Cerca nel blog

Visite

21 ottobre 2012

MANIFESTAZIONI: ARMATI DI PENTOLE E CUCCHIAI IN 1000 PROVINCIALI "TOSCANI" PROTESTANO A FIRENZE SOTTO LA SEDE REGIONALE ED IN CITTA'

A CURA DI CLAUDIO BONGIOVANNI, VALTER GIORDANO, GUIDO MARINO, MAURIZIO BARRA E FRANCO FERRARO




(ANSA) - FIRENZE, 19 OTT - Cacerolazo stamani contro i tagli delle Province, di fronte alla sede della presidenza della Regione a Firenze. A protestare, con barattoli, pentole e mestoli, alcune centinaia di dipendenti delle amministrazioni provinciali della Toscana, che, al grido di 'fuori' chiedono un incontro con il governatore Enrico Rossi per avere rassicurazioni che il provvedimento di revisione delle Province allo studio da parte del governo non causi riduzioni di personale e dei servizi essenziali ai cittadini.


 Foto tratte da: Firenze today, Ansa, Tirreno

Firenza today link diretto all'articoloLa protesta dei lavoratori delle Province Toscane, paura per gli esuberi.


Erano oltre mille questa mattina i dipendenti di tutte le province toscane raccolti in un presidio organizzato da Cgil, Cisl e Uil. Piazza Duomo invasa e volti scuri, preoccupati. A pesare sui capi dei dipendenti del pubblico impiego l'incertezza sul loro futuro e una parola che terrorizza: esuberi. In ballo la questione della riorganizzazione istituzionale della Toscana; in pratica il riordino delle province. Da una parte le esigenze della politica quindi il dibattito sulla spesa pubblica: la razionalizzazione degli enti in questione e di conseguenza la soppressione a l'accorpamento territoriale. 
Dall'altra le istanze dei sindacati che questa mattina hanno chiesto un tavolo permanente tra Regione e parti sociali al fine di garantire i livelli occupazionali. "Vogliamo capire che cosa succederà a noi e agli enti per cui lavoriamo, dopo mesi ancora nessuno ci dà un'idea di cosa dobbiamo aspettarci per il nostro futuro", ha detto Fabio Conti (Cgil), della Rsu della Provincia di Siena. Presente al presidio anche il presidente della Provincia di Firenze, Andrea Barducci: "Sono qui per condividere la preoccupazione di questi lavoratori. Occorre che le istituzioni ci dicano dove si va a parare, con questo provvedimento sulle Province, e che non sia una riforma che danneggia chi vi opera e i cittadini".
 
NENCINI - Il tema delle province insomma infiamma, non solo la politica, divisa in campanilismi territoriali, ma anche i lavoratori. Per questo durante la manifestazione hanno chiesto con forza, a suon di barattoli, pentole, mestoli e trombe, un chiarimento immediato sui mesi a seguire. Così la protesta poi si è spostata negli uffici dell'assessore regionale al bilancio e ai rapporti istituzionali, Riccardo Nencini, che ha ricevuto una delegazione sindacale. "Lunedì il tema sarà trattato in consiglio regionale - ha affermato Nencini all'uscita dall'incontro - per questo i lavoratori hanno voluto anticipare i tempi, perché dall'assemblea esca fuori una posizione quanto più possibile convincente. Con le parti sociali abbiamo stabilito un cronoprogramma: nasceranno dei tavoli dove discuteremo di deleghe, funzioni, ruolo del personale. Chiederemo alle province tutti i dati di cui abbiamo bisogno e che ancora non ci sono stati forniti e quando avremo tutto, nell'arco di poco tempo, prenderemo le decisioni che dobbiamo assumere".





CATENA UMANA DEI DIPENDENTI PROVINCIALI DI ASTI

A CURA DI CLAUDIO BONGIOVANNI, VALTER GIORDANO, GUIDO MARINO, MAURIZIO BARRA E FRANCO FERRARO



Tratto da la stampa.it - asti link diretto all'articolo

20.10.2012 - IERI CATENA UMANA DAVANTI AL PALAZZO

La protesta degli scatoloni dei dipendenti della Provincia

"Ci stiamo apprestando a seppellire i servizi ai cittadini" 

elisabetta fagnola

Vorrebbero non doverli mai riempire quegli scatoloni portati in piazza per protesta ieri pomeriggio per chiedere conto dei tagli agli enti locali e all’incertezza che pesa sul loro posto di lavoro. E’ stata mobilitazione, per i dipendenti della Provincia, ad Asti come in tutto il Piemonte: «Dopo aver assistito in questi lunghi anni alla morte dell’industria, ci apprestiamo a seppellire anche i servizi ai cittadini» si leggeva nei volantini distribuiti sotto la Prefettura, mentre una catena umana di dipendenti, armati di slogan e scatoloni, abbracciava il palazzo di piazza Alfieri. «Salviamo i servizi, difendiamo il lavoro», «Trasloco ad Alessandria?» e ancora «Trasloco forzato, dipendente spiazzato e utente disagiato» si leggeva sugli scatoloni che i dipendenti (in tutto, sono circa 350) hanno preparato contestando l’assenza di informazioni sulla riforma e la fusione delle Province: «Con i tagli alle risorse, rischiamo di compromettere la situazione ancor prima che la riorganizzazione entri in vigore» ha spiegato Marina Ferraris, Rsu Cgil, facendo cenno alle difficoltà dell’ente, ora, nel garantire anche il riscaldamento nelle scuole. «I colleghi hanno affrontato la situazione con responsabilità – aggiunge – ma la situazione è difficile». Hanno voluto dirlo in piazza, con loro anche la presidente dimissionaria Maria Teresa Armosino e il vice Giuseppe Cardona, che spiega: «Non abbiamo indicazioni sul personale, almeno ci dicano cosa fare e dove andare». Chiedono chiarezza i dipendenti del Centro per l’impiego: «Con la crisi, il nostro lavoro è diventato più complesso, non avrebbe senso spostare le nostre attività altrove, servono qui, vicino a chi ne ha bisogno». Davanti ai loro sportelli fanno la fila disoccupati, lavoratori in cassa integrazione, disabili: «E’ un servizio sociale – precisano – noi ci mettiamo la faccia tutti i giorni, è un lavoro delicato». Così come quello di altri settori, come la formazione professionale: «Seguiamo i disoccupati come i ragazzini in obbligo scolastico – spiega Barbara Pillot – che ne sarà di questo servizio e dei nostri posti di lavoro?». Lo hanno chiesto con una lettera ai prefetti, preparata dalle segreterie regionali e provinciali di Cgil, Cisl e Uil, insieme alle Rsu: a poco più di due mesi dall’entrata in vigore della riforma, sono ancora 29 le funzioni non ancora assegnate, dall’agricoltura al turismo, dalla protezione civile, all’uso delle risorse idriche, commercio, trasporto pubblico. «Se le Province saranno enti di secondo livello, la Regione non potrà delegar loro molte di quelle funzioni e i Comuni non ce la farebbero a gestirle» hanno ribadito Salvatore Bullara, Cisl, e Serena Moriondo, Cgil. Semplici le richieste: «Un incontro con la Regione, chiarezza sul percorso da affrontare e sulla gestione di eventuali esuberi».

- A PROPOSITO DELL'ATTESO D.P.C.M CHE DOVEVA TRASFERIRE AI COMUNI LE FUNZIONI CHE LO STATO AVEVA AFFIDATO ALLE PROVINCE

A cura di Valter Giordano



Come molti ricorderanno, si attendeva entro il 5 settembre scorso l’emanazione di un d.P.C.M. sulle trasferende funzioni provinciali, da adottare (ex articolo 17 “Riordino delle province e loro funzioni“, comma 7, della spending review – D.L. n. 95/2012, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 135/2012).
Il d.P.C.M. atteso avrebbe dovuto individuare le funzioni provinciali da trasferire ai Comuni.
Nel corso dell’audizione innanzi alla I Commissione Affari costituzionali della Presidenza del Consiglio e Interni della Camera dei Deputati. del 3 ottobre 2012, il Sig. Ministro per la Pubblica Amministrazione e la semplificazione, Dott. Filippo Patroni Griffi, ad un intervento dell’On. Mauro Libè (UDC), ha sul tema del predetto d.P.C.M atteso, tra l’altro risposto:
tardiamo ad emanarlo perché la nostra impressione è che funzioni statali al di fuori di quelle fondamentali, da dare ai Comuni potrebbero non esserci. Questa è la difficoltà oggettiva di studio che stiamo incontrando”.



RICOGNIZIONE OCCUPAZIONALE ANNUALE

A cura di Valter Giordano




Chiariamo due concetti: soprannumero ed eccedenza di personale.

Come è noto, ai sensi dell’art. 33 del D.lgs. n. 165/01 anche la Provincia di Cuneo è tenuta ad effettuare la ricognizione annuale delle condizioni di soprannumero e di eccedenza del personale e dei dirigenti.
Con tale processo di ricognizione si procede a verificare l'assenza/presenza di soprannumero e di eccedenza di personale, al fine di deliberare l’assenza/presenza di condizioni per attivare le procedure per il collocamento in disponibilità di personale.
Occorre però rilevare come:

- la condizione di soprannumero si rileva dalla presenza di personale in servizio a tempo indeterminato in numero superiore ai posti previsti in dotazione organica(nel nostro caso i posti occupati sono finora inferiori a quelli disponibili),

-  la condizione di eccedenza si rileva dalla impossibilità dell’ente di rispettare i vincoli per il tetto di spesa del personale (riduzione assoluta della spesa rispetto all’anno precedente) e dal superamento del tetto del 50% nel rapporto tra spesa del personale e spese corrente (prima della verifica degli equilibri di bilancio del 30 settembre, il nostro ente vantava in invidiabile dato che ci attestava al di sotto del 20%);

Tale processo di verifica dovrà pertanto essere attuato dall’Ente. 
Ma occorre tener presente che:

Collegata alla riforma di riordino delle Province, è prevista, per fine mese, l’emanazione di un d.P.C.M. che individuerà i criteri per determinare le nuove dotazioni organiche delle Province (criteri correlati con la popolazione residente ecc,). Solo con esso potremo calcolare la nuova dotazione organica dell'ente.

La recente direttiva n. 10/2012 (link per la visione) emanata dal Ministero della Pubblica Amministrazione,  collegata alla Spendine rewiew, inizia in parte ad affrontare il tema delle dotazioni organiche delle pubbliche amministrazioni con linee di indirizzo e criteri applicativi.



19 ottobre 2012

Conferenza stampa h. 12

Si terrà stamane, 19 ottobre 2012, alle ore 12.00 presso la saletta RSU della Provincia di Cuneo, una conferenza stampa indetta dalle segreterie CGIL, CISL e UIL, unitamente ai componenti delle RSU eletti nelle file delle predette sigle sindacali. Costituirà importante occasione per illustrare ai media lcali le problematiche inerenti il futuro delle Province, l'erogazione dei servizi ai cittadini ed il futuro stato occupazionale dell'Ente.

18 ottobre 2012

Assemblee del Personale anche nelle vicine Province di Savona ed Imperia

A CURA DI CLAUDIO BONGIOVANNI, VALTER GIORDANO, GUIDO MARINO, MAURIZIO BARRA e FRANCO FERRARO

Tutela del pesonale dipendente provinciale:
Assemblee del personale presso le vicine Province di Imperia e Savona.
link diretto all'articolo fonte Albenga Corsara

Per giovedì 25 e venerdì 26 ottobre 2012 sono state indette, rispettivamente presso le sedi delle Province di Imperia e Savona, due assemblee del personale aventi come oggetto il “Riordino delle Province”. 

Ad entrambe le assemblee saranno presenti i Presidenti Angelo Vaccarezza e Luigi Sappa. “Le notizie riportate dai media relative la riforma delle province si sono concentrate perlopiù sulla scelta dei nuovi capoluoghi o sui confini, ignorando aspetti fondamentali quali il destino dei servizi essenziali ai cittadini, le competenze che vengono annullate, gli inevitabili disagi per la popolazione e, non ultimi, per i dipendenti di questi Enti”, ha dichiarato il Presidente Angelo Vaccarezza.

“Come Presidente di una Provincia che dovrà subire profondi cambiamenti, vivo questi giorni di incertezza e attesa insieme ai lavoratori che da anni operano con impegno nel nostro Ente, fornendo quei servizi indispensabili a beneficio di tutta la comunità. Ma non sono pessimista, sono convinto che se verrà portato avanti il progetto di accorpamento con Imperia, insieme sapremo trovare le giuste sinergie per fornire eccellenze al nuovo ente e a tutta la comunità. 
La contiguità territoriale, la storia e la cultura comune, l’economia, possono permettere uno sviluppo unico per un territorio finalmente coeso che abbraccerà 136 realtà comunali e quasi la metà della popolazione ligure. 
Come delegato Upi mi sto adoperando con il Governo affinché le competenze che rimarranno alle Province abbiano un’adeguata copertura finanziaria poiché, e questo desidero ribadirlo, le Province “spendono” e non “costano”. Questa differenza è fondamentale per far comprendere che i fondi a nostra disposizione vengono spesi per offrire servizi alla comunità che riguardano formazione, cultura, turismo, trasporti, ambiente,centri per l’impiego, servizi alle imprese, viabilità, edilizia, urbanistica, rifiuti, agricoltura, caccia e pesca protezione civile, sicurezza”.

“Nel contempo chiare sono le nostre richieste alla Regione, e sulle quali non siamo disposti a trattare, relative le deleghe che devono rimanere di competenza delle province, poiché sono le Province che vivono e conoscono il territorio e le sue dinamiche

Dinamiche molteplici che per il loro funzionamento hanno bisogno dello straordinario lavoro delle tante professionalità che lavorano in questi Enti, il loro impegno sarà il motore per il buon funzionamento del nuovo organismo

Siamo una squadra collaudata e vincente e per questo motivo sono certo che saremo in grado di affrontare le difficoltà e combatteremo ogni tentativo di voler relegare la nostra squadra in panchina. Se il Governo, come sembra oramai evidente, attuerà questo accorpamento, il nostro compito sarà quindi quello di trasformare un’imposizione in una grande opportunità. 

Ciò sarà possibile dandoci quale assoluta priorità il benessere della comunità; l’Ente provincia pur se rinnovato continuerà ad esistere ed a questo fine avrà ancor più bisogno di quelle competenze e professionalità che solo i dipendenti provinciali che hanno servito per anni questi territori possono garantire. 
La crisi non l’abbiamo provocata noi cittadini, ma dovremo essere noi ad uscirne. Rimbocchiamoci le maniche quindi e costruiamo insieme il miglior futuro possibile”.

Province, le finanze..... "piangono". Appello.

A CURA DI CLAUDIO BONGIOVANNI, VALTER GIORDANO, GUIDO MARINO, MAURIZIO BARRA e FRANCO FERRARO

Province: Upi, Parlamento intervenga per ridurre i tagli

17 Ottobre 2012 - 16:33 - link diretto all'articolo

(ASCA) - Roma, 17 ott - ''Chiediamo al Parlamento di intervenire perche' si possa, come e' stato fatto per i Comuni in questa legge, ridurre l'impatto dei tagli alle Province. I nostri bilanci sono al dissesto, se non si interviene sara' impossibile per le amministrazioni rispettare il patto di stabilita', e allora lo Stato si trovera' a fronteggiare problemi di bilancio molto piu' gravi''. Lo ha detto il Presidente della Provincia di Potenza, Piero Lacorazza, dell'Ufficio di Presidenza dell'Upi, intervenendo oggi in una audizione alla Commissioni Riunite della Camera dei Deputati sul decreto enti locali varato dal Governo la scorsa settimana.

''Il testo - ha sottolineato il Presidente Lacorazza - interviene con norme di controllo dei bilanci delle Autonomie territoriali estremamente stringenti. Ma se non si interviene riducendo i tagli imposti, con una norma specifica che porti almeno a 400 milioni di euro i tagli alle Province e ci permetta di utilizzare senza vincoli i 100 milioni destinati dalla spending review alla riduzione del debito, la Corte dei Conti avra' ben poco da controllare''.

Lacorazza ha sottolineato alcuni dati di contesto: ''Come mai - ha detto - si e' deciso di imporre lo stesso taglio, 500 milioni di euro, per Province e Comuni, se la spesa corrente delle Province e' di 8,4 miliardi contro il 51,7 miliardi dei Comuni? E' evidente che si tratta di una scelta non equa''.

Ai deputati l'Upi ha presentato i risultati di un monitoraggio effettuato sui bilanci delle 107 Province, per verificare gli effetti dei tagli sui bilanci.

''Gli esiti - ha detto Lacorazza - sono allarmanti: su 82 Province 19 hanno dichiarato di non riuscire a mantenere gli equilibri di bilancio, salvo la possibilita' di utilizzare una rilevante parte di avanzo libero disponibile, che e' quello destinabile alla riduzione del debito o agli investimenti per lo sviluppo economico; piu' della meta' hanno dichiarato di non riuscire a rispettare il patto per il 2012 con uno sforamento previsto pari a circa 500 milioni. 70 Province hanno dichiarato di aver bloccato fin dal primo semestre 2012 i pagamenti di parte capitale per rispettare il patto. Che tradotto in economia reale significa ritardo dei pagamenti alle imprese, con conseguente rischio di fallimento, nonche' mancato pagamento di IVA e dunque mancato incasso da parte dell'erario. Il Parlamento - ha sottolineato Lacorazza - puo' intervenire introducendo una norma, cosi' come e' stato fatto per i Comuni, che permetta alle Province di fare la propria parte responsabilmente per il contenimento della spesa pubblica, senza mandare in dissesto gli enti''.

17 ottobre 2012

Riordino province: le nuove dichiarazioni di Patroni Griffi

 
notizie da BESSONE-SCARZELLO-PUNZI-FEA-ROSSO
 
DA LEGGIOGGI.IT

Riordino province: le nuove dichiarazioni di Patroni Griffi

Con una decisione pilatesca, sul riordino delle province il TAR ha deciso di non decidere, pur non entrando nel merito delle rilevanti obiezioni di legittimità costituzionale sollevati sull’intero impianto normativo


E’ stata sufficiente un’ordinanza del TAR Lazio che, non entrando nel merito del ricorso, ha respinto la richiesta di sospensione dell’efficacia della deliberazione del Consiglio dei Ministri del 20 luglio 2012, con la quale sono stati fissati i requisiti minimi di popolazione (350.000 abitanti) e di superficie (2.500 kmq) che vincolano la procedura di “riordino” delle Province prevista dall’art. 17 della Legge 135/2012 (spending review), per ridare fiato a proclami riformatori, che superano i contenuti stessi delle norme oggi vigenti e in dispregio dei principi costituzionali.
Accade così che il Ministro per la Pubblica Amministrazione Filippo Patroni Griffi, assunto il ruolo di grande riformatore dell’organizzazione costituzionale della Repubblica, non lascia trascorrere giorno senza rilasciare dichiarazioni alla stampa sul futuro del nostro ordinamento, su cui è necessaria certamente qualche riflessione.
Con un comunicato ufficiale di giovedì 11 ottobre il Ministro afferma: “La decisione della I sezione del Tar del Lazio, che ha respinto le richieste di sospensione del riordino delle Province, ci spinge a proseguire ancora più speditamente nel processo avviato. A maggior ragione visto che viene considerata quanto meno auspicabile la rapida, positiva conclusione del confronto in atto per il completamento del processo di riordino delle Province”.
La dichiarazione giunge immediatamente prima del deposito delle Ordinanze del TAR del Lazio (n. 3665, 3666, 3668 e 3669 depositate l’11 ottobre su ricorsi delle Province di Lecco, Lodi, Treviso e Rovigo), che respingono la richiesta di sospensione dell’efficacia della deliberazione del Consiglio dei Ministri del 20 luglio 2012.
Con una decisione pilatesca, il TAR ha deciso di non decidere, pur non entrando nel merito delle rilevanti obiezioni di legittimità costituzionale sollevati sull’intero impianto normativo.
Obiezioni di costituzionalità sottolineati da illustri giuristi quali gli ex Presidenti della Corte Costituzionale – il prof. Valerio Onida e il prof. Piero Alberto Capotosti – o come il prof. Pietro Ciarlo, docente di Diritto Costituzionale presso l’Università di Cagliari.
Anziché rimettere gli atti alla Corte Costituzionale, il TAR del Lazio si è limitato a rilevare che, “impregiudicata ogni questione di carattere pregiudiziale”, non sono ravvisabili i paventati profili di immediata lesività dell’atto impugnato.
La delibera del Consiglio dei Ministri, secondo i giudici amministrativi, “costituisce infatti il primo segmento di una sequenza procedimentale che, a termini dell’art. 17 del d. l. 6 luglio 2012, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla l. 7 agosto 2012, n. 135, se anche tendenzialmente conformata dai criteri previsti nell’atto stesso (comma 3), è destinata a concludersi con un provvedimento di natura legislativa (comma 4), il quale, fermi naturalmente i limiti costituzionali, è per definizione libero nel contenuto e nel fine”.
Non sfugga che in due passaggi della formula dell’ordinanza il TAR ha rilevato che è impregiudicata la questione pregiudiziale (la non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale) e “i limiti costituzionali” cui è sottoposta la procedura.
Ma ciò che stupisce, non è il comunicato ufficiale, bensì l’interpretazione che della “non” decisione del TAR si è data agli organi di stampa, come se la stessa rappresenti il pieno riconoscimento della legittimità della procedura voluta dal Governo, dimenticando che sulla medesima è già stata fissata per il 6 novembre prossimo, in udienza pubblica, la trattazione dei ricorsi presentati alla Corte Costituzionale da sei Regioni – Piemonte, Lombardia, Veneto, Molise, Lazio e Campania – per la dichiarazione di illegittimità costituzionale dell’art. 23 commi 14-21, del decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito in Legge 22 dicembre 2011, n. 214.
E numerose Regioni – tra cui Veneto, Lazio, Umbria – hanno già deliberato di presentare ricorso alla Corte Costituzionale per la dichiarazione di illegittimità degli art. 17 e 18 della Legge 135/2012 in materia di riordino delle Province e istituzione delle città metropolitane.
Ma al di là delle interpretazioni giornalistiche, giova soffermarsi sulle dichiarazioni rese dal Ministro Patroni Griffi.
In una intervista rilasciata al quotidiano “La Stampa” pubblicata il 13 ottobre, il Ministro, sul processo di riordino delle Province, dichiara: “Beh, intanto il Tar ha sminato questo percorso dai ricorsi di quattro Province, confermando che si può andare avanti. A fine mese ci sarà un decreto che stabilirà modalità e tempi. Quindi, saranno nominati dei commissari, e si andrà al voto. Per il riordino, infatti, non è che si potesse attendere la naturale scadenza della consiliatura provinciale. Fatta la riforma bisogna partire con il nuovo assetto quanto prima”.
Innanzitutto, come abbiamo detto, il TAR non ha deciso alcunché sui ricorsi; ha semplicemente negato la richiesta di sospensione cautelare dell’efficacia della deliberazione del 20 luglio senza decidere nel merito.
Ma i punti su cui soffermarsi sono:
1) A fine mese ci sarà un decreto che stabilirà tempi e modalità
2) Saranno nominati i commissari e si andrà al voto
3) Non si può attendere la naturale scadenza della consiliatura provinciale.
Sono tre affermazioni che sovvertono evidentemente i principi costituzionali.
1) “A fine mese ci sarà un decreto che stabilirà tempi e modalità”
Un decreto legge?
L’art. 17, comma 4, della Legge 135/2012, alla fine del percorso – deliberazione del Consiglio dei Ministri, ipotesi di riordino formulata dai CAL (Consigli Autonomie Locali) e proposta di riordino delle Regioni - prevede che “con atto legislativo di iniziativa governativa le province sono riordinate sulla base delle proposte regionali”.
Il legislatore ha considerato anche l’ipotesi che le proposte regionali non pervengano nel termine, e disposto che il provvedimento legislativo di riordino venga assunto, nel caso, “previo parere” della Conferenza unificata Stato-Regioni.
Non si vede come possa considerarsi costituzionalmente legittimo un decreto legge per il riordino delle Province.
Scrive il Presidente emerito della Corte Costituzionale Valerio Onida: “Quanto alla natura dell’atto legislativo che conclude il processo di riordino, ai sensi dell’art. 17, comma 4, il riferimento ad un “atto legislativo di iniziativa governativa” fa pensare ad un disegno di legge presentato dal Governo alle Camere. Non pare invece a chi scrive che possa trattarsi di un decreto legge (che peraltro non sarebbe un atto “di iniziativa governativa”, ma un atto legislativo del Governo). E ciò sia per ragioni di coerenza sistematica, poiché le variazioni alle circoscrizioni provinciali sono disposte con “leggi della Repubblica” ai sensi dell’art. 133, primo comma della Costituzione – riserva che pare debba intendersi come riserva di legge formale – , sia perché le ragioni straordinarie di urgenza che hanno giustificato l’avvio con decreto legge del processo di riordino sarebbero assai più difficilmente invocabili per concludere il medesimo una volta che si sia giunti alla formulazione delle proposte”.
Il Presidente emerito della Corte Costituzionale, Piero Alberto Capotosti, con ampie argomentazioni dimostra in modo inequivocabile la legittimità costituzionale della decretazione d’urgenza, già con riferimento allo stesso art. 17.
Scrive il prof. Capotosti: “E’ da chiedersi se il ricorso alla decretazione di urgenza, nel caso in esame, sia conforme all’art. 77 della Costituzione, nell’attuale interpretazione della giurisprudenza costituzionale sulla permanente rilevanza dei presupposti di necessità ed urgenza. Il dubbio si fonda sulla circostanza che con l’art. 17 si introduce un’autentica riforma di sistema, la cui straordinaria necessità ed urgenza di attuazione è molto difficile da dimostrare.
Nella specie, non sembra infatti individuabile “la preesistenza di una situazione di fatto comportante la necessità e l’urgenza di provvedere, tramite l’utilizzazione di uno strumento eccezionale, quale il decreto legge”, la cui mancanza, secondo la giurisprudenza costituzionale, costituisce appunto un vizio di costituzionalità del decreto (Corte costituzionale, sentenza n. 93 del 2011); vizio che, una volta intervenuta la legge di conversione, comporta un’illegittimità in procedendo della relativa legge (sentenza n. 128 del 2008). Si deve peraltro trattare, per essere rilevante, di un difetto dei presupposti “evidente” (sentenza n.171 del 2007).
Ma come non ritenere “evidente” tale difetto, considerando che il decreto introduce addirittura un’autentica riforma di sistema in materia di rilevanza costituzionale e che il relativo procedimento, che prevede una serie di interventi di determinati soggetti, si dovrebbe concludere con “un atto legislativo di iniziativa governativa” che è solo futuro ed eventuale nonché da adottare, in via di principio, una volta esplicati tutti gli adempimenti dell’articolato procedimento previsto?
Al riguardo si deve osservare che le numerose e in apparenza serrate scadenze temporali previste nel procedimento in esame devono in realtà qualificarsi come termini meramente “sollecitatori”, non essendo stabilita alcuna specifica decadenza per la loro inosservanza. Di conseguenza, non si può logicamente prevedere sin da oggi la durata effettiva di questo procedimento di riordino.
Nella specie, invece, si può dire che risulta, secondo la giurisprudenza costituzionale, “in contrasto con l’art. 77 Cost. la commistione e la sovrapposizione, nello stesso atto normativo, di soggetti e finalità eterogenee, in ragione di presupposti, a loro volta, eterogenei” (Corte cost. n. 22 del 2012).
In definitiva – conclude il prof. Capotosti – , sussistono forti perplessità, sul piano dei vizi formali di legittimità costituzionale, che la disciplina de qua possa costituire oggetto di un decreto-legge”.
Di fronte a tali argomentazioni, difficilmente confutabili, come può il Ministro ipotizzare un decreto legge che entro fine ottobre stabilisca “tempi e modalità” del riordino?
2) Saranno nominati i commissari e si andrà al voto (presumibilmente con lo stesso decreto legge)
Il Ministro dimentica che l’art. 23 del D. L. 6 dicembre 2011 n. 201, convertito in Legge 22 dicembre 2011 n. 214 (salva Italia) dopo aver previsto che:
a) Sono organi di governo della Provincia il Consiglio provinciale ed il Presidente della Provincia. Tali organi durano in carica cinque anni.
b) Il Consiglio provinciale è composto da non più di dieci componenti eletti dagli organi elettivi dei Comuni ricadenti nel territorio della Provincia. Le modalità di elezione sono stabilite con legge dello Stato entro il 31 dicembre 2012.
c) Il Presidente della Provincia è eletto dal Consiglio provinciale tra i suoi componenti.
Al comma 20 precisa: “Agli organi provinciali che devono essere rinnovati entro il 31 dicembre 2012 si applica, sino al 31 marzo 2013 l’art. 141 del D. Lgs. 267/2000 e successive modificazioni. Gli organi provinciali che devono essere rinnovati successivamente al 31 dicembre 2012 restano in carica fino alla scadenza naturale. Decorsi i termini di cui al primo e al secondo periodo del presente comma, si procede all’elezione dei nuovi organi provinciali di cui ai commi 16 e 17”.
Andrebbe inoltre ricordato che il comma 20 venne riformulato in sede di conversione in legge del D. L. 201/2011 che nella formulazione originaria prevedeva: “Con legge dello Stato è stabilito il termine decorso il quale gli organi in carica delle Province decadono”, a seguito di fondate obiezioni, anche da parte della Presidenza della Repubblica, sulla legittimità costituzionale della decadenza anticipata di organi democraticamente eletti.
Il disegno di legge sulle modalità di elezione di “secondo grado” degli organi delle Province, approvato dal Consiglio dei Ministri il 6 aprile 2012 è fermo in Commissione Parlamentare e non si è ancora avviato l’esame.
Ma è davvero pensabile disporre con decreto legge la decadenza di organi democraticamente eletti e nominare commissari?
E la decadenza riguarderebbe soltanto le Province soggette a “riordino” o anche le Province salvaguardate in quanto in possesso dei requisiti?
Nel primo caso di determinerebbe un inaccettabile palese disparità nella rappresentanza di molti territori, già peraltro determinata dal Commissariamento del tutto ingiustificabile delle otto Province che avrebbero dovuto andare al voto nella primavera scorsa.
I cittadini di diverse Province (circa metà delle Province attuali) – a differenza delle altre – non avrebbero più una rappresentanza politica portatrice dei loro interessi in tutte le sedi istituzionali, ma saranno rappresentanti da un Commissario – non eletto ma nominato – che non risponde delle proprie scelte agli elettori ma al Ministro dell’Interno che l’ha nominato.
Con quale mandato un commissario potrà decidere se approvare un no ad esempio un piano urbanistico comunale?
Sulla base di quale autorità rappresentativa potrà stabilire le priorità negli investimenti ad esempio su scuole o su viabilità?
Sulle priorità nella destinazione delle risorse? Sulle scelte in merito al futuro assetto istituzionale nei tavoli di coordinamento?
E’ possibile che non ci renda conto del grave vulnus al sistema democratico ed al diritto di elettorato attivo si determinerebbe in questo modo?
E nella seconda ipotesi – commissariamento di tutte le Province, anche quelle escluse dal riordino – come potrebbe giustificarsi la decadenza anticipata?
3) Non si può attendere la naturale scadenza della consiliatura provinciale.
Il Ministro, a fronte di questa grave affermazione, dovrebbe spiegare perché non “si può attendere la naturale scadenza della consiliatura provinciale”.
Quale grave rischio si correrebbe?
La Corte Costituzionale, chiamata a pronunciarsi nel giudizio di legittimità costituzionale degli articoli 1, 2, 3 e 4 della legge della Regione Sardegna 1° luglio 2002, n. 10, recante “Adempimenti conseguenti alla istituzione di nuove province, norme sugli amministratori locali e modifiche alla legge regionale 2 gennaio 1997, n. 4”, promosso con ricorso del Presidente del Consiglio dei ministri, nella sentenza n. 48 del 10 febbraio 2003, accogliendo del ricorso del Governo, ha affermato principi chiarissimi al riguardo, su cui si fonda il principio della rappresentanza democratica.
Nella sentenza si legge:
“Tra i principi che si ricavano dalla stessa Costituzione vi è certamente quello per cui la durata in carica degli organi elettivi locali, fissata dalla legge, non è liberamente disponibile nei casi concreti.
Vi è un diritto degli enti elettivi e dei loro rappresentanti eletti al compimento del mandato conferito nelle elezioni, come aspetto essenziale della stessa struttura rappresentativa degli enti, che coinvolge anche i rispettivi corpi elettorali.
Un’abbreviazione di tale mandato può bensì verificarsi, nei casi previsti dalla legge, per l’impossibilità di funzionamento degli organi o per il venir meno dei presupposti di “governabilità” che la legge stabilisce (cfr. ad es. gli artt. 53 e 141, comma 1, lettere b e c, del testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali approvato con il d.lgs. 18 agosto 2000, n. 267), ovvero in ipotesi di gravi violazioni o di gravi situazioni di pericolo per la sicurezza pubblica che la legge sanzioni con lo scioglimento delle assemblee (cfr. ad es. l’art. 141, comma 1, lettera a, e l’art. 143 del citato testo unico).
Tuttavia le ipotesi eccezionali di abbreviazione del mandato elettivo debbono essere preventivamente stabilite in via generale dal legislatore.
Tra di esse non è escluso che possa ricorrere anche il sopravvenire di modifiche territoriali che incidano significativamente sulla componente personale dell’ente, su cui si basa l’elezione: come, ad esempio, prevede per il caso degli organi comunali l’art. 8, quarto comma, lettera a, del d.P.R. 16 maggio 1960, n. 570 (non compreso nell’abrogazione espressa disposta dall’art. 274, comma 1, lettera e, del testo unico n. 267 del 2000), secondo cui si procede alla rinnovazione integrale del consiglio comunale quando, per effetto di una modificazione territoriale, si sia verificata una variazione di almeno un quarto della popolazione del Comune.
Ma, ancora una volta, una siffatta ipotesi dovrebbe essere prevista e disciplinata in via generale dalla legge, ovviamente sulla base di presupposti non irragionevoli.
In ogni caso, non può essere una legge provvedimento, disancorata da presupposti prestabiliti in via legislativa, a disporre della durata degli organi eletti.
Proprio questa, invece, è la portata della norma qui impugnata. Essa, nel prevedere che si proceda all’elezione degli organi delle nuove Province, stabilisce altresì che decadano di diritto quelli delle Province preesistenti, nel logico presupposto che non possa darsi una doppia contemporanea rappresentanza, nell’ambito di organi elettivi preesistenti e di organi di nuova elezione, delle popolazioni dei territori oggetto della variazione territoriale.
Tuttavia, tale previsione di abbreviazione del mandato degli organi delle Province preesistenti (eletti solo tre anni fa) non trova supporto in alcuna disciplina a carattere generale che la contempli e ne precisi i presupposti.
Ora, nella legislazione statale sulle Province l’ipotesi di una abbreviazione del mandato degli organi provinciali a seguito di variazioni territoriali non è contemplata (l’art. 8, quarto comma, lettera a, del d.P.R. n. 570 del 1960 si riferisce infatti ai soli consigli comunali): gli unici casi di scioglimento anticipato sono quelli previsti dai citati articoli 53, 141 e 143 del testo unico approvato con il d.lgs. n. 267 del 2000.
Tant’è che in tutti i provvedimenti legislativi con cui sono state istituite nuove Province fuori del territorio delle Regioni speciali, e in particolare in occasione della istituzione di otto nuove Province attuata ai sensi dell’art. 63 della legge 8 giugno 1990, n. 142, si è invariabilmente previsto che l’elezione dei nuovi consigli avesse luogo nel successivo turno generale delle consultazioni amministrative (pur mancando, all’epoca, ancora un triennio a tale data), cioè alla scadenza naturale dei consigli preesistenti, salva l’ipotesi di scioglimento anticipato di questi ultimi per altra causa (cfr. l’art. 3, comma 2, dei decreti legislativi 6 marzo 1992, nn. 248, 249, 250, 251, 252, 253, 254, e del d.lgs. 30 aprile 1992, n. 277).
La norma impugnata, intervenendo solo sull’elezione, in questa unica occasione, degli organi delle nuove Province e di quelle preesistenti – dunque con la tecnica della legge provvedimento -, dispone invece che tale elezione avvenga anticipando “di diritto” il termine del mandato degli organi già eletti: con ciò ponendosi in contraddizione con i principi che si sono sopra delineati circa le garanzie costituzionali del mandato degli organi elettivi locali”.
Non credo sia necessario aggiungere altre considerazioni rispetto all’inequivocabile motivazione della Corte Costituzionale.
Il rispetto dei principi costituzionali è un dovere per tutti.
Nelle recenti sentenze n. 148/2012, depositata il 7 giugno 2012, e n. 151/2012, depositata il 14 giugno 2012, la Corte Costituzionale ha fissato un monito inequivocabile: “il principio salus rei publicae suprema lex esto non può essere invocato al fine di sospendere le garanzie costituzionali di autonomia degli enti territoriali stabilite dalla Costituzione. Lo Stato, pertanto, deve affrontare l’emergenza finanziaria predisponendo rimedi che siano consentiti dall’ordinamento costituzionale”.
VALUTAZIONI CONCLUSIVE
Sig. Ministro, il nostro ordinamento non si rinnova con proclami, atti di forza e violazione dei principi costituzionali.
E’ necessario un percorso di riforme condivise, non conflittuali, che riportino fiducia nelle Istituzioni.
Né si può pensare di cogliere la triste e deprecabile occasione fornita dai recenti scandali per accelerare riforme che – come prefigurate – non produrranno alcun beneficio.
Da tempo, da più parti, si chiede fortemente – purtroppo inascoltati – di avviare una riforma organica complessiva della Pubblica Amministrazione partendo dalle funzioni.
Bisogna innanzitutto delimitare gli spazi d’azione della Pubblica Amministrazione, semplificare e disboscare tutti quegli ambiti di intervento nei quali non ha senso né utilità l’intervento pubblico come oggi esistente, che può rappresentare soltanto un appesantimento di procedure e costi senza benefici.
Quindi va individuato l’ambito territoriale ottimale e il livello di governo migliore per l’esercizio delle funzioni, individuando con chiarezza ed univocità chi fa cosa, per chiarezza, semplificazione ed individuazione certa delle responsabilità.
Un adeguato ed efficace sistema di controlli garantisce la correttezza della gestione.
Chi immagina di rispondere alla pressante richiesta di pulizia che proviene dall’opinione pubblica ipotizzando soppressioni di livelli essenziali di governo non fa il bene delle Istituzioni.
Immaginare che con un decreto legge si possa sancire la decadenza anticipata di organi democraticamente eletti, non come misura sanzionatoria, ma semplicemente per scelta del Governo in nome di una riforma sulla quale pendono svariati ed autorevoli dubbi sulla legittimità costituzionale nonché sui reali benefici, è inaccettabile.
Costituirebbe un precedente che può pregiudicare l’assetto stesso del sistema costituzionale.
Se si ritenesse legittimo, addirittura con procedura d’urgenza, sancire la decadenza di organi rappresentativi della collettività quali oggi sono i Consigli Provinciali, cosa vieterebbe domani di disporre la stessa misura per i Consiglio Comunali o Regionali.
Se l’emergenza economica può giustificare surrettizie riforme costituzionali, introdotte con decreti legge, semplicemente sottoposti alla ratifica del Parlamento, anche ponendo la questione di fiducia, non vi è chi non veda in questo una palese violazione dei principi su cui si fonda il nostro ordinamento.
Le sentenze della Corte Costituzionale prima richiamate sono illuminanti al riguardo.
E’ necessario un processo di riforma, indubbiamente. Ma tale processo, che deve condurre a rinnovare il patto sociale sancito nella Costituzione, non può che avvenire nel rispetto delle procedure e delle garanzie contenute nella Carta fondamentale.
E questo e tanto più essenziale proprio in una fase storica in cui le forze politiche rappresentate in Parlamento soffrono, come forse mai in precedenza, un’evidente difetto di legittimazione e di rappresentatività, e quando viviamo l’ “anomalia” del Governo tecnico.
La difesa delle Istituzioni e dei principi costituzionali, oggi più che mai, è un’urgente necessità e un dovere per tutti.

Salvaitalia, il Tar dà ragione al Governo: no a sospensiva riordino province


notizie da: BESSONE-SCARZELLO-PUNZI-FEA-ROSSO

da LEGGIOGGI.it

Salvaitalia, il Tar dà ragione al Governo: no a sospensiva riordino province

Bocciato il ricorso delle province


italia
Giovedì 11 ottobre, con una serie di ordinanze, è stata formalmente respinta la richiesta di sospensiva sul riordino delle province che era stata avanzata dalle province di Treviso e Rovigo. La decisione del Tar del Lazio, ovviamente, non è stata vissuta bene dai presidenti protagonisti della proposta del provvedimento sospensivo; infatti hanno già affermato che faranno ricorso al Consiglio di Stato.
La contestazione trae origine dalla delibera fatta dal consiglio dei ministri il 20 luglio scorso, in quella data si determinarono i criteri minimi richiesti di superficie (2.500 kmq) e di popolazione (350.000 abitanti) per stabilire quali province sarebbero dovute essere accorpate e quali invece sarebbero sopravvissute al riordino. Questi parametri, naturalmente, hanno sollevato numerose proteste, pervenute a vere e proprie ricorsi al Tar; sono state sette, infatti, le province che, oltre le due venete, si sono rivolte al tribunale del Lazio e hanno chiesto la sospensione del provvedimento perché “in contrasto con gli articoli 5 e 133 della Costituzione”.
I giudici hanno mandato gli atti alla Corte Costituzionale, la quale il 6 novembre deciderà sul riordino della province decretato dal Salvaitalia. Nel testo della sentenza i magistrati dichiarano che la delibera emanata dal governo è “il primo segmento di una sequenza procedimentale destinata a concludersi con un provvedimento di natura legislativa il quale, fermi naturalmente i limiti costituzionali, è per definizione libero nel contenuto e nel fine”.
Decisamente soddisfatto, dunque, per l’esito deliberato dal Tar del Lazio, il ministro per la Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi, che vede confermata la bontà del suo provvedimento almeno fino a questo grado di appello. “La decisione del giudice amministrativo – dichiara il ministro per la Pubblica amministrazione – conferma anche sul piano strettamente tecnico-giuridico la correttezza dell’operato del governo e costituisce un ulteriore impulso a portare a termine senza indugio il programma di riordino, in piena collaborazione con le regioni, con le province e con le comunità locali”.

Caserta, Patroni Griffi insiste: «Province azzerate» mentre Zinzi resta dubbioso

A CURA DI CLAUDIO BONGIOVANNI, VALTER GIORDANO, GUIDO MARINO, MAURIZIO BARRA e FRANCO FERRARO

 link diretto all'articolo tratto dal corriere del mezzogiorno

Caserta, Patroni Griffi insiste: «Province azzerate» mentre Zinzi resta dubbioso

Il presidente della Provincia:«E' una bufala. Come si fa a immaginare di scavalcare il voto dei cittadini?»

CASERTA - Le dichiarazioni del ministro della Funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi, sono arrivate, qualche giorno fa, come un fulmine a ciel sereno. Il destino delle Province è segnato sin dal varo del decreto «Salva Italia». Ma, a sentire il ministro, la tempistica della riforma sarà molto più rapida di quanto si ipotizzasse: «A fine mese ci sarà un decreto che stabilirà modalità e tempi. Quindi, saranno nominati dei commissari e si andrà al voto. Per il riordino, infatti, non è che si potesse attendere la naturale scadenza della consiliatura provinciale. Fatta la riforma, bisogna partire con il nuovo assetto quanto prima». Ma sebbene il presidente dell'Upi (Unione delle Province italiane), Giuseppe Castiglione, abbia immediatamente minacciato le barricate («Il riordino è un processo delicato: se vogliamo che arrivi a termine, devono essere i politici che sono stati eletti dai cittadini a guidare le amministrazioni. Cancellare i consigli adesso rischia di creare nuovi conflitti») il numero uno dell'amministrazione di corso Trieste, Domenico Zinzi, sembra non mostrarsi preoccupato dalle parole del ministro: «È una bufala. Non potrà mai mettere in pratica quello che sostiene: come si fa ad immaginare di scavalcare il voto dei cittadini? Senza contare che i Cal (Consigli delle autonomie locali, ndr) sono ancora al lavoro per definire le proposte di riordino da trasferire alle Regioni. Di certo il commissariamento può essere praticabile solo per le Province destinate a scomparire». In realtà ieri Patroni Griffi, ospite a Lecce di un convegno organizzato dall'Università del Salento, è tornato sull'argomento. Ed ha ribadito il suo pensiero, confermando che il commissariamento riguarderà tutte le amministrazioni: «Magari la parola commissariamento suona male, ma è un termine tecnico. È chiaro che dovrà esserci un momento in cui il riordino parte tutto assieme. Proprio perché non c'è solo la soppressione di alcune Province, ma un riordino complessivo, il percorso di riforma potrà comportare delle anticipazioni di scadenza del mandato». E quanto ai tempi, il ministro ha sottolineato che «non solo è possibile, ma è anche doveroso farlo entro la fine dell'anno». D'altro canto, il percorso è stato già fissato nei dettagli nel decreto «Salva Italia»: trasmissione delle proposte dei Cal alle Regioni entro il 3 ottobre; nei successivi 20 giorni le Regioni inviano al governo una proposta definitiva; e, in caso di mancata trasmissione nei termini, provvede il governo con un atto di iniziativa legislativa.
Nel nuovo scenario, alle Province resteranno solo le competenze sulla pianificazione territoriale, sulla tutela dell'ambiente, su viabilità e trasporto pubblico, e sull'edilizia scolastica di secondo grado. Scompaiono le giunte: ci saranno solo il presidente e il consiglio (da 10 a 16 consiglieri eletti non a suffragio universale, bensì dai sindaci e dai consiglieri comunali in carica). Il tutto per tagliare radicalmente i costi. «Sono mesi che sollecitavo una discussione in tal senso all'interno della coalizione, per non farci trovare impreparati — afferma il coordinatore provinciale del Pdl, Pasquale Giuliano — nell'interesse del territorio sarebbe stato utile individuare una serie di priorità da portare a compimento entro fine anno. Ma le mie parole sono rimaste inascoltate». «Ora — conclude — i margini sono inesistenti: ho parlato solo pochi giorni fa col ministro Patroni Griffi, il quale mi ha ribadito che le esigenze della spending review non consentono ripensamenti».
Pietro Falco17 ottobre 2012

MobIlità .......IN USCITA..dall''INPS

A CURA DI CLAUDIO BONGIOVANNI E VALTER GIORDANO

Alcuni mesi or sono avevamo messo "in guardia" numerosi colleghi dal non "farsi tentare dalle false sirene" che invitavano a presentare domanda di mobilità intercompartimentale per approdare verso l'INPS, un Ente che peraltro già si trovava nella complessa situazione di dover incorporare il personale proveniente dall'ex INPDAP. 
I fatti ci hanno dato ragione.
(vedasi articolo che segue)


tratto da italiaoggi link diretto all'articolo  - 16 ottobre 2010

SuperInps, riduzione di 4mila dipendenti

SuperInps, riduzione di 4mila dipendenti
Mauro Nori

Il SuperInps ridurrà la propria pianta organica di 4mila dipendenti entro il primo novembre. Dove non si arriverà con i pensionamenti, si userà la mobilità. La notizia è stata comunicata dal direttore generale dell'Inps, Mauro Nori, dopo un'audizione al Senato. In pratica, il personale del SuperInps scenderà da 33mila a 29mila persone.

"Si tratta della riduzione della pianta organica. Dove arriviamo con i pensionamenti bene, poi useremo la mobilità", ha dichiarato Nori. I dati effettivi su cui operare la riduzione arriveranno, però, soltanto alla fine del mese, perché al momento il numero di dipendenti è inferiore al numero risultante nell'attuale pianta organica.

16 ottobre 2012

L’ipotesi di riordino delle province deliberata dal CAL del Piemonte


da: BESSONE-SCARZELLO-PUNZI-FEA-ROSSO 

L’ipotesi di riordino delle province deliberata dal CAL del Piemonte


Il giorno 3 ottobre 2012 (deliberazione n. 10), adempiendo ai termini stabiliti dall’art. 17 d.l. 95/2012, il Consiglio delle Autonomie locali (CAL) del Piemonte ha deliberato l’ipotesi di riordino delle province di cui al comma 3 della citata disposizione legislativa.

Il risultato finale della concitata fase di confronto e trattative che ha occupato, subito dopo la pausa estiva, comuni e province piemontesi non reca con sé particolari sorprese, ma la deliberazione rappresenta un documento di discreto interesse tanto per le considerazioni svolte in premessa quanto per le molte informazioni ricavabili dai suoi allegati.

In merito al risultato finale, il CAL fa propria la proposta elaborata in seno all’Unione delle province piemontesi sul finire del 2011, con l’assenso espresso della Regione. Tale iniziativa manifestava l’intenzione di contrapporre questa proposta di autoriforma al riordino top down che si era profilato con la soppressione ex lege delle province con popolazione inferiore a 300.000 abitanti, prevista dall’art. 15, d.l. 138/2011, poi non convertito per questa parte dalla l. 148/2011. La proposta è stata poi presentata altresì come alternativa all’altra operazione di riordino, ovvero la trasformazione della provincia in ente elettivo di secondo grado, prevista dal legislatore statale con l’art. 23 d.l. 201/2011, norma giunta invece a conversione e attualmente vigente. Essa si presenta quindi come un progetto organico di riforma dell’ente intermedio, al cui interno si coglie l’intenzione politica di “scambiare” il dimezzamento del numero delle province con il mantenimento dell’elezione diretta dei loro organi di governo, nell’ambito di un ripensamento e di una razionalizzazione complessivi del ruolo e delle funzioni provinciali (cfr. all. 2 alla delibera del CAL).

Pertanto, il CAL, rilevando che solo tre delle odierne province piemontesi rispettano i criteri governativi (Alessandria, Cuneo, Torino) e che le restanti (Asti, Biella, Novara, Verbano-Cusio-Ossola, Vercelli) sono destinate (nelle forme attuali) alla soppressione, ipotizza una riduzione da otto a quattro degli enti intermedi, sulla cui scorta la geografia amministrativa piemontese ritornerebbe alla storica quadripartizione sabauda (rectius: rattaziana). Le nuove circoscrizioni sarebbero infatti le seguenti: Provincia di Torino – futura Città metropolitana, Provincia di Cuneo (con il mantenimento dei confini esistenti), Provincia di Asti e Alessandria, Provincia del Piemonte Orientale (Biella, Novara, VCO, Vercelli). Geografia sabauda a parte, tale quadripartizione corrisponde ad esempio a quella sperimentata da circa un quindicennio all’interno del Servizio sanitario regionale, dove i quadranti (con confini analoghi a quelli delle nuove province ipotizzate dal CAL) hanno rappresentato un ambito di riferimento per la programmazione o l’organizzazione di servizi di area vasta, come la rete dell’emergenza o (almeno fino all’introduzione delle c.d. federazioni sanitarie con la l.r. 3/2012) l’acquisto di tecnologie. Un’altra prospettiva dalla quale sarà interessante verificare la solidità della proposta potrà essere quella della geografia giudiziaria, anch’essa come noto in fase di profonda ristrutturazione.

La deliberazione del CAL lascia però indeterminati due aspetti del riordino in essa ipotizzato.

Il primo è quello dei capoluoghi delle nuove province di Asti-Alessandria e del Piemonte Orientale. Non si fatica a comprendere che dietro quello spazio bianco che spicca nel testo della deliberazione vi sia l’intenzione di lasciare aperta la “trattativa” tra i comuni interessati, per il caso in cui sia raggiunto un accordo in deroga al criterio della maggior popolazione stabilito dalla disciplina statale (art. 1, comma 6, deliberazione C.d.M. del 20 luglio 2012 e, poi, art. 17, comma 4-bis, d.l. 95/2012 conv.). Stando alla cronaca locale, il problema, pur riguardando entrambe le nuove province, si presenta particolarmente spinoso con riferimento a quella del Piemonte Orientale. Quest’ultima, infatti, a parte la denominazione poco convincente[1], è quella che ha riscosso una più decisa opposizione da parte di alcuni dei territori in essa ricompresi (Biella e Vercelli).

Se la questione del capoluogo, al netto dei campanilismi, potrà trovare soluzione con l’applicazione del criterio già stabilito dalla normativa di riordino, il secondo aspetto può ritenersi più critico. Infatti, la deliberazione non affronta il destino del territorio non metropolitano della Provincia di Torino. Quel “trattino divisorio” che si nota al punto 1, lett. a) della deliberazione è eloquente rispetto all’incertezza che riguarda la configurazione amministrativa delle porzioni di territorio provinciale torinese che in nessun modo potranno essere incluse nella città metropolitana. Il problema non dipende soltanto dalla tendenza degli ultimi progetti di confinamento a includere nel nuovo ente soltanto i comuni dell’immediata cintura torinese o, in ogni caso, quelli interessati dalle questioni tipiche dell’area metropolitana, perché anche una configurazione della nuova circoscrizione più ampia di quelle finora progettate non potrebbe arrivare a comprendere le vaste zone montane. Rispetto a tutto questo, la deliberazione nulla dice, limitandosi a prendere atto della trasformazione, a partire dal 1 gennaio 2014, della provincia in città metropolitana (sesto capoverso della premessa).

Inoltre, sono degne di breve nota alcune affermazioni che il collegio sviluppa in premessa e dalle quali fa discendere i punti 2 e 3 della parte dispositiva.

Il CAL, infatti, svolge due valutazioni sul processo di riordino d’iniziativa statale in corso: da un lato ribadisce la sua contrarietà alla trasformazione della provincia in ente elettivo di secondo grado, richiamando i rilievi critici formulati in una precedente deliberazione del 21 settembre (la n. 9), che si concludeva con la richiesta alla Giunta regionale di ricorrere alla Corte avverso alcune norme del d.l. 95/2012 (art. 17, commi 6 e 12) confermative dell’art. 23 d.l. 201/2011; dall’altro mostra un apprezzamento per il parziale cambio di rotta del processo di riforma statale, il quale ha rinunciato ad una soppressione dell’ente e scelto di coinvolgere direttamente le autonomie, «investendo altresì le istituzioni regionali e locali della competenza di proporre il disegno di auto-riforma» (quarto capoverso della premessa).

Sulla base del primo ordine di considerazioni, il CAL sollecita la Regione a «raccomandare» al governo di rivedere le norme sull’elezione indiretta degli organi provinciali, nonché a tener conto delle conseguenze del riordino sul piano occupazionale (punto 2 della deliberazione).

Dal secondo ordine di considerazioni discende invece la richiesta che il CAL formula al punto 3, nel quale invita la Regione a «recepire integralmente la presente ipotesi di riordino facendola propria nella proposta di deliberazione da presentare al Governo, così garantendo e salvaguardando il principio di autonomia territoriale a cui dovrà ispirare la propria azione legislativa contemperando l’esigenza di contribuire al conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica con il diritto di iniziativa dei Comuni di cui all’art. 133 della Costituzione» (c.vo nostro). Si tratta di una prospettazione di un ipotetico bilanciamento tra principi costituzionali che non è privo di qualche interesse nell’ambito del dibattito sulla legittimità costituzionale della normativa di riordino (sul quale cfr. i post pubblicati su Diritti regionali: Sui criteri per il riordino delle province e sulla legittimità costituzionale dell’art. 17, d.l. 95/2012; [L. n. 135 del 2012] Riordino delle province: convertito l’art. 17 del decreto-legge sulla spending review; [D.L. n. 95/2012] La spending review sulle province: dimenticato l’art. 133, comma 1, della Costituzione?; È possibile derogare all’art. 133, comma 1, della Costituzione in caso di riordino complessivo delle province?).

Sempre nel quadro del predetto dibattito, possono infine segnalarsi anche gli allegati n. 4, 5, 6, e 7 che riepilogano le delibere con le quali i comuni piemontesi, insieme ad alcune province, hanno esercitato singolarmente l’iniziativa di cui all’art. 133 Cost.

Si tratta di una serie numerosa di deliberazioni, coordinate essenzialmente intorno a tre progetti[2], di cui uno dotato di almeno quattro variabili[3]. Omessa ogni considerazione di merito su tali progetti, può soltanto notarsi che l’esame della vicenda che li riguarda, se conferma una tendenza localistica per certi versi ineliminabile in un panorama comunale frammentato e parcellizzato, per altro verso può: a) far dubitare sull’applicabilità in “forma pura” di un modello di revisione delle circoscrizioni provinciali affidato alle sole iniziative comunali; b) confermare che il dettato costituzionale necessita di una normativa di attuazione che disciplini la procedura della revisione delle circoscrizioni provinciali (com’era già nel TUEL); c) far ritenere che in ultima istanza la legge statale, con l’utile mediazione del parere regionale, possa determinare la modifica delle circoscrizioni anche in difformità da iniziative comunali divergenti.

Il prossimo adempimento procedurale spetta ora alla Regione, la quale, ricevuta l’ipotesi del CAL, avrà tempo fino al 23 ottobre per trasmettere al governo la propria proposta di riordino.
--------------------------------------------------------------------------------
[1] Le zone comunemente ricomprese nel c.d. Piemonte orientale, la cui denominazione ad oggi ha portata giuridicamente rilevante soltanto in ragione del nome assegnato nel 1998 al secondo Ateneo della regione, sono infatti accomunate da un legame meno forte con il capoluogo torinese e con rapporti di lunga tradizione con l’area lombarda, estendendosi non solo al nord-est della regione (come la nuova aggregazione deliberata dal CAL) ma anche al sud-est.

[2] Allargamento della Provincia di Asti ai territori di Alba, Bra, Casale M.to, Acqui T., Chivasso e Chieri, con costituzione della nuova Provincia di Langhe, Monferrato e Roero; accorpamento delle province di Biella, Novara, VCO e Vercelli nella nuova Provincia del Quadrante; accorpamento delle provincie di Biella e Vercelli.

[3] Si tratta del progetto di creazione della Provincia di Biella e Vercelli: “Provincia di Biella e Vercelli”, con capoluogo Vercelli; “Provincia di Vercelli e Biella” con capoluogo Biella; Provincia di Biella e Vercelli (o viceversa…) aperta all’Eporediese; Provincia di Biella e Vercelli (o viceversa…) aperta ai territori di Casale, Ivrea e Valenza.



13 ottobre 2012

Patroni Griffi sulle province: decreto a fine mese

A CURA DI CLAUDIO BONGIOVANNI, VALTER GIORDANO, GUIDO MARINO, MAURIZIO BARRA e FRANCO FERRARO

link diretto all'articolo tratto da rainews.it

Roma, 13-10-2012

"A fine mese ci sarà un decreto che stabilirà modalità e tempi. Quindi saranno nominati dei commissari e si andrà al voto. Per il riordino, infatti, non è che si potesse attendere la naturale scadenza della consiliatura provinciale. Fatta la riforma, bisogna partire con il nuovo assetto quanto prima".

Intervistato dalla Stampa, il ministro per la Pubblica amministrazione Filippo Patroni Griffi annuncia "la rivoluzione delle Province". Poi, spiega, tocchera' alle Regioni.

"Il riordino dei territori dovrebbe riguardare tutto. La nostra e' una riforma mirata a cio' che in questa fase e" possibile realizzare. E' l'inizio di un percorso", dice Patroni Griffi. Per le Regioni, "credo che si possa ripartire da uno studio della Fondazione Agnelli di circa venti anni fa e che ipotizzava dodici Regioni", osserva il ministro.

"In realta' le Regioni devono tornare ai compiti per le quali erano state create: attivita' legislativa e di programmazione. Inoltre - aggiunge - sempre in prospettiva le funzioni amministrative andrebbero affidate prevalentemente ai Comuni. Ma 8.100, di cui i due terzi sotto i 15 mila abitanti, sono troppi. E quindi e' chiaro favorirne l'aggregazione".

"Il nostro intervento non attacca l'autonomia regionale. L'obiettivo e' quello di semplificare il rapporto tra Stato e cittadino", sottolinea Patroni Griffi.

Quanto alla corruzione, "ogni norma puo' essere elusa, ma se si eliminano i troppi centri di spesa forse il percorso e' piu' semplice, e le nostre riforme, ma anche quelle che lasceremo per l'avvenire, sono tasselli importanti di questo processo. Le modifiche al titolo V della Costituzione - conclude - vanno in questa direzione".




03 ottobre 2012

Province, passa la linea light

A CURA DI CLAUDIO BONGIOVANNI, VALTER GIORDANO, GUIDO MARINO, MAURIZIO BARRA e FRANCO FERRARO

dal sito lospiffero.com link diretto all'articolo

Rimangono a bocca asciutta gli appetiti di Asti, Biella e Vercelli. Il riordino prevede quattro distretti piemontesi, compresa la Città Metropolitana di Torino. Pdl e Pd in subbuglio. Astensione Lega

Tutto come previsto. Sul riordino delle province il Consiglio per le autonomie del Piemonte si è svolto e concluso in bagarre: tutti contro tutti, il Pdl e Pd si spaccano, la Lega Nord alla fine porta a casa il risultato, nonostante insceni, assieme ai berlusconiani delusi una uscita dall’aula di Palazzo Lascaris in segno di protesta. Passa l’opzione originaria di accorpamento: quadrante del Nord che raggruppa Novara, Biella, Vercelli e Verbania, Torino con tutti i territori della provincia diventa Città metropolitana, Cuneo resta com’è e Asti si fonde con Alessandria. Nessun volo pindarico: tramontano, almeno per ora, le proposte di Provincia dei vini (Langhe, Monferrato e Roero, attraverso l’assimilazione di Alba e Bra all’interno di Asti), così come la nuova provincia del Canavese. Ma soprattutto viene rifilato uno schiaffone al presidente del Cal Carlo Riva Vercellotti, che più di tutti si era speso per spaccare in due il quadrante: da una parte Biella e Vercelli (provincia di cui lui è presidente) e dall’altra Novara e Vco.

Non c’è stato niente da fare, nonostante il sostegno di due potenti del Pdl piemontese come il capogruppo in Regione Pimonte Luca Pedrale  (eletto a Vercelli) e il consigliere biellese Lorenzo Leardi. Non passa la richiesta di Maria Teresa Armosino, presidente della provincia di Asti, di procrastinare il voto a dopo il 6 novembre, dal momento che proprio in quelle ore il ministro Filippo Patroni Griffi aveva annunciato che una decisione da parte del governo sul funzionamento degli enti di secondo livello “ci sarà soltanto dopo la pronuncia che la Corte Costituzionale è stata chiamata a dare”. E ancora: “Se si dovesse decidere che gli enti di secondo livello sono incostituzionali allora il governo sarebbe obbligato a ripensare per intero la riforma degli Enti Locali, soprattutto per quanto riguarda le province e le città metropolitane”. A Torino come a Roma: decisioni procrastinate dopo la sentenza dei giudici. Ma la richiesta non passa: il voto finisce 27 a 23, dopo che il Pdl di Novara, Verbania e Torino volta le spalle alla Armosino e si pronuncia per andare alla resa dei conti.

La contrapposizione non è tra centrosinistra e centrodestra, ma tra territori in guerra tra loro: mors tua vita mea e se Asti scompare, Alessandria si rafforza. Nasce così l’alterco tra i sindaci democratici di Asti e Alessandria, Fabrizio Brignolo e Rita Rossa, con lei che avrebbe sparato alzo zero contro il collega: “Avete riempito la provincia di Asti con manifesti con il logo del Gruppo regionale del Pd (e di questi tempi l’accusa non è da poco ndr) in cui avete scritto: noi non vogliamo andare con Alessandria perché è in dissesto. Dovete vergognarvi”. E la consigliera astigiana Angela Motta, la stakanov delle sagre paesane, che risponde: “Ma vergognati tu”. Lo spettacolo non è edificante, e meno male che i protagonisti sono tutti dello stesso partito. Tra i presenti assistono attoniti anche la consigliera regionale pidiellina Rosanna Valle e l’assessore al Bilancio di piazza Castello Giovanna Quaglia, anche loro astigiane.

Poco dopo lo sfogo di un altro sconfitto, Riva Vercellotti: “Avete tradito me e i cittadini vercellesi. Cinquanta sindaci si erano espressi per la provincia di Biella e Vercelli, dirò loro che li hanno presi per il…”. Il livello della discussione si fa aulico e intanto chi ormai aveva capito che andava incontro alla disfatta, decide per un ultimo colpo a effetto: il Pdl di Asti lascia l’aula, così come la Lega Nord proprio mentre l’assemblea vota la delibera di riordino delle province: alla fine il pronunciamento è bulgaro, 27 sì e 4 no.

«In Piemonte le Province non potranno essere più di quattro, Torino compresa: lanciare suggestioni per farne risalire il numero a cinque o sei oggi fa a pugni con la coerenza che tutti noi abbiamo il dovere di praticare» aveva dichiarato il presidente della Provincia di Torino, Antonio Saitta, tra coloro che per salvare l’ente per primo aveva progettato l’assetto poi approvato dal Cal, peraltro con l’accordo del Pdl.

Ora la partita si trasferisce su un altro campo: nel documento votato, infatti, il Consiglio per le autonomie chiede espressamente alla Regione di intercedere presso il Governo per mantenere le province come organo elettivo di primo grado. La palla passa ora all’assemblea regionale chiamata a ratificare l’indirizzo emerso al Cal.

Cuneo è prevista con gli attuali confini

notizie da : BESSONE-SCARZELLO-PUNZI-FEA-ROSSO

Consiglio autonomie locali: sì alla proposta di 4 Province piemontesi

Cuneo è prevista con gli attuali confini


Il Consiglio delle autonomie locali ha "licenziato" con 27 voti favorevoli e 4 contrari la proposta di riduzione delle Province piemontesi: da otto a quattro. Sopravvivono: Torino, futura città metropolitana; Cuneo con gli attuali confini; Asti-Alessandria; Piemonte Orientale (Novara, Vco, Biella e Vercelli).
 
Il Cal chiede che la decisione sia recepita dalla Regione nella proposta di deliberazione da presentare al governo.
 
Il Cal sollecita inoltre la Regione a raccomandare al governo di rivedere la forma di governo delle province e il relativo sistema elettorale introducendo nuovamente l’elezione diretta dei loro organi. Infine si raccomanda che la razionalizzazione e riorganizzazione degli uffici abbia come presupposto la salvaguardia occupazionale.

La decisione è stata approvata dopo un lungo e acceso dibattito che ha visto rappresentanti delle province di Asti, Biella e Vercelli esprimere la maggiore contrarietà per una proposta che non considera l’espressione e la volontà di porzioni importanti del territorio. 
 

LE VOTAZIONI DEI CAL AL 2 OTTOBRE 2012. SITUAZIONE PER REGIONE

A CURA DI CLAUDIO BONGIOVANNI, VALTER GIORDANO, GUIDO MARINO, MAURIZIO BARRA E FRANCO FERRARO

tratto dal sito UPI

RIORDINO DELLE PROVINCE

LE VOTAZIONI DEI CAL AL 2 OTTOBRE 2012. SITUAZIONE PER REGIONE
Il 26 settembre il Cal Abruzzo ha già approvato la proposta di riordino

L’ipotesi prevede la riduzione delle Province dalle attuali 4 a 2
Le nuove Province dell’Abruzzo sarebbero dunque: L’Aquila-Teramo; Pescara-Chieti

Il 1 ottobre hanno votato i Cal Liguria, Veneto, Emilia Romagna e Marche

Emilia Romagna: l’ipotesi votata prevede la riduzione delle Province dalle attuali 9 a 4 più la Città metropolitana di Bologna.
Le nuove Province dell’Emilia Romagna sarebbero dunque: Piacenza-Parma; Reggio Emilia-Modena; Ferrara; Ravenna-ForlìCesena- Rimini .

Liguria: l’ipotesi votata prevede la riduzione delle Province dalle attuali 4 a 2 più la Città metropolitana di Genova.
Le nuove Province della Liguria sarebbero dunque: Savona-Imperia; La Spezia

Marche: l’ipotesi votata prevede la riduzione delle Province dalle attuali 5 a 4.
Le nuove Province delle Marche sarebbero dunque: Ancona; Pesaro-Urbino; Macerata; AscoliPiceno-Fermo.

Veneto: l’ipotesi votata prevede il mantenimento delle attuali 6 Province e l’istituzione della Città metropolitana di Venezia.
Le Province del Veneto sarebbero dunque: Belluno; Treviso; Padova; Vicenza; Rovigo e Verona.


Il 2 ottobre si sono svolte le riunioni dei Cal Lombardia, Toscana, Lazio e Campania.

Lombardia: l’ipotesi votata dal Cal Lombardia prevede la riduzione delle Province dalle attuali 12 a 8 più la Città metropolitana di Milano.
Secondo questa ipotesi, le nuove Province della Lombardia sarebbero: Pavia; Lodi-Cremona; Mantova; Brescia; Bergamo; Sondrio; Como – Lecco - Varese; Monza Brianza.

Toscana: il Cal Toscana non ha preso posizione ed ha deciso di inviare al Consiglio Regionale due diverse proposte. La prima, presentata dall’Upi regionale, prevede la riduzione delle Province dalle attuali 10 a 5 più la Città metropolitana di Firenze.
Secondo questa ipotesi le Province della Toscana sarebbero: Massa-Lucca; Prato-Pistoia; Siena-Grosseto; Arezzo; Pisa-Livorno.
La seconda ipotesi prevede la riduzione delle Province da 10 a 4 più la Città metropolitana di Firenze. Secondo questa ipotesi le Province della Toscana diventerebbero: Massa-Lucca-Pisa-Livorno; Prato-Pistoia, Siena-Grosseto, Arezzo.

Lazio: Il CAL Lazio, anche a seguito della decisione della Regione Lazio di presentare ricorso alla Corte Costituzionale sull’articolo 17 della Legge 135/2012, ha deliberato di non presentare proposte di riordino.

Campania: Il Cal Campania ha deliberato la richiesta al Presidente della Regione di presentare una proposta di deroga per evitare l’accorpamento della Provincia di Benevento alla Provincia di Avellino.

Per oggi sono previste le riunioni dei Cal di Piemonte e Umbria.

26 settembre 2012

Con Province accorpate ridurre Regioni


COMPONENTI CISL: BESSONE-SCARZELLO-PUNZI-FEA-ROSSO

DA SITO UPI
  
 
 

Riforme istituzionali: con Province accorpate ridurre Regioni

Castiglione “D’accordo con Caldoro: ridurre il numero e chiarire competenze”“Abbiamo sempre detto che il riordino delle Province dovesse essere considerato solo il primo passo di un percorso generale di riforma delle istituzioni locali. E’ evidente che ora che le Province stanno avviando il percorso di riorganizzazione che le porterà a ridursi quasi della metà nel numero, bisognerà cominciare a lavorare ad una conseguente riduzione del numero delle Regioni”.E’ il commento del Presidente dell’Upi, Giuseppe Castiglione, alle dichiarazioni del Presidente della Regione Campania, Stefano Caldoro, che dal quotidiano Il Mattino lancia la proposta di riorganizzazione delle Regioni.
“Non posso che essere d’accordo con il Presidente Caldoro – prosegue Castiglione - anche perché al termine della riforma delle Province, con la nascita delle nuove grandi aree vaste, saranno diverse le Regioni con dimensione territoriale e demografica inferiore alle Province stesse.
Quando abbiamo presentato al Governo e al Parlamento la nostra proposta di riforma – sottolinea il Presidente dell’Upi - avevamo chiarito che, per avere efficacia, la riduzione delle Province doveva essere considerata solo il primo passo.
Ma non si tratta solo di rivedere confini geografici, perché il tema vero è l’urgenza di riportare le Regioni a svolgere i compiti che sono loro assegnati dalla Costituzione - le funzioni legislative, di coordinamento e programmazione - riportando le funzioni amministrative in capo a Comuni e Province.
Le Regioni invece negli anni sono diventati dei carrozzoni in cui si fa di tutto, direttamente o attraverso la miriade di società che sono state istituite per gestire competenze amministrative tipiche degli enti locali.
Per questo – conclude Castiglione - mi auguro che adesso si possa riprendere quel cammino di autoriforma che lo scorso anno era stato annunciato dalle Regioni, e che invece è stato portato fino in fondo solo dalle Province”.

Roma, 24 settembre 2012

(24-09-2012)
Barbara Perluigi