RSU CGIL: CLAUDIO BONGIOVANNI, VALTER GIORDANO, GUIDO MARINO, PAOLO ARMANDO E FRANCO FERRARO
Fonte articolo stampa: italia oggi
I tempi per il riordino delle province sono molto più lunghi e complessi di quelli desumibili dal decreto sulla spending review.
I tempi per il riordino delle province sono molto più lunghi e complessi di quelli desumibili dal decreto sulla spending review.
Uno slittamento dell'attuazione
del riordino non è tanto causata dalla mancata adozione del dpcm che, ai sensi
dell'articolo 17, comma 6, della legge 135/2012 avrebbe dovuto specificare
quali delle funzioni conferite dallo stato alle province, nelle materie di
potestà legislativa esclusiva statale, dovessero andare ai comuni, quanto per
l'oggettiva complicazione dell'intera procedura.
In molti hanno sottovalutato,
probabilmente, il contenuto del comma 9 sempre dell'articolo 17 della legge
135/2012, ai sensi del quale «la decorrenza dell'esercizio delle funzioni
trasferite ai sensi del comma 6 è inderogabilmente subordinata ed è contestuale
all'effettivo trasferimento dei beni e delle risorse finanziarie, umane e
strumentali necessarie all'esercizio delle medesime».
Si tratta di una norma di
cautela, che di fatto sospende ad libitum l'operatività dell'intera manovra. In
termini astratti, il comma 9 è ineccepibile. Le funzioni delle province
comportano ovviamente una spesa simmetrica. Non è pensabile che i comuni
destinatari possano acquisirle senza i mezzi necessari a farvi fronte. Quindi,
anche laddove dovesse essere adottato il provvedimento che formalmente elenchi
quali funzioni transiteranno dalle province ai comuni, operativamente la
traslazione non partirà se prima non si realizzano le condizioni imposte dal
comma 9.
Ma qui vengono i nodi al pettine,
che fin qui non si sono voluti affrontare. Un primo problema è dato dalla
fissazione di criteri di riparto. Le province sono 109, i comuni oltre 8.100.
Risulta facilmente comprensibile quanto difficile sia reperire un criterio
convincente per frammentare da pochi a tantissimi enti le funzioni gestite. Ciò
rende complicatissimo spostare il personale. I dipendenti delle province sono
56 mila, dividendoli per tutti i comuni a ciascuno in media ne arriverebbero
circa 7. Un po' poco per gestire le funzioni. Per altro, non tutti i dipendenti
passeranno, perché resteranno alle province quelli addetti alle funzioni
fondamentali che la spending review ha lasciato loro.
C'è, poi, il problema più
rilevante, quello dei finanziamenti. È evidente che per assicurare ai comuni le
entrate necessarie a svolgere le nuove funzioni, si deve modificare
l'ordinamento tributario locale. La gran parte delle entrate provinciali
derivano dal fondo sperimentale di riequilibrio (che sarà per altro
fortissimamente tagliato) e dall'imposta sulle trascrizioni delle compravendite
dei veicoli (oltre ad alcune addizionali). Per garantire ai comuni le risorse
necessarie occorre modificare profondamente il sistema dei trasferimenti
statali, nonché i soggetti titolari delle imposte sul gettito. L'operazione è
estremamente complicata sempre perché invece di accentrare le funzioni da molti
a pochi enti, le si frammenta da pochi a tantissimi.
Il rischio fondatissimo è che i
comuni dovranno sopportare nuove competenze, senza nuovo personale in numero
adeguato e con entrate insufficienti. Il che peggiorerebbe ulteriormente la
situazione dei bilanci, già messi in crisi dal taglio a regime di 2,5 miliardi,
cui se ne potrebbero aggiungere altri 7,8, come si prevede per la fase 2 della
spending review.
Analoghi problemi si pongono per
le funzioni conferite alle province dalle regioni, nell'ambito delle potestà
legislative regionali, considerando che non tutte tali funzioni conferite dalle
regioni sono totalmente finanziate da trasferimenti regionali. Al contrario,
detti trasferimenti sono sempre parziali, per altro ridotti negli anni, sicché
le province hanno dovuto spesso sopperire con le entrate proprie alle incombenze
assegnate loro dalle regioni. L'esempio più eclatante è dato dalla gestione del
trasporto scolastico per alunni disabili, che costa centinaia di migliaia di
euro l'anno per singola provincia, assegnato dalle regioni senza mai aver
attribuito, però, un corrispondente trasferimento. Far quadrare i conti e
individuare criteri sostenibili per il passaggio di risorse e personale
richiederà tempi lunghi.
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