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16 luglio 2012

Province, la battaglia dei presidenti "Dimissioni se decreto non cambia"

Rassegna stampa a cura della RSU CGIL 

Claudio Bongiovanni, Valter Giordano, Guido Marino, Paolo Armando e Franco Ferraro

 LA SPENDING REVIEW (tratto da la Repubblica) - Riunione a Bologna dei dieci presidenti delle aree che dal primo gennaio 2014 diventeranno città metropolitane. Schittulli, numero uno di Bari: "Se il governo non ci ascolta, pronto a lasciare prima della fine del mandato"

Ai presidenti delle dieci Province destinate a sparire, per esser sostituite nel 2014 dalle Città Metropolitane, proprio non va giù che siano i sindaci dei capoluoghi a prendere il loro posto. Riuniti a Bologna, i presidenti delle aree metropolitane chiedono a voce alta modifiche al decreto sulla spending review, minacciando perfino le dimissioni in caso di mancato ascolto da parte del governo: "Se il testo non cambia io mi dimetterò prima della scadenza del mandato – ribadisce il presidente della Provincia di Bari, Francesco Schittulli – non ci sto a fare il liquidatore". Sulla stessa riga (ma con toni più soft) anche gli altri colleghi presenti, da Torino a Milano, passando per Napoli e Firenze.

Al centro delle critiche soprattutto gli articoli 17 (“soppressone degli enti”) e 18 (“istituzione delle Città metropolitane”) del decreto. "Non accetteremo mai che siano i sindaci dei capoluoghi – ribadisce Antonio Saitta, della provincia di Torino – a diventare commissari delle aree metropolitane, abbiamo molta più legittimità noi che siamo stati eletti da tutti i cittadini delle nostre province". Ma oggi, ammette, "c’è molta sfiducia e se non ci ascoltano prenderemo le nostre decisioni".

I dieci presidenti chiedono al premier Monti di elaborare assieme al governo una proposta che risolva la querelle con i primi cittadini: "Se prevarrà la logica dei comuni capoluogo, allora – tuonano –
le città metropolitane non nasceranno mai, noi abbiamo bisogno di enti che funzionino". Perché "esser commissariati dai nostri sindaci non è positivo" dice Guido Podestà di Milano, convinto che chi si sta occupando a Roma di questa riforma "abbia poca esperienza e non si renda conto delle conseguenze". E chiede che la futura guida della maxi-provincia che nascerà "sia eletta dal popolo e non nominata dall’alto, i cittadini non capirebbero".

Ma le rivendicazioni vanno ben oltre. C’è Andrea Barducci (Firenze) che parla di "allargare gli antichi confini delle province" mentre il numero uno di Reggio Calabria, Giuseppe Raffa, vorrebbe togliere la sua provincia dall’elenco delle aree metropolitane: "La riforma non si può fare per decreto, ma ascoltando gli enti locali e i loro cittadini". Secondo l’assessore al bilancio della provincia di Roma, Antonio Rosati, creare degli enti di secondo livello guidati dai sindaci è un "vulnus democratico, un precedente pericoloso anche per la democrazia". Questo è "un problema – conclude la bolognese Beatrice Draghetti che da giorni litiga sul tema con il sindaco del capoluogo emiliano – e dobbiamo risolverlo. Perché se i nuovi enti non sono migliorativi dei servizi che offriamo oggi, allora non ha senso farli".

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