppi di potere per i quali il controllo sulla mega-struttura significa voto di scambio legato ai posti di lavoro e sottogoverno. “Chi siederà sulla poltrona del super Inps avrà un potere senza contrappesi, totale. Il Presidente Napolitano farà anticamera alla sua porta”, sostiene Briguori. “Le logiche spartitorie sono chiare. A capo del superente per designazione diretta di Gianni Letta siederà fino al 2014 Antonio Mastrapasqua, attuale presidente Inps e in quota al Pdl, il presidente Inpdap Paolo Crescimbeni è in quota An mentre quello dell’Inail è in quota Lega”.

Anche il Pd giocherebbe la sua partita, ma secondo una visione propria che punta alla coesistenza dei sistemi pubblico e privato. “Nel 2006 Romano Prodi aveva già ipotizzato l’idea di una super-holding ma divisa in due rami autonomi nella governance e non subalterni. Del resto c’è una parte del centro sinistra che presta il fianco ai sindacati e alle banche di riferimento che vorrebbero partecipare attivamente alla gestione dei fondi pensione e all’organizzazione del nuovo ente unico”.

Ora tutti gli occhi sono puntati sullo strumento che si adotterà per bypassare il decreto di luglio che è legge. E infatti la protesta continua. Il 28 dicembre è convocata una nuova assemblea a Roma che non esclude più incisive iniziative di lotta. Anche perché la vicenda dei lavoratori dell’Inpdap è solo un assaggio di quello che sta per accadere nel pubblico impiego: “Altre procedure di mobilità sono in corso presso il Ministero della Difesa per circa 2mila unità, al Ministero di Grazia e Giustizia si chiudono uffici e altri esuberi si stanno preparando nelle direzioni provinciali del Tesoro che saranno poste in capo alle regioni, la ciliegina sulla torta dei dipendenti delle province arriverà presto”, spiega Briguori. “Ancora non si è percepito ma la situazione sta per esplodere. Ed è solo l’inizio perché la finanziaria del governo Berlusconi ha disposto il taglio del 10% degli organici nella pubblica amministrazione. Con l’accorpamento degli enti previdenziali la nuova Inps arriverà a 30mila dipendenti e per 3mila scatta l’incubo della mobilità con la prospettiva della cassa e del licenziamento. Non c’è dubbio, il governo Monti in continuità con quello precedente, ha stabilito il controllare della spesa pubblica non si fa tagliando sprechi e privilegi ma tagliando gli organici”. Da qui, la decisione dei sindacati di categoria di indire uno sciopero generale per il 27 gennaio.

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Più divisi ....non si può !

In un momento in cui dovrebbe su tutto prevalere la strenua difesa del posto di lavoro, rifioriscono le litigiosità tra le OO.SS..

infatti, oltre alla "fisiologica" litigiosità del momento, causata dalle elezioni RSU, si somma nell'Ente, un'altra accesa rivalità che "tocca" le segreterie sindacali in merito allo scottante tema dei tavoli di contrattazione separati.

E' infatti giunta recente notizia che le segreterie sindacali CISL e UIL con apposita lettera hanno richiesto all'ente l'istituzione di tavoli di contrattazione separati dai sindacati autonomi (CSA su tutti ed USB).

Alla prima riunione sindacale avremo per l'ennesima volta tavoli separati.

La RSU, al pari della segreteria CGIL potrà partecipare ad entrambi "i tavoli".

Considerato il momento che viviamo, è' auspicabile che sia la CISL che la UIL rivedano al più presto questa loro intransigente posizione (per il momento).

24 febbraio 2011

lettera di un collega

Riceviamo e pubblichiamo:

Non conosco personalmente il consigliere Piermario Giordano della Lega Nord , né conosco il lavoro che fa , sicuramente mi pare di capire, dalle affermazioni riportate dalla RSU, che conosca molto bene la situazione del personale della Provincia, sicuramente disporrà di una buona rete di informatori che anziché consigliarlo di favorire tra i dipendenti un clima di delazione di ben triste memoria e ancora oggi in auge nei migliori regimi, avrebbero già dovuto loro stessi provvedere alla denuncia, con la benedizione del’Amministrazione, o provvedere il consigliere stesso, così attento ai possibili danni creati da questi fantomatici fannulloni alle casse dall’Amministrazione, in quanto è preciso dover di ogni cittadino denunciare fatti o comportamenti illeciti.

Ed è proprio questo comportamento di buon cittadino che dovrebbe ispirare il nostro consigliere appartenente ad una coalizione maggioritaria, non solo provinciale ma regionale e statale, a non fermarsi solo a stigmatizzare i fannulloni dipendenti pubblici, ma tutti coloro che procurano danni ben maggiori alle finanze italiane (vedi i recenti resoconti della Guardia di Finanza anche solo quelli relativi alla Provincia di Cuneo) e chissà che non trovi anche tra i politici (di qualsiasi colore) qualche fannullone che vive con i soldi dei contribuenti.

Come vecchio dipendente provinciale, mi addolora inoltre vedere che in queste affermazioni non si parla minimamente di coinvolgere i dirigenti, veri responsabili e conoscitori dei dipendenti, ma favorire un clima di anarchia delatoria.

Lo inviterei, tramite codesta RSU a non fermarsi ad una visione superficiale e ormai stereotipata dell’impiegato pubblico ma approfondire meglio le ragioni del come e perché alcuni atteggiamenti dei dipendenti possano sembrare non conformi alle regole.

Non mi dispiacerebbe conoscere il consigliere, magari al bar (naturalmente dopo l’orario d’ufficio), perché essendo ottimista di natura, ritengo che certe affermazioni non siano poi così categoriche e trancianti così come riportate, avulse da tutto il contesto della riunione.


Rosso Mauro, nonostante tutto, dipendente provinciale felice.

Lettera alla Presidente

Gent.le Presidente,
le Sue dichiarazioni apparse sugli organi di stampa, riguardo al fatto che in provincia in pratica si lavora un giorno si e un giorno no, hanno generato nei dipendenti e non solo, ancora una volta sconcerto e incredulità.
Non riusciamo a comprendere le motivazioni che L’hanno spinta, ancora una volta, a tali asserzioni. Speriamo che siano dovute a una strumentalizzazione politica volta alla continua ricerca di consensi presso l’opinione pubblica, come già successo a suo tempo.
Citando le parole del liberale Luigi Einaudi “conoscere per deliberare”, Le facciamo presente che a livello europeo, infatti, mentre l’orario lavorativo è pressoché uguale (in Francia 35 ore settimanali), la retribuzione invece, risulta essere tra le più basse rispetto a Francia, Germania e Gran Bretagna (dati Eurispes).
A livello nazionale, precisiamo che i dipendenti degli Enti Locali (Provincie - Comuni) risultano essere i peggio pagati del pubblico impiego; senza contare che per tre anni avranno lo stipendio bloccato con una drastica perdita del potere d’acquisto.
In questo sistema pubblico l’anomalia consiste nel fatto che i politici italiani risultano essere i più pagati a livello europeo.
Ci preme precisare, rispetto al punto in cui Lei dice: “…che il problema non è un giorno in più o in meno …, ma sono i 32 giorni di ferie…”, che i giorni di ferie sono 28 sia nel pubblico che nel privato, e ribadire che il diritto alle ferie annuali, è sancito costituzionalmente, artt. 32 e 36 della Cost.. Le direttive 93/104/CE e 2000/34/CE concernenti l’organizzazione dell’orario di lavoro, hanno previsto un limite legale minimo alla durata delle ferie stabilendo che il lavoratore ha diritto ad un periodo annuale di ferie retribuite non inferiore a 4 settimane e in Italia con il D. Lgs n. 66 del 2003 e s.m.i. (D. Lgs. 213/2004) sono state recepite.
Nelle Sue affermazioni recita “che i contratti nazionali dovrebbero superare questi “finti” privilegi…”. Non si tratta di privilegi, bensì di diritti costituzionali garantiti a tutti i lavoratori pubblici e privati.
Se di privilegi veri e non finti si deve parlare, allora occorre ricordare quelli di cui gode la classe politica italiana. Ma nessuna corrente politica di ambo gli schieramenti (se non con sporadici tentativi che non trovano mai consenso alle Camere) è mai riuscita a portare avanti l’eliminazione degli stessi!
Bisognerebbe far presente che agli inizi della Repubblica le funzioni dei politici erano a titolo gratuito e non certo con lauti stipendi odierni e tanto meno con tutti quei benefici che conservano anche dopo aver cessato dalla carica.
Infine, Sig.ra Presidente, vogliamo ricordarLe che all’interno della Provincia i dipendenti stanno dando il massimo impegno di fronte al continuo aumento delle competenze ed offrono la migliore collaborazione in questa fase difficile dovuta alla riorganizzazione dell’Ente ed in cambio vorrebbero essere rispettati e valorizzati per il servizio reso.
In compenso, vengono adottate dall’Ente scelte che vanno nella direzione opposta, infatti non è stato fatto nessun piano di miglioramento del clima; non sono mai stati definiti i profili professionali e le mansioni; mai equiparati gli stipendi tra le varie categorie (esempio un cantoniere proveniente dall’ANAS guadagna 1.500 € a fronte di un 1000 € percepite da un Cantoniere provinciale); non esiste il rispetto delle relazioni sindacali.
Ribadiamo che con dichiarazioni di questo calibro, non si fa altro che accrescere il clima di demotivazione e insofferenza già presenti all’interno della Provincia.
Riteniamo doveroso un recupero della moralità, dell’onestà e della saggezza, da parte di tutti, e soprattutto da parte della classe politica italiana che ultimamente con i suoi atteggiamenti è riuscita a rendere “normali” condotte che fino a poco tempo fa venivano considerate vergognose.
Cordiali Saluti.
RSU della Provincia di Cuneo

31 gennaio 2011

Approvato decreto contro la magistratura

A cura di Claudio Bongiovanni, Roberto Bessone, Cristina Lavina, Rosanna Giordano, Franco Ferraro. Nicola Garassino, Barra Maurizio.

Anche il ministro Brunetta è in lotta con la magistratura, infatti, la scorsa settimana è stato emanato un decreto per fermare l'operato della magistratura che sta intevenendo ed è intervenuta per condannare quelle amministrazioni dello Stato che applicano la riforma Brunetta in modo illegittimo.
La norma approvata dal governo, vuole fornire un'interpretazione 'autentica' della cosiddetta riforma Brunetta e tenta di stoppare l'operato della Magistratura che giustamente è intervenuta, ed interviene, condannando quelle amministrazioni che applicano illegittimamente la riforma, salvaguardando quindi i diritti dei lavoratori pubblici ed il sistema di relazioni sindacali, sanciti dai contratti nazionali e messi in discussione dalla cosiddetta 'riforma'".
Questa è la fase dell'attacco alle funzioni della Magistratura da parte del Governo, e Brunetta vuole anche mettersi in luce agli occhi del suo capo invece di prendere atto del fallimento della sua legge, messa in discussione dagli stessi colleghi del Ministro che si affrettano a non applicarla e che per ironia della sorte non si applica, come per le altre amministrazioni, allo stesso Ministero della Funzione Pubblica, il Ministro Brunetta si cimenta contro coloro che vorrebbero amministrazioni veramente funzionanti ed efficaci e che forse oggi si interrogano sui risultati della riformetta per fare la rima con il ministro.
Non resta che augurarsi che i successivi passi del provvedimento (le intese, il confronto in Parlamento e il parere della Conferenza delle regioni e delle autonomie locali) blocchino questo provvedimento.

24 gennaio 2011

riorganizzazione dell'Ente

    In data odierna, si è tenuto un incontro di informazione, a seguito di procedura di concertazione, relativo al nuovo organigramma della struttura e al regolamento degli uffici e dei servizi.
    Il nuovo organigramma dell'ente, differente rispetto alla proposta presentata dalla ditta Maggioli, ha sicuramente tenuto conto delle osservazioni tecniche formulate dalla RSU.
    L'esubero di 26 unità all'interno dell'Ente non è più preso in considerazione.
    Nel dettaglio, la riorganizzazione prevede come già preannunciato, l'istituzione di n°3 Direzioni, al di sotto delle quali sono previsti n°14 settori (2 in più della proposta Maggioli) a capo dei quali sono preposti gli attuali dirigenti con l'attuale personale.
    Rimangono confermate tutte le Posizioni Organizzative esistenti, tenuto conto che quelle che si sono rese vacanti negli anni scorsi, non vengono prese in considerazione.
    Dubbi e perplessità rimangono riguardo alle attuali responsabilità di servizio che al momento non sono individuate e probabilmente lasciate alla gestione da parte del dirigente.
    Il Regolamento degli uffici e dei servizi verrà licenziato con alcuni e lievi suggerimenti proposti dalla RSU.
 
       Cordiali Saluti RSU    

PEO

Componenti RSU CISL

Con la data del 31 dicembre 2010 sono state completate le valutazioni per le progressioni economiche orizzontali.
Anche quest’anno, purtroppo, ci sono state lamentele da parte di molti colleghi che si sono visti esclusi dall’attribuzione della PEO.
Un motivo di tale insoddisfazione deriva dal budget esiguo distribuito. Si è verificato infatti che alcuni Settori (quelli con pochi dipendenti) hanno avuto un budget insufficiente per poter attribuire potenzialmente la PEO a qualunque categoria, verificandosi così una netta disparità di trattamento tra i Settori stessi, ma soprattutto l’impossibilità tecnica (e quindi una discriminazione) per alcuni di poter comunque ambire alla PEO.
In ogni caso , per coloro che sono stati premiati, comunichiamo che il probabile pagamento (con decorrenza luglio 2010) avverrà nel mese di febbraio.

Programmato nuovo incontro sindacale

Riorganizzazione e regolamento dei servizi

E’ programmato per lunedì 24 gennaio (pomeriggio) un incontro tra la delegazione di parte pubblica e le OO.SS..

Tema della convocazione, l’informazione che l’Ente di prefigge di fornire in merito:

- alla riorganizzazione in atto
- alla definizione del nuovo regolamento dei servizi

Seguirà apposito post relativo all’esito dell’incontro.

Riforma Brunetta: ...in tanti si defilano!

A cura di Valter Giordano, Claudio Bongiovanni, Cristina Lavina, Maurizio Barra, Nicola Garassino, Franco Ferraro, Rosanna Giordano

Una Riforma, quella Brunetta, che definirla zoppa è ormai un eufemismo: è forse giunta l’ora di ….”sopprimerla”!

Nel nostro Ente, si sa, è divenuta un vero e proprio culto da perseguire con estrema puntualità (vedi post che segue).

In origine la citata riforma doveva essere applicata a tutta la Pubblica Amministrazione.

La riforma Brunetta, sta però, “camin” facendo, perdendo alcuni pezzi.

Non si applica più a tutti quanti.

Alcuni Settori della Pubblica Amministrazione ne sono incredibilmente esclusi.

Pochi sono infatti a conoscenza del fatto che il sistema di premialità voluto dal Ministro della Funzione Pubblica (che in nome della trasparenza nella pubblica amministrazione esclude il 25% dei lavoratori, "fannulloni" per legge a prescindere dal loro rendimento), fin dalla sua origine non coinvolge i lavoratori della Presidenza del Consiglio dei Ministri (e quindi nemmeno quelli della “Funzione Pubblica”), di cui è titolare il Ministro Brunetta.

Ma non è finita qui.

Dal 25 gennaio 2011 entrerà in vigore il Codice dell'amministrazione digitale, pubblicato in Gazzetta Ufficiale lunedì scorso, che estromette anche il Ministero dell'Economia e le Agenzie Fiscali dal sistema meritocratico previsto dalla cosiddetta "Riforma Brunetta".

Per quali ragioni si è avvertita la necessità di esclude dal sistema di valutazione i citati settori? Perché queste disuguaglianze? “Va a finire” che si applicherà solamente agli Enti Locali ed alla Sanità? “Chi vivrà….vedrà”, nel frattempo alzeremo le opportune”barricate”.

Segue post con la proposta del nostro Ente in termini di valutazione della performance organizzativa

La misurazione della nostra performance nei desideri dell'Ente

A cura di Valter Giordano, Claudio Bongiovanni, Cristina Lavina, Maurizio Barra, Nicola Garassino, Franco Ferraro, Rosanna Giordano

Come è noto, il nostro Ente è particolarmente ansioso di varare l’applicazione della riforma Brunetta.

Ecco pertanto i criteri che l’Ente attualmente propone per la differenziazione delle valutazioni (pervenuti a fine dicembre 2010), che dovranno in ogni caso essere discussi.

Cinque sono i “gironi” varati. Ai fini della valutazione della performance organizzativa il personale verrebbe di fatto collocato in ben cinque fasce (dal “girone paradiso a quello dei dannati” - fannulloni per il nostro Ministro Brunetta).

Crediamo fermamente che la riforma Brunetta debba nel nostro Ente, attendere la sua futura concreta ed eventuale applicazione (tale è infatti l'interpretazione prevalente della normativa).

CRITERI PER LA DIFFERENZIAZIONE DELLE VALUTAZIONI

Personale

Livelli di perfomance

Descrizione

Risorse destinate al trattamento accessorio

Punteggi

45% - 20%

Fascia 1

Eccellente

Prestazione ampiamente superiore agli standard.

Manifestazione di comportamenti ben più che soddisfacenti ed esemplari per qualità.

52% - 32%

da 90 a 100/100

30% - 40%

Fascia 2

Buono

Prestazione mediamente superiore agli standard.

Manifestazione di comportamenti stabilmente soddisfacenti.

30% - 40%

da 78 a 89/100

20% - 30%

Fascia 3

Adeguato

Prestazione mediamente in linea con gli standard.

Manifestazione di comportamenti mediamente soddisfacenti.

Nessuna necessità di interventi.

16% - 24%

da 66 a 77/100

5% - 10 %

Fascia 4

MIGLIORABILE

Prestazione solo parzialmente rispondente agli standard.

Manifestazione di comportamenti vicini ai requisiti della posizione.

Necessità di migliorare alcuni aspetti specifici.

2% - 4%

da 30 a 65/100

//

Fascia 5

INADEGUATO

Prestazione non rispondente agli standard.

Manifestazione di comportamenti lontani dal soddisfacimento dei requisiti di base della posizione e punti di debolezza gravi.

0%

minore/uguale 29/100

21 gennaio 2011

Al via la Previdenza Complementare

A cura di Valter Giordano

Notizia a carattere nazionale di cui "pochi ne parlano".

Prende finalmente il via, non senza annosi ritardi, la previdenza complementare per i lavoratori degli Enti Locali e della Sanità. E' stata infatti recentemente annunciata la costituzione del "Fondo Perseo".

Obiettivo primario che si pone è quello di garantire un reddito adeguato (in correlazione con gli anni di versamenti effettuati) a tutti coloro che in futuro cesseranno l'attività lavorativa.

Purtroppo, siamo già alle soglie dell'entrata a regime del cosiddetto sistema contributivo che determinerà una netta riduzione dell'importo della pensione "obbligatoria" erogata a favore di molti lavoratori pubblici.

Come ben sappiamo, il rapporto tra pensione ed ultima retribuzione è drasticamente destinato a diminuire rispetto al precedente sistema retributivo, con una percentuale destinata a raggiungere il 50-60% del valore dell'ultima retribuzione.

Un rischio previdenziale che potrebbe non risparmiare neppure coloro che rientrano nel cosiddetto sistema misto (parte retributivo e parte contributivo).

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19 gennaio 2011

Nuovo Ingresso RSU

Comunichiamo che è entrata a far parte della RSU Rosanna Giordano (RSU RDB) in sostituzione dell'ex collega Livio Sciolla, da poco trasferitosi presso altro Ente grazie all'istituto della mobilità volontaria.
Un benvenuto ed un augurio di buon lavoro a Rosanna
Un sincero ringraziamento a Livio, esempio di correttezza e di lealtà.