RSU CGIL: CLAUDIO BONGIOVANNI, VALTER GIORDANO, GUIDO MARINO, PAOLO ARMANDO E FRANCO FERRARO
Link diretto all'raticolo tratto dal sole24ore del 5/09/2012
a cura di Valerio Onida
Meno di un anno fa il decreto salva Italia, raccogliendo la spinta di
una campagna mediatica per l'abolizione delle Province, come "simbolo"
della lotta contro i costi della politica, prevedeva la sostanziale
scomparsa, in tutte le Regioni, grandi e piccole, di questi enti,
svuotati di funzioni e perciò ridotti, in tal modo sì, a "enti inutili":
a tutto a vantaggio non tanto degli ottomila Comuni, quanto di un nuovo
accentramento dell'amministrazione locale in capo alle Regioni. Un
disegno francamente in contrasto con la Costituzione.
Ora il nuovo decreto legge del Governo, approvato dal Parlamento
all'inizio di agosto, ha corretto saggiamente il tiro: non più
svuotamento in vista della soppressione di tutte le Province, ma
riordino della loro mappa, attraverso la soppressione per accorpamento
di quelle al di sotto di certi limiti di dimensione territoriale e
demografica, accompagnato dalla conferma delle fondamentali funzioni di
"area vasta" in capo alle Province superstiti, nonché, finalmente,
dall'avvio concreto del procedimento per la istituzione in dieci aree
del paese delle Città metropolitane, destinate a loro volta a sostituire
le rispettive Province.
In questi giorni i Consigli regionali
delle autonomie locali sono chiamati a formulare una ipotesi di
riordino, sulla cui base le singole Regioni dovranno avanzare le loro
proposte, destinate a sfociare entro ottobre in un provvedimento
legislativo statale di carattere generale.
Già però sono comparse
le resistenze delle piccole Province destinate a fondersi, e si
moltiplicano i ricorsi giurisdizionali diretti a contestare la legge che
ha disposto il riordino, invocando presunte lesioni di autonomia e di
"specificità" territoriali.
Intendiamoci: non è che non si possano nutrire dubbi sulla
congruità in assoluto dei nuovi requisiti dimensionali (almeno 2.500
chilometri quadrati di territorio e almeno 350mila abitanti) e sul
carattere rigido di tali criteri, destinati a trovare applicazione in
tutte le aree e in tutte le Regioni del paese. Ben si sa che non esiste
in natura la "dimensione ottimale" astratta degli enti di autogoverno
territoriali (nemmeno degli Stati: sappiamo come esistano Stati più
piccoli di molte nostre Regioni), ma esiste una grande varietà di
situazioni.
La storia è spesso più forte della geometria degli
economisti o dei riformatori che dividono il territorio tracciando delle
righe sulla carta geografica. E se all'esito del riordino risultasse
riconosciuta l'identità storica di qualche territorio provinciale con
soli duemila chilometri quadrati di superficie o soli 250mila abitanti
non ci sarebbe affatto da gridare allo scandalo. Come non vi sarebbe,
peraltro, da gridare allo scandalo (anzi, sarebbe del tutto razionale)
se si abolissero tout court le Province (come già avvenne nel 1945 in
Valle d'Aosta) nelle Regioni più piccole, come il Molise o la
Basilicata.
La Provincia serve per le funzioni di "area vasta": ma se la
circoscrizione regionale già costituisce una idonea area vasta, non v'è
motivo perché coesistano due livelli di governo, la Regione e la
Provincia.
In ogni caso non si può negare la legittimità e
l'utilità del "riordino". Né si può ritenere che la Costituzione, la
quale rimette alla legge dello Stato, oltre alla determinazione delle
funzioni fondamentali degli enti locali, l'approvazione o meno, in base a
una visione generale degli interessi del Paese, delle iniziative
comunali per la istituzione di nuove Province o per la modifica di
quelle esistenti, neghi invece al Parlamento il potere di sopprimere o
accorpare Province esistenti, in un disegno generale di
razionalizzazione delle funzioni e della spesa, anche senza l'iniziativa
e l'accordo dei Comuni interessati (la cui voce, insieme a quella delle
Regioni, pure deve essere sentita, dentro e fuori del Consiglio delle
autonomie locali).
Per quanto si possa considerare "rozzo" il requisito dimensionale
fissato con la delibera del Governo (e per quanto sia vero che a ogni
Provincia non devono necessariamente corrispondere anche uffici statali
decentrati come le Prefetture), si dovrà riconoscere la legittimità di
un ridisegno complessivo delle autonomie territoriali, e ammettere che
da qualche parte bisogna ben cominciare, se si vuole contrastare
decisamente il frutto dei frazionismi localistici che troppo a lungo
hanno prevalso nel paese. Le Province erano, nel 1948, 91 (compresa
Trieste, momentaneamente "Territorio libero", ed esclusa Aosta, divenuta
Regione): da allora - anzi, essenzialmente a partire dagli anni
Novanta, nonostante nel frattempo le comunicazioni sul territorio siano
diventate certamente più agevoli e rapide - una raffica di iniziative
accolte dal Parlamento (o dal Consiglio regionale, dove l'autonomia
speciale lo consentiva) ha condotto alla creazione di ben 18 nuove
Province (otto solo nel 1992), di ridotte e anche ridottissime
dimensioni, fino ad arrivare alle attuali 109. Ma - ci si domanda - è
ragionevole che la Sardegna passi d'un colpo da quattro a otto Province;
che il Piemonte passi da sei Province a otto, la Lombardia da nove a
dodici; che si costituiscano nuove Province la cui denominazione fa
riferimento a tre diverse città, come Barletta-Andria-Trani, rivelando
che dietro, più che un'identità territoriale, sembrano esservi le
ambizioni di tanti piccoli nuovi "capoluoghi"; che nel territorio di
Monza, facente parte palesemente dell'area metropolitana di Milano, si
costituisca invece, otto anni dopo che la Costituzione ha previsto la
creazione delle Città metropolitane, la nuova Provincia della Brianza?