Componenti CISL: Bessone-Scarzello-Punzi-Fea-Rosso
COMUNICATO STAMPA
Il Consiglio dei Ministri ha approvato oggi il decreto legge “disposizioni urgenti
per la riduzione della spesa pubblica a servizi invariati” (spending review).
Fin dall’insediamento, il Governo ha deciso di procedere non mediante tagli lineari, bensì
con interventi strutturali rivolti a migliorare la produttività delle diverse articolazioni della
pubblica amministrazione.
Con gli interventi odierni il risparmio per lo Stato sarà di 4,5 miliardi per il
2012, di 10,5 miliardi per il 2013 e di 11 miliardi per il 2014.
Una prima serie di interventi è stata deliberata con il Provvedimento della PCM e il decreto
legge del MEF sullo “snellimento delle strutture e la riduzione degli organici” (Comunicato
stampa del 15 giugno 2012). Le nuove disposizioni di revisione della spesa pubblica
mirano a tre obiettivi:
- Il primo obiettivo è quello di iscrivere il funzionamento dell’apparato
statale – e le relative funzioni – entro un quadro razionale di valutazione e
programmazione. Si tratta di un’operazione strutturale, il cui buon fine è legato alla
ottimizzazione delle procedure e delle articolazioni dello Stato, inclusa quella giudiziaria,
all’accorpamento o alla dismissione degli enti non necessari e alla progressiva riduzione
degli organici, privilegiando la distribuzione razionale delle risorse umane e materiali a
disposizione delle pubbliche amministrazioni.
- La riduzione della spesa non incide in alcun modo sulla quantità di
servizi erogati dalle pubbliche amministrazioni a favore dei cittadini ma mira
a migliorarne la qualità e l’efficienza. Stimola, così, la crescita e la competitività del
Paese, in linea con le best practices europee e con le sollecitazioni degli investitori
internazionali.
- L’eliminazione degli eccessi di spesa – ed è questo il terzo obiettivo – produrrà una
serie di benefici concreti per i cittadini. Permetterà, anzitutto, di evitare l’aumento di
due punti percentuali dell’IVA per gli ultimi tre mesi del 2012 e per il primo
semestre del 2013.
Grazie al risparmio ottenuto sarà inoltre possibile estendere la clausola di
salvaguardia in materia pensionistica prevista dal decreto legge “Salva Italia”
ad altri 55.000 soggetti, anche se maturano i requisiti per l’accesso al pensionamento
successivamente al 31 dicembre 2011. Complessivamente, l’importo a favore dei lavoratori
“salvaguardati” è di 1,2 miliardi ( a partire dal 2014).
Sono infine previsti stanziamenti per la ricostruzione delle zone
danneggiate dal sisma. 500 milioni sono stati già stanziati con il decreto d’urgenza per
le zone terremotate. La spending garantirà ulteriori risorse: 1 miliardo per il
2013 e 1 miliardo per il 2014.
Sarà adottato un terzo provvedimento di spending review. Esso riguarderà le
agevolazioni fiscali, la revisione strutturale della spesa e i contributi pubblici sulla base
delle analisi effettuate, per incarico del Governo, dal Professor Giuliano Amato e dal
Professor Francesco Giavazzi.
La riduzione degli eccessi di spesa delle pubbliche amministrazioni, per la parte
relativa ai beni e servizi, è frutto dell’analisi svolta del Commissario straordinario
per la spending review, Enrico Bondi. L’analisi ha permesso di individuare un
benchmark di riferimento – o indicatore di valore mediano di spesa – in base al
quale stimare l’eccesso di spesa in capo alle amministrazioni (lo Stato centrale, le Regioni,
le Province, i Comuni e gli enti pubblici non territoriali). L’indicatore, che tiene conto delle
peculiarità di ciascuna amministrazione, costituisce la base analitica per superare una
metodologia di riduzione della spesa che colpisce nella stessa proporzione i soggetti
virtuosi e quelli meno virtuosi, disincentivando il perseguimento di comportamenti
efficienti. Il nuovo metodo allinea i centri di spesa meno performanti a quelli efficienti ed
è, quindi, la premessa per operare riduzioni di spesa selettive.
Per calcolare la mediana sono stati prese in considerazione 72 merceologie
(prendendo spunto anche dalle lettere dei cittadini). Tra queste, ad esempio, le spese di
cancelleria e quelle per i carburanti; il consumo di energia elettrica; le spese di pulizia e
quelle postali, i buoni pasto, le spese per pubblicità, quelle per la somministrazione di pasti
nelle scuole e ospedali. Per ciascuna di queste merceologie è stata confrontata la spesa di
ciascuna amministrazione con quelle omologhe, prendendo in considerazione il numero di
dipendenti e la popolazione residente.
Per la parte restante, relativa alla riduzione delle dotazioni organiche delle
pubbliche amministrazioni, la razionalizzazione del patrimonio pubblico, l’organizzazione
degli enti pubblici e la soppressione di enti e società, la riduzione della spesa si basa
sull’elaborazione svolta dai Ministeri, ciascuno per la parte di propria competenza.
Un valido supporto è giunto infine dagli oltre 135.000 messaggi di cittadini che
hanno aderito alla consultazione pubblica sulla spending review, segnalando al
Governo sprechi e inefficienze. Singoli cittadini e associazioni hanno scritto individuando,
in modo puntuale ed esaustivo, i disservizi nell’azione delle pubbliche amministrazioni.
Nella distribuzione geografica – che vede un sostanziale equilibrio tra Nord e Sud – il
primato per numero di segnalazioni spetta a Lombardia, Lazio, Emilia Romagna,
Campania e Sicilia. Amministrazioni territoriali (37% del totale), spese sanitarie (14% delle
segnalazioni), acquisti di beni pubblici (8%), personale (7%), efficienza energetica (6%):
sono questi i temi delle segnalazioni che hanno contribuito a orientare l’azione di
ricognizione del Commissario e dei Ministeri. Tra le iniziative segnalate più
frequentemente come esempi di buone prassi spiccano “Cielobuio” (che propone una
riduzione dei tempi e dei punti di illuminazione negli edifici pubblici), l’esternalizzazione
del trasporto pubblico locale (già sperimentata con successo da alcune amministrazioni
locali) e la riduzione del parco auto (con oltre il 20% della segnalazioni) ricorrendo a
soluzioni alternative come il car sharing o il car pooling.
Di seguito, in sintesi e suddivisi per argomento, gli interventi previsti dal decreto:
A – RIDUZIONE PER L’ACQUISTO DI BENI E SERVIZI E TRASPARENZA DELLE PROCEDURE
Il primo insieme di interventi riguarda l’attività negoziale delle pubbliche
amministrazioni, riducendo la spesa per l’acquisto di beni e servizi e incentivando la
trasparenza delle procedure.
Dall’analisi svolta dal Commissario Enrico Bondi è emerso un divario significativo
tra il volume di acquisti presidiati da Consip – la società per azioni del Ministero
dell’Economia e delle Finanze che gestisce il Programma per la razionalizzazione degli
acquisti nella P.A. – e gli approvvigionamenti che le amministrazioni effettuano in
autonomia.
Per ridurre il gap tra i due valori e attribuire a Consip (come prevede la legge) il
ruolo di “centrale acquisti” dello Stato, sono previste le misure elencate di seguito (che non
si applicano al servizio sanitario nazionale, per il quale è prevista una specifica
regolamentazione):
- viene stabilita la nullità dei contratti che non siano stati stipulati
attraverso gli strumenti di acquisto messi a disposizione da Consip. Sono
naturalmente fatti salvi i contratti stipulati tramite diverse centrali di committenza, se
questi prevedono condizioni più favorevoli per le Amministrazioni pubbliche;
‐ si prevede che il Commissario straordinario Bondi istituisca, tramite Consip, un
albo delle varie centrali di committenza e che riceva notizia in tempo reale
dell’avvenuta stipula dei contratti stipulati dalle stesse centrali di committenza. Consip
provvederà a pubblicare i dati relativi a detti contratti e convenzioni;
- con riferimento a determinate categorie di beni e di servizi – per il momento si
tratta dei seguenti, con facoltà per il futuro di aumentare il numero: energia elettrica, gas,
carburanti - rete ed extra-rete, combustibili per riscaldamento e telefonia - fissa e mobile –
viene stabilito l’obbligo assoluto per le pubbliche amministrazioni di acquistare
attraverso gli strumenti di acquisto e di negoziazione messi a disposizione da
Consip ovvero dalle centrali di committenza regionali. I contratti stipulati in
violazione di tale regola sono nulli e costituiscono illecito disciplinare e sono causa di
reponsabilità amministrativa;
- le amministrazioni pubbliche possono effettuare acquisti autonomi
esclusivamente per la durata e la misura strettamente necessarie, in attesa della
stipula della convenzione messa a disposizione dalla Consip e dalle centrali di committenza
regionali;
- nei contratti in essere, validamente stipulati, viene inserita ex lege una clausola
che attribuisce alle amministrazioni il diritto di recesso, qualora le imprese
non adeguino il contenuto delle prestazioni ancora da effettuare alle migliori
condizioni previste in convenzioni Consip successive alla stipula dei contratti
stessi. Il mancato esercizio del diritto di recesso è comunicato dalla Amministrazione alla
Corte dei Conti al fine del controllo successivo sulla gestione del bilancio e del patrimonio;
- viene poi introdotto un meccanismo di riduzione delle condizioni
economiche in favore delle amministrazioni che fanno ricorso alle
convenzioni-quadro Consip e delle centrali di committenza regionali;
- i piccoli comuni potranno, in alternativa all’obbligo di costituire una centrale
di committenza, utilizzare gli strumenti elettronici di acquisto gestiti da Consip
o da altra centrale di committenza;
- Le Amministrazioni statali centrali già dal 2012 assicurano una riduzione di spesa
per l’acquisto di beni e servizi per importi, che sono accantonati e resi indisponibili degli
stati di previsione dei singoli Ministeri, indicati in un apposito allegato. Resta salva la
facoltà per i titolari dei singoli Dicasteri di indicare entro il 10 settembre una
differente ripartizione della riduzione degli importi nell’ambito del proprio
stato di previsione;
B – RIDUZIONE DELLE DOTAZIONI ORGANICHE DELLE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI
Alla riduzione della spesa per l’acquisto di beni e servizi seguono le misure relative
alle dotazioni organiche delle pubbliche amministrazioni, la cui finalità principale è il
recupero dell’efficienza della macchina burocratica e, per i casi virtuosi,
l’ottimizzazione nell’allocazione delle risorse umane.
Il programma di riduzione – che non si applica al comparto scuola e AFAM, per cui
restano valide le specifiche discipline di settore, alle strutture del comparto sicurezza, al
Corpo nazionale dei vigili del fuoco, al personale amministrativo operante presso gli Uffici
giudiziari e al personale della magistratura – si articola nei seguenti interventi:
- le Amministrazioni dello Stato, incluse quelle ad ordinamento autonomo, le
agenzie, gli enti pubblici – economici e non – e gli enti di ricerca, fermo restando la
riduzione degli organici da operare ai sensi del decreto legge 138 del 2011, devono
procedere ad una ulteriore riduzione degli uffici di livello generale e di livello
non generale, e delle relative dotazioni organiche, non inferiore al 20% di
quelli esistenti. Devono inoltre procedere a una rideterminazione delle dotazioni
organiche del personale non dirigenziale non inferiore al 10%.
La riduzione favorirà l’equilibrio nelle piante organiche, migliorando la gestione dei
flussi decisionali. Lo conferma il fatto che, alle riduzioni, il decreto associa l’obbligo di
razionalizzare gli assetti strutturali. Il riassetto organizzativo è realizzato con un
ampio ventaglio di interventi. Anzitutto, con il riordino delle competenze degli uffici e
l’eliminazione delle duplicazioni. Si prevede poi una riorganizzazione degli uffici periferici
su base regionale o interregionale, una unificazione delle strutture con funzioni logistiche e
strumentali (gestione del personale e dei servizi comuni) e si procede alla tendenziale
eliminazione degli incarichi di studi e ricerca ai dirigenti non titolari di uffici.
- le Forze armate ridurranno il totale generale degli organici in misura
non inferiore al 10%.
- Un capitolo importante del decreto riguarda la gestione del personale in
soprannumero. Per costoro si procede, in primo luogo, alla risoluzione unilaterale
del rapporto di lavoro nei confronti dei dipendenti che, in base alla disciplina
vigente prima dell’entrata in vigore dell’ultima riforma introdotta dal decreto
legge n. 201 del 2011, avrebbero ottenuto la decorrenza del trattamento
pensionistico entro il 31 dicembre 2014. Il trattamento di fine rapporto sarà
corrisposto al momento della maturazione del diritto alla corresponsione. In subordine, si
applicheranno le regole ordinarie previste per la mobilità.
C – RIDUZIONE DI SPESE IN MATERIA DI PUBBLICO IMPIEGO
Le razionalizzazione delle piante organiche delle amministrazioni non esaurisce le
misure di spending review dedicate al pubblico impiego. Il decreto, infatti, prevede un
insieme di misure complementari che, pur nella diversità di contenuto che le caratterizza,
perseguono lo stesso obiettivo: la migliore allocazione delle risorse disponibili,
nell’ottica dell’efficienza e del buon andamento dell’azione amministrativa. Gli
interventi riguardano le spese in materia di parco auto, gli incarichi consulenziali, la
disciplina dei buoni pasto, delle ferie, dei riposi spettanti al personale, oltre al sistema di
pagamento dei cedolini.
Per quanto riguarda il parco auto si introduce, a partire dal 2013, un limite pari
al 50% della spesa sostenuta per il 2011 da applicarsi all’acquisto,
manutenzione, noleggio ed esercizio di autovetture, oltre che all’acquisto di
buoni taxi. Il limite può essere derogato, per il solo 2013, esclusivamente per i contratti
pluriennali già in essere. Altre eccezioni sono previste per il Corpo nazionale dei vigili del
fuoco e per i servizi istituzionali di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica. I contratti
di locazione o noleggio in corso possono essere ceduti alle Forze di polizia e gli autisti sono
assegnati a differenti mansioni ovvero, qualora provenienti da altra amministrazione, sono
restituiti all’amministrazione di appartenenza.
Si introduce poi il divieto di attribuire incarichi di studio e consulenza a
soggetti, già appartenenti ai ruoli dell’amministrazione e collocati in
quiescenza, che abbiano svolto, nel corso dell’ultimo anno di servizio,
funzioni e attività corrispondenti a quelle oggetto dell’incarico di studio o
consulenza. Viene inoltre abrogata la normativa in materia di vice dirigenza.
Per quanto riguarda il valore dei buoni pasto attribuiti al personale, anche
di qualifica dirigenziale, viene stabilito a 7 Euro il limite al valore nominale. Tutte le
disposizioni normative e contrattuali più favorevoli cessano di avere applicazione a partire
dal 1 ottobre 2012.
Le ferie e i riposi spettanti al personale, anche di qualifica dirigenziale,
sono obbligatoriamente fruiti secondo quanto prevedono gli ordinamenti
dell’amministrazione di appartenenza e in nessun caso danno diritto alla
corresponsione di trattamenti economici sostitutivi. La violazione della norma
comporta il recupero delle somme indebitamente erogate ed è fonte di responsabilità
amministrativa e disciplinare per il dirigente responsabile.
L’ultimo intervento di razionalizzazione riguarda i cedolini. In base all’analisi
svolta dal Commissario Bondi, la disomogeneità nei servizi di pagamento delle retribuzioni
dei dipendenti pubblici contribuisce all’aumento della spesa pubblica. Per eliminare
l’anomalia il decreto stabilisce che le amministrazioni stipulino convenzioni
con il MEF per omogeneizzare il sistema di pagamento degli stipendi, oppure
rinegozino i contratti vigenti, con un abbattimento del costo del servizio non
inferiore al 15%.
D– RAZIONALIZZAZIONE DEL PATRIMONIO PUBBLICO E RIDUZIONE DEI COSTI PER LE
LOCAZIONI PASSIVE
Il quinto ordine di misure riguarda il patrimonio pubblico, che viene razionalizzato,
e i costi delle locazioni passive, che vengono ridotti. In particolare:
- per il triennio 2012 – 2014, non si applica l’aggiornamento all’indice
Istat del canone dovuto da tutte le amministrazioni pubbliche (comprese le
Regioni, gli enti locali, gli enti pubblici e le autorità indipendenti) per l’utilizzo in
locazione passiva di immobili per finalità istituzionali, prevedendo la facoltà
del locatore di recedere dal contratto;
- si consente l’uso gratuito in favore dello Stato degli immobili di
proprietà degli enti territoriali a condizioni di reciprocità;
- si avvia la rinegoziazione delle locazioni passive di immobili ad uso
uffici di proprietà di terzi (di norma almeno un anno prima della loro scadenza) al fine
di giungere alla riduzione del 15% dei canoni. La rinegoziazione presuppone la permanenza
delle esigenze allocative all’esito dei piani di riorganizzazione delle strutture
amministrative previsti dalle norme vigenti e la presenza di adeguate disponibilità
finanziarie;
- si riducono gli spazi ad uso ufficio a disposizione delle
amministrazioni statali. Negli uffici di nuova costruzione (o che, in generale, abbiano
strutture tali da consentire una notevole flessibilità nella configurazione degli spazi interni)
il parametro di riferimento è compreso tra i 12 e i 20 metri quadrati per addetto. Negli
uffici che non sono di nuova costruzione (o hanno limitata flessibilità nell’articolazione
degli spazi interni) il parametro di riferimento è fissato tra i 20 e i 25 metri quadrati per
addetto. Spetterà all’Agenzia del demanio il compito di definire gli strumenti e le
indicazioni metodologiche di supporto alle amministrazioni per il monitoraggio e la
redistribuzione;
- si introducono norme tese a ridurre gli spazi destinati agli archivi delle
amministrazioni statali. Le amministrazioni procedono, entro il 31 dicembre di ogni
anno, allo scarto di atti di archivio e comunicano annualmente all’Agenzia del demanio gli
spazi resi disponibili;
- si procede ad una ricognizione degli immobili di proprietà degli enti
pubblici non territoriali affinché sia verificata la possibilità di utilizzarli in
locazione passiva dalle Amministrazioni dello Stato per proprie finalità
istituzionali, prevedendo il pagamento di canoni agevolati (30% valore locativo);
- si accelera la procedura di vendita degli alloggi di servizio di proprietà
del Ministero della difesa;
- l’Agenzia del demanio opera quale centrale di committenza che stipula
accordi quadro con operatori del settore per la realizzazione di interventi manutentivi posti
a carico del conduttore sui beni immobili di proprietà dello Stato ovvero di terzi utilizzati a
qualsiasi titolo dalle Amministrazioni, al fine di conseguire risparmi connessi alle maggiori
economie di scala ed all’abbattimento dei costi amministrativi;
- una parte degli avanzi di gestione dell’Agenzia del demanio sono
destinati all’acquisto di immobili per soddisfare le esigenze allocative delle
Amministrazioni dello Stato, oppure interventi di manutenzione per il recupero di
immobili statali;
- si rendono più efficaci talune disposizioni relative alla valorizzazione ed
utilizzazione a fini economici di beni immobili di proprietà dello Stato;
- si estende il regime fiscale di favore previsto per le SIIQ (società di
investimento immobiliare quotate) alle società di gestione e valorizazione di
immobili pubblici promosse dall’Agenzia del demanio
E –SOCIETÀ PUBBLICHE E IN HOUSE
Un capitolo importante del decreto per la revisione della spesa pubblica fa
riferimento all’articolazione complessiva della macchina dello Stato, incidendo in
particolare sulle società pubbliche. Le misure principali sono le seguenti:
- Vengono previste disposizioni sulla composizione dei consigli di
amministrazione delle società a totale partecipazione pubblica. I CDA di
queste società dovranno essere composti da non più di tre membri. Di questi,
due devono essere dipendenti dell’amministrazione titolare della partecipazione, in caso di
società a partecipazione diretta; oppure due dipendenti della società controllante, per le
società a partecipazione indiretta. Il terzo componente ha funzioni di presidente e
amministratore delegato. Viene, comunque, consentita la nomina di un amministratore
unico;
- è fatto divieto alle pubbliche amministrazioni di detenere
partecipazioni in società controllate, direttamente o indirettamente che
abbiano conseguito per l’anno 2011 un fatturato da prestazione di servizi a
favore di pubbliche amministrazioni superiore al 90%. Le società a partecipazione
totalitaria verranno sciolte entro il 31 dicembre 2013, ovvero, in caso di mancato
scioglimento, non potranno ricevere affidamenti diretti di servizi;
- a decorrere dal 1° gennaio 2013 le pubbliche amministrazioni possono
acquisire a titolo oneroso servizi di qualsiasi tipo, anche mediante la stipula
di convenzioni, da enti di diritto privato soltanto in base a procedure previste
dalla normativa nazionale e comunitaria. In tal caso gli enti privati non possono
ricevere contributi a carico delle finanze pubbliche. Restano escluse da tale disposizione le
fondazioni istituite con la finalità di promuovere lo sviluppo tecnologico e l’alta formazione
tecnologica;
- dalla data di entrata in vigore del decreto (e fino al 31 dicembre 2015) i limiti per
le assunzioni previsti per le società controllanti si applicano anche alle società
controllate inserite nel conto economico consolidato della pubblica amministrazione;
- sempre dalla data di entrata in vigore del decreto è fatto divieto, a pena di
nullità, di inserire clausole arbitrali in sede di stipulazione di contratti di
servizio intercorrenti tra società a totale partecipazione pubblica e le
amministrazioni statali;
- al fine di evitare distorsioni della concorrenza e del mercato e di assicurare la
parità degli operatori nel territorio nazionale, a decorrere dal 1° gennaio 2014 le
pubbliche amministrazioni devono acquisire sul mercato di beni e servizi
mediante le procedure concorrenziali previste dal codice appalti;
- dal 1° gennaio 2014 l’affidamento diretto può avvenire solo a favore di
società a capitale interamente pubblico nel rispetto della normativa
comunitaria per la gestione in house, a condizione che il valore economico del
servizio o dei beni oggetto di affidamento sia pari o inferiore a 200mila euro annui.
F – RIDUZIONE DELLA SPESA DEI MINISTERI
Il decreto contiene un capitolo relativo alla riduzione della spesa dei singoli
Ministeri, realizzata prevalentemente attraverso la riduzione dell’ammontare dei contributi
erogati a fondi e agenzie. Per i Ministeri e gli enti statali sono stati eliminati eccessi di
spesa per un importo di 1 miliardo e mezzo per il 2012 e 3 miliardi a partire dal 2013
Per quanto riguarda in particolare il Ministero dello Sviluppo economico e il
ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti le misure di razionalizzazione
prevedono:
- soppressione dell’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni private e
di interesse collettivo (ISVAP) e della Commissione di vigilanza sui fondi
pensione (COVIP). Le funzioni dei due enti saranno accorpate dall’IVARP, che nasce
come unico istituto per la vigilanza sulle assicurazioni e sul risparmio
previdenziale, nel pieno rispetto delle indicazioni comunitarie in materia. Il nuovo ente
funzionerà in stretta sinergia con le strutture della Banca d’Italia, così da
assicurare una piena integrazione dell’attività di vigilanza nei settori finanziario,
assicurativo e del risparmio previdenziale, anche attraverso un più stretto collegamento
con la vigilanza bancaria. L’istituto diventerà operativo entro 120 giorni dall’entrata in
vigore del decreto, realizzando un risparmio di costi pari ad almeno il 10% delle spese di
funzionamento dei due enti soppressi.
- soppressione dell’Ente nazionale per il Microcredito, dell’Associazione
Luzzatti e della Fondazione Valore Italia. La soppressione dell’Ente nazionale per il
Microcredito avverrà entro 30 giorni dall’entrata in vigore del decreto. Soppressione
immediata per l’Associazione italiana studi cooperativi “Luigi Luzzatti”, ente strumentale
del ministero dello Sviluppo Economico – che dunque ne assorbe le competenze – per
promuovere la cultura cooperativa. Con l’entrata in vigore del decreto, viene soppressa
anche la Fondazione Valore Italia, il cui scopo era la promozione del design italiano, anche
attraverso la realizzazione di un’esposizione permanente. Le sue attività vengono trasferite
nell’ambito dell’attività ordinaria del ministero dello Sviluppo economico.
- soppressione della società Arcus spa, società vigilata dal Mibac e dal Mit, la
cui mission è la promozione di iniziative legate ai beni culturali e al mondo dello
spettacolo. Le attività finora svolte dalla società saranno eseguite dalle competenti
strutture del ministero dei Beni culturali.
- ulteriori misure riguardano l’annullamento dell’accordo tra Mit, Comune di
Catanzaro, Provincia di Catanzaro e Regione Calabria relativo a Centro Tipologico
Nazionale; la razionalizzazione Comitato Centrale per l’albo degli autotrasportatori; la
riduzione dei compensi degli organi delle Autorità portuali; infine, la riorganizzazione
assetto operativo uffici periferici non coperti da dirigente.
G– RIDUZIONE DELLA SPESA DEGLI ENTI TERRITORIALI
Un capitolo ulteriore riguarda gli enti territoriali. Si riducono di 700 milioni di
euro per l’anno 2012 (e di 1.000 milioni di euro a decorrere dall’anno 2013) i
trasferimenti dello Stato alle Regioni a statuto ordinario, escludendo dalla
riduzione le risorse destinate al Servizio Sanitario Nazionale. La ripartizione tra le Regioni
di tale riduzione sarà determinata dalla Conferenza Stato-Regioni, considerando la
virtuosità e gli eccessi di spesa di ciascuna Regione rilevati dal Commissario straordinario
per la spesa pubblica, Enrico Bondi;
Analoghe misure sono previste nei confronti dei Comuni e delle Province. Per questi
la Conferenza Stato Città provvede alla ripartizione della riduzione dei
trasferimenti. Per i Comuni la riduzione è pari a 500 milioni di euro per l’anno 2012 e
2.000 milioni di euro a decorrere dall’anno 2013. Per le Province la riduzione è di 500
milioni di euro per l’anno 2012 e 1.000 milioni di euro a decorrere dal 2013.
La partecipazione delle Regioni a statuto speciale e delle Province
autonome di Trento e Bolzano alla realizzazione degli obiettivi di finanza
pubblica avviene, secondo modalità stabilite in attuazione dei rispettivi statuti, per un
importo di 500 milioni di euro per l’anno 2012, di 1.000 milioni di euro per l’anno 2013 e
di 1.500 milioni di euro a decorrere dal 2014 (prevedendo, in fase di prima applicazione,
un accantonamento annuale a valere sulla compartecipazione ai tributi erariali, sulla base
di un accordo in sede di Conferenza Stato-Regioni).
Inoltre, si riduce ulteriormente il limite entro cui gli enti territoriali
possono procedere alla spesa per assunzione di personale e si pone il divieto
per le Province di assumere personale a tempo indeterminato, fino a che non
sarà data attuazione alla riduzione e razionalizzazione delle Province stesse.
A partire dal 1° gennaio 2011 i crediti maturati nei confronti delle regioni, degli enti
locali e degli enti del Servizio sanitario nazionale per somministrazione, forniture e appalti,
possono essere compensati con le somme dovute a seguito di iscrizione a ruolo. A tal fine il
creditore acquisisce l’apposita certificazione e la utilizza per il pagamento, totale o parziale,
delle somme dovute a seguito dell’iscrizione a ruolo. Viene ora previsto che qualora la
Regione, l’ente locale o l’ente del Servizio sanitario nazionale non versino all’agente della
riscossione l’importo oggetto della certificazione le somme sono recuperate mediante
riduzione delle risorse dovute, a qualunque titolo, dallo Stato all’ente territoriale
inadempiente.
H– RIDUZIONE E ACCORPAMENTO PROVINCE
Il decreto interviene anche sulle province, prevedendone la riduzione e
l’accorpamento, con l’obiettivo di dimezzare il numero attuale.
La riduzione avverrà sulla base di due criteri: il primo è la dimensione
territoriale, il secondo è la popolazione. La definizione esatta dei parametri per la
dimensione territoriale e la popolazione sarà completata entro 10 giorni dalla data di
entrata in vigore del decreto, con apposito provvedimento del Consiglio dei Ministri.
All’accorpamento e riduzione si giunge attraverso una procedura che vede il ruolo
attivo degli Enti territoriali. Il Governo trasmette al Consiglio delle autonomie locali,
istituito in ogni regione, la propria deliberazione con i criteri. Successivamente, ogni
Consiglio approva il piano di riduzione entro 40 giorni. Entro la fine dell’anno sarà
completato il piano di accorpamenti.
I Comuni capoluogo di Regione sono esclusi dagli interventi di accorpamento e
riduzione. Le province che “restano in vita” avranno le seguenti competenze:
ambiente (soprattutto per il settore discariche); trasporti e viabilità (anche per quanto
attiene la costruzione, la classificazione e la gestione delle strade). In attuazione del decreto
“Salva Italia”, vengono devolute ai Comuni tutte le altre competenze che finora lo Stato
aveva attribuito alle province.
Entro il 1° gennaio 2014 vengono istituite le Città metropolitane, dieci in
tutto: Roma, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli, Reggio
Calabria. Contestualmente, verranno soppresse le relative province
I – PUBBLICA ISTRUZIONE,UNIVERSITÀ, ENTI DI RICERCA
Per quanto riguarda la pubblica istruzione, l’Università e gli Enti di ricerca le misure
principali sono le seguenti:
- servizi di tesoreria per le scuole e fondo per il loro finanziamento. Viene
istituito un servizio di tesoreria unica per le scuole nel quale confluiranno tutte le risorse
finanziarie attualmente depositate presso istituti bancari privati. In questo modo Banca
d’Italia disporrà di una maggiore disponibilità di cassa di circa 1 Miliardo di euro, con
conseguente economia data dal miglioramento dei saldi di cassa e una minore spesa di
interessi sul debito pubblico quantificabile in circa 8 milioni per il 2012 e 29 milioni a
regime. Le scuole a questo punto potranno gestire la propria liquidità come fanno già ora
gli enti di ricerca.
- Contabilità speciali scolastiche. Attraverso un’opera di razionalizzazione nella
gestione delle risorse finanziarie del ministero, 30 milioni verranno messi a disposizione
delle scuole per le proprie spese di funzionamento mentre una ulteriore somma di pari
importo andrà a contribuire ai miglioramenti dei saldi di cassa.
- controllo di regolarità amministrativa e contabile. In linea con un orientamento
di maggiore equità, la spesa per compensi aggiuntivi al personale impegnato nell’attività di
controllo sull'attività amministrativa e contabile delle istituzioni scolastiche porterà un
risparmio annuo alle scuole quantificabile in 8 milioni.
- personale del Miur presso scuole estere e MAE. Si opera una riduzione del
personale scolastico comandato presso il MAE con funzioni di coordinamento e gestione
delle scuole italiane all'estero. Di concerto, si opera una ulteriore riduzione anche del
personale dei docenti impiegati presso le scuole italiane all'estero. Da entrambe queste
misure sono attesi risparmi per 2,6 nell'anno in corso e di 16 Mln a regime.
- personale inidoneo a insegnamento. Con questa norma si prevede di impiegare il
personale dichiarato inidoneo all'insegnamento ma con mantenuta capacita lavorativa, in
attività amministrative presso le stesse scuole, nell'ambito regionale. Da questa misura si
ottiene una riduzione di spesa nell'immediato di 38,5 milioni, che a regime supereranno i
100.
- visite fiscali. Viene trasferita alle regioni una somma forfettaria di 23 milioni circa che
consentiranno alle scuole di poter usufruire senza oneri finanziari e amministrativi delle
visite fiscali.
- utilizzo del personale docente in esubero. In linea di continuità con il processo che
mira al pieno impiego di tutto il personale scolastico, viene previsto l'utilizzo in particolare
dei docenti senza cattedra per attività di docenza in materie affini. Fermo restando
l'accertamento delle competenze necessarie a garantire il risultato didattico atteso. In
particolare verificando il possesso degli idonei titoli di studio.
- vincoli al turn over per il sistema universitario statale e per gli enti di
ricerca. Si prevede per le università e gli enti di ricerca l'adeguamento alla normativa già
in vigore preso le altre pubbliche amministrazioni, in materia di limitazione alle nuove
assunzioni.
- Altre disposizioni di carattere finanziario ed esigenze indifferibili. Vengono
stanziati 10 milioni per le università non statali. Questa cifra è inferiore a quella assegnata
negli scorsi anni agli atenei privati, pari a 20 milioni. Si destinano 90 milioni in più per il
diritto allo studio. In questo modo si riporta lo stanziamento al valore storico. Infine, si
destinano 103 milioni per la gratuita dei libri di testo nella scuola secondaria di primo
grado ( per le primarie i libri di testo sono assicurati gratuitamente dai Comuni). In questo
caso lo stanziamento rimane invariato rispetto a quello degli scorsi anni.
– SANITÀ
L’analisi della spesa sanitaria delle diverse Regioni, delle singole Aziende sanitarie
locali e ospedaliere ha evidenziato una notevole variabilità dei costi sostenuti per l’acquisto
di beni e servizi (sanitari e non sanitari) di farmaci e di dispositivi medici. Si è quindi
deciso di concentrare gli sforzi per una riduzione dei costi sanitari su 4 capitoli di spesa:
- condizioni di acquisto e fornitura di beni e servizi. Si prevede anzitutto la
rideterminazione degli importi e delle prestazioni previsti nei singoli contratti di fornitura
nella misura del 5%, a decorrere dall’entrata in vigore del decreto legge e per tutta la durata
del contratto. Tale misura straordinaria - finalizzata ad anticipare già nel 2012 le misure
sui beni e servizi previste dal decreto legge n. 98 del 2011 – produrrà pienamenti i suoi
effetti a decorrere dal 2013 e sarà basata sull’obbligo per le centrali di acquisto di tenere
conto dei nuovi contratti dei prezzi di riferimento che via via l’Autorità di controllo sui
contratti pubblici renderà noti e disponibili.
Per i contratti già stipulati è prevista invece una rinegoziazione tra
Azienda sanitaria e fornitori, oppure la possibilità di recesso da parte della
struttura pubblica, nel caso di significativi scostamenti (20%) tra i prezzi in vigore e
quello di riferimento (in deroga all’articolo 1171 del Codice civile).
- spesa per farmaci. Per il 2012 è previsto un aumento dello sconto
obbligatorio che le farmacie e le aziende farmaceutiche praticano nei
confronti del Servizio Sanitario Nazionale. Lo sconto passa, per le farmacie, da
1,82% a 3,85% ed è variabile, a partire dall’entrata in vigore del decreto, per il 2012, 2013, e
2014. Per le aziende farmaceutiche lo sconto passa da 1,83% a 6,5%, per il solo anno 2012,
a partire dall’entrata in vigore del decreto. Per gli anni successivi la revisione della spesa
viene operata tramite una ridefinizione delle regole che prevedono un tetto di
spesa sia per la farmaceutica convenzionata territoriale che per la
farmaceutica ospedaliera. Per la farmaceutica territoriale viene individuato un nuovo
tetto di spesa pari all’11,5% (rispetto al precedente 13,3%). Per la farmaceutica ospedaliera
il nuovo tetto è del 3,2% (rispetto al precedente 2,4%).
Nel caso di sfondamento del tetto della farmaceutica territoriale viene
confermato il meccanismo di ripiano totalmente a carico della filiera farmaceutica
(aziende, grossisti, farmacisti); per lo sfondamento della spesa farmaceutica
ospedaliera, che fino ad oggi è stato tutto a carico delle Regioni, viene introdotto un
meccanismo di ripiano che pone a carico delle aziende farmaceutiche il 50% del totale.
- spesa per dispositivi medici. Per il solo secondo semestre 2012 viene previsto
un abbattimento del 5% degli importi e dei volumi di fornitura. Mentre nel 2013
la revisione della spesa viene realizzata tramite la fissazione di un tetto di spesa pari al
4,8% per tali dispositivi. Le Regioni sono chiamate a garantire tale tetto di spesa sia
attraverso l’utilizzo dei prezzi di riferimento, sia attraverso interventi di razionalizzazione
nella fase di acquisto, immagazzinamento e utilizzo degli stessi nelle attività assistenziali.
- acquisto di prestazioni sanitarie da soggetti privati accreditati. La
misura prevista consiste in una riduzione del budget assegnato alle singole strutture pari
all’1% per il 2012 e al 2% per il 2013, rispetto al budget 2011.
A cura di: Valter Giordano,Roberto Bessone,Cristina Lavina,Claudio Bongiovanni,Marino Gandolfo, Ornella Siracusa, Alessandro Mantero, Franco Ferraro,Giampaolo Viale. Se desideri pubblicare un post invia un'e-mail a rsu@provincia.cuneo.it.Puoi inserire il commento ad un post.Verrà a breve pubblicato previa moderazione (controllo identità autore). Voi tutti siete i reali ed unici responsabili del contenuto dei post e dei commenti che inserirete nonché delle loro sorti.
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06 luglio 2012
03 luglio 2012
Tagli: le Province al Governo Monti -Castiglione: “La spending review non sia una nuova manovra”
componenti CISL: Bessone-Scarzello-Punzi-Fea-Rosso
Tagli: le Province al Governo Monti - Castiglione: “La spending review non sia una nuova manovra”
“La spending review è un’operazione di riqualificazione della spesa necessaria su cui c’è piena disponibilità di ciascuno a fare la propria parte. Cosa diversa è se si trasforma nell’ennesima manovra di tagli alle Province e agli Enti locali”. Lo dichiara il Presidente dell’Upi, chiarendo: “non abbiamo ancora avuto nessuna informazione ufficiale dal Governo, ma le notizie che oggi circolano sulla stampa ci preoccupano. Intervenire ancora sulle Province con nuovi tagli lineari e così pesanti - se le cifre su cui si sta ragionando sono quelle pubblicate dai media - vuol dire mandare in dissesto le Province e gli enti locali, e con essi tutti i servizi che queste istituzioni assicurano ai cittadini, dalla manutenzione delle strade alla messa in sicurezza delle scuole, dal trasporto pubblico alle politiche per l’ambiente e il territorio. Ci auguriamo davvero che non sia questo che il Governo ci presenterà domani. Noi – conclude il Presidente Castiglione - siamo stati chiamati a discutere di riforme, di riduzione in default gli enti nessuna riorganizzazione sarà possibile, e non è certo di Province e Comuni con bilanci al dissesto che il Paese ha bisogno”.
28 giugno 2012
Province, in arrivo la riforma scure su enti e società regionali
Componenti Cisl: Bessone-Scarzello-Punzi-Fea-Rosso
Province, in arrivo la riforma scure su enti e società regionali
Di Redazione il Denaro – giovedì 28 giugno 2012
Una forte riduzione delle Province, che punta a riconoscere a questi enti funzioni fondamentali su territorio, ambiente e viabilità a cui potrebbero aggiungersi altre funzioni eventualmente delegate dalle Regioni. L’esecutivo è intenzionato a varare la prossima settimana un decreto legge sulla riforma degli assetti delle Province. L’ipotesi prevalente sarebbe, dunque, quella di superare il modello previsto dall’articolo 23 del Salva Italia, su cui si erano registrati non pochi malumori nelle autonomie, preferendo invece la formula già individuata dalla Carta delle autonomie. A ciò si aggiungerebbe anche una forte riduzione delle società delle regioni e degli enti strumentali.
Addio province nelle grandi città: arrivano i sindaci metropolitani
Componenti CISL: Bessone-Scarzello-Punzi-Fea-Rosso
Da “Il Messaggero”
Da “Il Messaggero”
Addio province nelle grandi città: arrivano i sindaci metropolitani
ROMA - Dal primo giugno 2013 cesseranno di esistere dieci Province italiane, che saranno sostituite da altrettante città metropolitane; già nelle prossimesettimane invece dovrebbe essere definito il piano di accorpamento che porterà alla scomparsa di un’altra quarantina degli attuali enti. La spending review spinge il governo ad accelerare i tempi di un riassetto di cui si parla almeno dalla scorsa estate, ma che finora era rimasto inattuato: le nuove norme fanno parte di un provvedimento ad hoc destinato ad essere esaminato in tempi rapidi dal Consiglio dei ministri, anche se forse non nella riunione della prossima settimana.
Il passaggio al momento più concreto è forse proprio quello che farà diventare i primi cittadini di dieci grandi città (Roma, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria) anche «sindaci metropolitani» delle relative aree territoriali. Ma questo non sarà necessariamente l’esito finale perché, dopo il primo mandato, toccherà alle stesse città metropolitane stabilire nel proprio Statuto se far coincidere le due figure oppure se prevedere l’elezione del sindaco metropolitano, con le modalità fissate per il presidente della Provincia.
In ogni caso il nuovo sindaco potrà eleggere un vice ed attribuire deleghe a singoli consiglieri. Questi, scelti tra i sindaci dei Comuni del territorio, saranno sedici nelle città metropolitane con popolazione superiore a 3 milioni di abitanti, dodici in quelle con un numero di abitanti compreso tra 800 mila e tre milioni, dieci nelle altre. Le nuove entità erediteranno le competenze delle Province ed inoltre si occuperanno di pianificazione territoriale e delle reti infrastrutturali, di gestione e organizzazione dei servizi pubblici, mobilità e viabilità, coordinamento dello sviluppo economico.
Per svolgere queste attività potranno contare sulle risorse umane e strumentali delle attuali Province e di quelle finanziarie così come riviste nell’ambito del federalismo fiscale. Il territorio delle città metropolitane coinciderà con quello delle vecchie Province; per i Comuni resta però la possibilità prevista dalla Costituzione di proporre modifiche.
Le altre Province sono destinate ad essere accorpate in base ad un’ipotesi di riordino che il governo dovrebbe presentare entro venti giorni dall’entrata in vigore del provvedimento. Nel testo si parla di criteri di dimensione territoriale, numero di abitanti, numero di Comuni ma non sono indicate cifre. Le Regioni a statuto speciale e le Province autonome di Trento e Trieste avranno sei mesi per adeguarsi.
La bozza di provvedimento contiene altri tre capitoli importanti: l’obbligo per i Comuni al di sotto dei 5.000 abitanti di esercitare in forma associata le proprie funzioni fondamentali, la soppressione (o comunque l’accorpamento) dei numerosi enti ed agenzie che oggi svolgono funzioni affidate ad enti locali con conseguente moltiplicazione di poltrone, e la riorganizzazione dell’amministrazione periferica dello Stato con la concentrazione delle funzioni nelle prefetture che avranno il ruolo di uffici territoriali dello Stato. Da quest’ultimo riassetto dovranno derivare risparmi del 10 per cento rispetto alla spesa attuale.
Dichiarazione del presidente della Provincia di Benevento Aniello Cimitile in merito alla soppressione delle piccole Province
Componenti CISL: Bessone-Scarzello-Punzi-Fea-Rosso
Dichiarazione del presidente della Provincia di Benevento Aniello Cimitile in merito alla soppressione delle piccole Province:
Dichiarazione del presidente della Provincia di Benevento Aniello Cimitile in merito alla soppressione delle piccole Province:
«Prendo atto con soddisfazione che il presidente Castiglione dell’Unione delle Province d’Italia, nel corso della sua Relazione all’Assemblea Nazionale del sodalizio, ha ripreso la problematica delle Province di antica costituzione nell’ambito dei progetti di riforma delle Autonomie Locali annunciati dal Governo.
A questo punto, occorre agire con velocità e fermezza perché in sede parlamentare siano proposti emendamenti e correttivi alla probabile formulazione di accorpamento delle piccole Province nel disegno di legge dell’Esecutivo.
Credo che quanto detto pubblicamente dal sen. Pasquale Viespoli e dall’on.le Mario Pepe dimostri la possibilità di un’azione corale e convergente in grado di proporre l’introduzione, tra i criteri della revisione dell’assetto delle Province, quello concernente la salvaguardia almeno degli Enti nati nel XIX secolo per le ragioni che ho già più volte rappresentato anche ai vertici dell’UPI.
Sarebbe addirittura possibile portare gli eventuali criteri di selezione delle Province da accorpare da tre a quattro, richiedendo che due su quattro di tali requisiti siano soddisfatti.
Questa nuova formulazione dei criteri permetterebbe alla Provincia di Benevento, istituita nel 1860, di difendere la propria autonomia territoriale, salvaguardando una esperienza di vita amministrativa a tutela dell’identità storica e culturale locale e finalizzata allo sviluppo delle aree deboli del Mezzogiorno.
Rivolgo, pertanto, un nuovo e pressante appello a tutte la rappresentanza del Sannio in Parlamento affinché vigilino sull’iter legislativo che si andrà ad intraprendere nei prossimi giorni, nella serena consapevolezza che questa difesa della Provincia non è una battaglia per la difesa di rendite di posizione parassitarie di potere, quanto piuttosto per la tutela di un passato, di un presente e, soprattutto, di un futuro di un territorio e della sua gente».
"Scontro" tra Regione Veneto e Province
RSU CGIL a cura di Claudio Bongiovanni, Guido Marino, Valter Giordano, Franco Ferraro.
VENETO: LA REGIONE "TOGLIE" COMPETENZE ALLE PROVINCE
Regione Veneto ha fatto troppo presto i conti con l’abolizione delle
Province?
A considerare la natura di alcuni suoi provvedimenti, tutti
volti a togliere competenze agli enti intermedi, si direbbe di sì. Di
fronte a questa «svolta», però, le amministrazioni provinciali hanno
manifestato la loro contrarietà.
Definito da alcune Province Venete il comportamento della Regione
«censurabile e in palese violazione del principio di leale
collaborazione tra istituzioni»
A scatenare le ire dei presidenti
provinciali del Veneto sono stati, in particolare, quattro provvedimenti: quello con
cui la Regione ha sottratto alle Province i tirocini estivi di
orientamento (delibera dello scorso 6 giugno); quello con cui, sempre la
Regione, ha proposto di trasferire ai Comuni le funzioni provinciali in
materia di cave (ddl del 22 maggio); quindi quello con cui le Province
sono state escluse da ogni competenza in materia di gestione del
servizio idrico integrato (legge regionale 17/2012) e, infine, quello
con cui la Regione ha scelto di procedere senza il coinvolgimento degli
enti intermedi sul documento preliminare del cosiddetto «Piano di
gestione dei rifiuti» (deliberazione di giunta del 2 maggio).
I provvedimenti della
Regione sono destinati ad avere ripercussioni pesanti. «In tema di cave
- viene spiegato -, il disegno toglie l’attività ispettiva di controllo;
quindi c’è la questione dei rifiuti, per cui la gestione passerà ai
singoli Comuni, diventando di fatto ingestibile. Senza dimenticare le
tematiche che riguardano il lavoro e la formazione professionale».
A fronte di tutto ciò una domanda posta da un Presidente di Provincia: "Qualcuno per esempio mi
deve dire dove metterò quelle persone che ora lavorano negli uffici che
si vogliono trasferire».
UPI: assemblea generale No a veti dalle Regioni sulle Province
RSU CGIL a cura di Claudio Bongiovanni, Guido Marino, Valter Giordano, Franco Ferraro.
Tratto dal sito dell'U.P.I.: 27/06/2012
Province: Castiglione “Appello al Governo e ai partiti. Non ci possono essere veti dalle regioni sulle Province"
Saitta “Non accettiamo ostruzionismo su nostro progetto: perché non presentano proposta per loro
“Sulla
riforma delle Province sono ore decisive: facciamo appello al Governo
Monti, perché prosegua nella strada avviata del confronto con l’Upi, e
presenti una proposta organica, completa, che consenta non solo di
ridurre le Province, ma di semplificare l’amministrazione territoriale,
istituendo le Città metropolitane, assegnando funzioni certe di area
vasta alle Province, tagliando gli enti e le agenzie strumentali delle
Regioni, e razionalizzando la presenza dello stato nei territori. Non
possiamo accettare che su questo tema ci siano veti da parte delle
Regioni”. Lo ha detto il Presidente dell’Upi, Giuseppe Castiglione,
concludendo i lavori dell’Assemblea Nazionale delle Province a Roma.
“Noi abbiamo fatto una scelta di serietà, prendendoci carico per quello
che ci riguardava, di contribuire a riformare le autonomie locali.
Abbiamo presentato una proposta seria, che, con estremo coraggio, è
stata accolta da tutti, anche dalle Province che verranno accorpate. Non
le Regioni non hanno accettato la sfida dell’autoriforma, ma anzi,
proprio dalle Regioni arrivano in queste ore pressioni per fermare la
proposta dell’Upi, che invece con il Governo ha iniziato un percorso
decisivo. Facciamo appello al Governo Monti, e anche ai partiti politici
che hanno sostenuto la nostra proposta, a non interrompere questo
percorso ora, a portare a termine una riforma così importante, a
bloccare le tentazioni di chi vuole l’affermarsi di un neocentralismo
regionale. Altrimenti, se si sceglierà di procedere per strappi,
presentando la solita riforma inattuabile, non potremo fare altro che
promuovere nuovamente ricorso alla Corte Costituzionale contro i
provvedimenti che saranno presentati”.
“In
queste ore sta emergendo con chiarezza quali sono i soggetti che
vogliono impedire il progetto di riforma dell’amministrazione locale del
Paese. Sono le Regioni che, senza avere mai aperto un confronto franco
con l’Upi, stanno in queste ore intervenendo sul Governo per bloccare la
nostra proposta di autoriforma”. Lo dichiara il Vice Presidente
dell’Upi, Antonio Saitta, rilevando come “oggi abbiamo appreso dal
Ministro Cancellieri che le Regioni hanno chiesto incontri al Governo
per parlare della riforma delle Province. Sarebbe stato corretto che
avessero invece aperto un confronto per un progetto di autoriforma delle
Regioni stesse, anziché tentare di bloccare il nostro percorso di
semplificazione istituzionale, che, ci rendiamo perfettamente conto,
mette profondamente in discussione anche i 3.279 enti strumentali che le
Regioni hanno in questi anni costituito e che evidentemente non hanno
alcuna intenzione di chiudere. I poteri regionali sui territori. Quello
che ci appare chiaro è che le Regioni sono interessate a svuotare le
Province, per costituire ancora nuovi enti e agenzie”.
(27-06-2012)
Barbara Perluigi
27 giugno 2012
"Riforma province evitando doppioni"
componenti CISL: Bessone-Scarzello-Punzi-Fea-Rosso
da Italia Oggi"Riforma province evitando doppioni"
Un modello alternativo di riforma delle province che eviti le duplicazioni di funzioni. È quello che ha lanciato ieri il ministro della funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi, chiudendo a Roma la prima giornata dell'assemblea nazionale dell'Upi, l'Unione delle province italiane. Non un taglio netto, come prevedeva l'articolo 23 del primo decreto Monti, il cosiddetto Salva-Italia, ma una revisione di sistema, che coinvolga le autonomie locali e le ramificazioni periferiche dell'amministrazione centrale. Il progetto sarà uno dei pilastri del decreto legge sulla spending review, che è atteso al consiglio dei ministri di lunedì sera, preceduto da vertice a Palazzo Chigi con sindacati e poi regioni, comuni e province. «Con il ministro Giarda e Cancellieri stiamo elaborando un secondo modello di sistema che riguarderà sia l'amministrazione periferica che le autonomie», ha detto Patroni Griffi. L'obiettivo è di evitare, in una riforma organica, duplicazioni di funzioni tra province, città metropolitane, amministrazione periferica, comuni, unioni di comuni, enti e agenzie sparse sul territorio. E anche di non andare a uno scontro frontale con le stesse autonomie, «di cui abbiamo registrato le contrarietà», dirà Patroni Griffi. L'annuncio è stato accolto con favore dai presidenti delle province italiane presenti a Roma, che da tempo rivendicano un approccio non solo ragionieristico sul dossier dei risparmi sugli enti locali. «Il modello illustrato dal ministro è positivo, vedremo al tavolo di lunedì prossimo i dettagli, che sono altrettanto importanti: i criteri di accorpamento e le funzioni», commenta il presidente dell'Upi, Giuseppe Castiglione, che con un paragone calcistico liquida la partita governo-province con un pareggio: «Abbiamo incassato il goal dell'articolo 23, oggi abbiamo segnato noi». Il numero di -42 sembra quello «che più si avvicina alla realtà», ha detto il ministro commentando le ipotesi di taglio alle province. E ha poi indicato i tempi: «La riforma complessiva va fatta entro la legislatura», va avviata in blocco, ragiona il ministro, anche se poi sarà realizzata in tempi diversi. L'Upi ha ribadito che le province italiane sono quelle con minor incidenza sulla spesa pubblica: l'1,7% contro il 5,4% della Francia e il 4,2% della Germania. Il dossier presentato evidenzia che, per funzioni e costi, le province nostrane sarebbero in linea con quelle degli altri paesi europei e addirittura costerebbero meno. E poi Castiglione punta il dito contro gli sprechi delle regioni: «Non vorremmo ritrovarci con grandi province dotate di funzioni essenziali e regioni che mantengono ancora in vita oltre 4 mila enti strumentali, per non parlare di regioni che hanno meno abitanti di alcune province». E indica in consorzi e società partecipate il grasso da tagliare. La controriforma dell'Upi: città metropolitane, ridurre le province, lasciando al territorio il compito di decidere gli accorpamenti, eliminare enti e agenzie di stato, regioni e degli enti locali, «consentirebbe di risparmiare in un anno 5 miliardi di euro, contro i 60 milioni dell'iniziale progetto del governo di taglio alle province».
25 giugno 2012
Il Governo punta a tagliare 42 province
RSU CGIL a cura di Claudio Bongiovanni, Guido Marino, Valter Giordano, Franco Ferraro.
Rassegna stampa
Tratto dal sole 24ore - 25/06/2012
Il colpo di spugna potrebbe arrivare per decreto, anche se il
condizionale - mai come in questo caso - è d'obbligo. Quaratadue province delle 86 delle regioni a statuto ordinario verrebbero soppresse
per la mancanza di due dei tre criteri fissati dai tecnici del Governo,
vale a dire una popolazione residente superiore ai 350mila abitanti,
un'estensione territoriale di almeno 3mila chilometri quadrati e un
numero di almeno 50 amministrazioni comunali sul territorio.
Dal taglio, che solo il pre-consiglio di oggi confermerà se inserito
nel decreto sulla spending review o in un altro provvedimento,
resterebbero escluse le province capoluogo e quelle delle regioni a
statuto speciale. Le scelta delle due caratteristiche su tre per
garantire il salvataggio alle amministrazioni provinciali che, a quel
punto, si troverebbero ad esercitare le loro funzioni anche sull'area
delle vicine cancellate, sembra rappresentare l'ultima mediazione
proposta, all'interno dell'Esecutivo, tra chi come il ministro per la Pa
e la Semplificazione, Filippo Patroni Griffi, opta per una soluzione
normativa selettiva di riordino generale e chi, invece, vorrebbe
l'attuazione integrale (comunque da fare con una legge) dell'articolo 23
del decreto legge salva-Italia, che porterebbe alla trasformazione di
tutte le province in enti di secondo livello rispetto ai comuni del loro
territorio, peraltro prive di funzioni core.
L'opzione Patroni Griffi si integra con un intervento
attuativo della norma del 2010 (inapplicata) sulle unioni comunali
sollecitato dall'Anci, con il varo delle dieci città metropolitane
(Torino, Milano, Genova, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari e
Reggio Calabria) accompagnato dalla contestuale soppressione delle
province interessate e con il ridisegno delle amministrazioni
periferiche dello Stato (prefetture, questure, eccetera). Questa
proposta avrebbe il vantaggio di offrire una soluzione preventiva agli
effetti dell'articolo 23 del primo decreto Monti, sulla cui
costituzionalità la Corte è stata chiamata a pronunciarsi.
Il suo limite è più che altro politico. Oltre ai dubbi sull'inserimento di una materia ordinamentale così delicata in un decreto legge, bisogna, infatti, fare i conti con le opposizioni scontate che la riforma incontrerebbe in Parlamento, dove tutti i partiti (tranne Idv e Udc) hanno presentato disegni di legge assai più soft. Senza dimenticare la "freddezza" più volte manifestata dal ministro dell'Interno, Anna Maria Cancellieri, sull'idea di razionalizzare tutti gli uffici periferici dello Stato.
Il suo limite è più che altro politico. Oltre ai dubbi sull'inserimento di una materia ordinamentale così delicata in un decreto legge, bisogna, infatti, fare i conti con le opposizioni scontate che la riforma incontrerebbe in Parlamento, dove tutti i partiti (tranne Idv e Udc) hanno presentato disegni di legge assai più soft. Senza dimenticare la "freddezza" più volte manifestata dal ministro dell'Interno, Anna Maria Cancellieri, sull'idea di razionalizzare tutti gli uffici periferici dello Stato.
Lo schema di articolato che verrà esaminato oggi in pre-consiglio, se
confermato nella sua interezza, avrebbe più di un punto di contatto con
la proposta di autoriforma avanzata dall'Upi nel febbraio scorso. E
capace, a detta dei suoi proponenti, di generare risparmi per 5
miliardi. Così suddivisi: 500 milioni dall'introduzione delle città
metropolitane e dalla riduzione delle province da 107 a 60; altri 500
milioni dal miglioramento dell'efficienza delle amministrazioni
provinciali; 2,5 miliardi dal riordino degli uffici periferici statali;
1,5 miliardi dall'abolizione di enti e agenzie strumentali.
Pre-consiglio a parte, un'idea più precisa sullo stato dell'arte e sulla presenza di eventuali divergenze all'interno dell'Esecutivo si potrà avere domani durante il primo dei due giorni dell'assemblea convocata dall'Upi a Roma. E che vedrà gli interventi dei due ministri più interessati alla "contesa" sulle province: Patroni Griffi e Cancellieri.
Pre-consiglio a parte, un'idea più precisa sullo stato dell'arte e sulla presenza di eventuali divergenze all'interno dell'Esecutivo si potrà avere domani durante il primo dei due giorni dell'assemblea convocata dall'Upi a Roma. E che vedrà gli interventi dei due ministri più interessati alla "contesa" sulle province: Patroni Griffi e Cancellieri.
21 giugno 2012
Province, il governo fa sul serio: "Taglio dopo le vacanze estive" Il primo assaggio entro giugno col decreto sulla spending review
RSU CGIL a cura di Claudio Bongiovanni, Guido Marino, Valter Giordano, Franco Ferraro e Diego Reineri
Un primo anticipo con il decreto sulla spending review di giugno. E, in autunno, il taglio vero e proprio. Sta prendendo questa forma il piano di riorganizzazione delle Province e degli uffici statali su
base provinciale allo studio del governo. Un piano che, stavolta,
appare più concreto rispetto a quello a cui la nostra storia ci ha
abituato, perché l’esecutivo lo sta approntando insieme all’Unione delle
Province, impegnata in prima linea in questa revisione del nostro
sistema di enti locali.
La questione è stata affrontata in un primo incontro due giorni fa,
al quale seguiranno altri appuntamenti già nei prossimi giorni. «Non c’è
ancora nulla di fissato, ma i contatti sono continui», fanno sapere
dall’Upi. E, in questo senso, grosse novità potrebbero arrivare già con
l’assemblea nazionale delle Province italiane, prevista per il prossimo 26 giugno a Roma, alla presenza del ministro della Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi e della titolare dell’Interno Annamaria Cancellieri.
Il progetto del governo parte dall’idea, anzitutto, di favorire la nascita delle città metropolitane, previste da anni e mai attuate. In queste aree, Comuni con competenze più pesanti e allargate si sostituirebbero di fatto alle amministrazione provinciali. Quelle sul piatto sono in tutto dieci: Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari e Reggio Calabria. Insieme rappresentano l’11% della superficie nazionale, il 31,5% della popolazione e addirittura il 34% del prodotto interno lordo. Questo taglio potrebbe arrivare già per fine mese. A questa prima sforbiciata si dovrebbe accompagnare il taglio delle Province sotto i 300mila o 350mila abitanti (le Province diventerebbero enti di secondo livello, come le comunità montane, e non sarebbero elette a suffragio universale). Con l’ipotesi più soft, quella del taglio sotto i 300mila abitanti, sarebbero a rischio una quarantina di amministrazioni. Tra queste Pistoia, Piacenza, Savona, Siena, Prato, Rovigo, Trieste, Grosseto, Lodi, La Spezia, Imperia, Asti, Belluno, Massa Carrara, Sondrio e Vercelli. Salendo a 350mila rischierebbero, invece, oltre cinquanta province: tra queste anche Arezzo, Livorno, Lecco e Rimini.
Il progetto del governo parte dall’idea, anzitutto, di favorire la nascita delle città metropolitane, previste da anni e mai attuate. In queste aree, Comuni con competenze più pesanti e allargate si sostituirebbero di fatto alle amministrazione provinciali. Quelle sul piatto sono in tutto dieci: Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari e Reggio Calabria. Insieme rappresentano l’11% della superficie nazionale, il 31,5% della popolazione e addirittura il 34% del prodotto interno lordo. Questo taglio potrebbe arrivare già per fine mese. A questa prima sforbiciata si dovrebbe accompagnare il taglio delle Province sotto i 300mila o 350mila abitanti (le Province diventerebbero enti di secondo livello, come le comunità montane, e non sarebbero elette a suffragio universale). Con l’ipotesi più soft, quella del taglio sotto i 300mila abitanti, sarebbero a rischio una quarantina di amministrazioni. Tra queste Pistoia, Piacenza, Savona, Siena, Prato, Rovigo, Trieste, Grosseto, Lodi, La Spezia, Imperia, Asti, Belluno, Massa Carrara, Sondrio e Vercelli. Salendo a 350mila rischierebbero, invece, oltre cinquanta province: tra queste anche Arezzo, Livorno, Lecco e Rimini.
In pratica, mettendo l’asticella a questo livello si otterrebbe un dimezzamento del livello attuale. Questi primi due interventi, secondo le cifre dell’Upi, valgono da soli circa un miliardo.
Un’altra fetta importante di risparmi, direttamente collegata a questa,
potrebbe arrivare dalla riorganizzazione di tutti gli uffici periferici
dello Stato basati sul livello provinciale: questure, sovrintendenze,
prefetture. Da quest’altra voce, secondo i calcoli, potrebbero arrivare
altri 2,5 miliardi di euro. E un altro miliardo e mezzo potrebbe essere
generato dall’abolizione di altri enti e agenzie a livello provinciale.
In totale, insomma, si potrebbe arrivare a cinque miliardi. Tutto da
definire l’iter di riorganizzazione delle Province estinte: saranno
accorpate a quelle più vicine superstiti? Quali precise competenze
resteranno e quali passeranno alle regioni?
20 giugno 2012
Province atto finale
RSU CGIL a cura di Claudio Bongiovanni, Guido Marino, Valter Giordano, Franco Ferraro e Diego Reineri
Province, atto finale
E’ incredibile che priorità e modalità di intervento siano dettati dalle inchieste giornalistiche, che hanno preso di mira le province come esempio di tagli da effettuare per risanare le casse, nonostante i conti lo smentiscano drasticamente
L’atto finale del taglio delle province, forse, si avvicina. L’esame più approfondito, tramite l’abbozzo di spending review che tecnici e tecnici al quadrato stanno in qualche modo raffazzonando, fa capire che risulta opportuno agire su due fronti.
Il primo è la soppressione delle province con popolazione inferiore ai 300.000 abitanti. Siamo a giugno del 2012. La stessa, identica, proposta era stata inserita solo 10 mesi fa, nel ferragosto 2011, nella seconda manovra estiva, per poi essere cassata in sede di conversione del d.l. 138/2011.
Sono passati invano 10 mesi per riproporre nuovamente la stessa idea. Segno che, come ha detto qualche Ministro, effettivamente la cosiddetta “ideona” non c’è, anche per evidente assoluta mancanza di visione e di fantasia da parte non solo dei ministri, ma anche degli apparati, evidentemente capaci di produrre solo un certo tipo di manovre, come in un disco rotto. Ne è esempio la recente uscita sull’eliminazione di una settimana di ferie, per rilanciare il Pil di un punto. Amenità simile fu inserita sempre nella seconda manovra estiva del 2011, a proposito di eliminazione delle giornate festive non religiose (alla quale, comunque, non si è dato seguito almeno nel 2012).
Sembra davvero incredibile che priorità e modalità di intervento siano dettati dalle semplicistiche inchieste giornalistiche, le quali da tempo hanno preso di mira le province come esempio di un taglio da effettuare per risanare i conti pubblici, nonostante i fatti ed i conti smentiscano drasticamente tale indicazione.
I risparmi dalla totale eliminazione delle province non supererebbero, limitandosi ai costi della politica, i 130 milioni di euro, come ha rilevato l’ufficio studi della Camera a proposito della sciagurata previsione contenuta nell’articolo 23 del d.l. 201/2011, convertito nella legge 214/2011, il cosiddetto “decreto salva Italia”, che a ben vedere ha salvato piuttosto poco.
Per aversi un risparmio reale, non vi sarebbe che una strada: oltre ad eliminare il “chi”, cioè le province, non resta che eliminare anche il “che cosa”, cioè ciò che le province fanno.
Il populismo da bar o le semplificazioni da inchiesta che dà di gomito ai cittadini esasperati, portano ad affermare che le province “non servono a niente”, non fanno nulla e così via.
Veniamo, allora, al secondo fronte. Se da un lato pare che comunque un consistente numero di province resterà per effetto dell’eliminazione di quelle più piccole (si stima una settantina di province ancora in piedi), dall’altro lo sciagurato articolo 23 della legge 214/2011 prevede che con leggi statali o regionali, a seconda delle competenze, le funzioni delle province siano attribuite ai comuni o alle regioni, laddove non sia possibile assegnarle ai primi. Dunque, il Legislatore stesso fa una scoperta molto originale, evidentemente sfuggita agli astanti del precitato bar ed agli occhiutissimi giornalisti di inchiesta-antisprechi: le province esercitano delle funzioni! Se così non fosse, non potrebbero essere traslate verso altri enti.
Il problema è che quelle funzioni vanno indagate e conosciute. Ma questo sforzo, evidentemente, appare improbo. Le inchieste giornalistiche nemmeno si sognano di cercare di capire cosa concretamente facciano le province, e si può anche comprendere. Meno giustificabile è che esattamente quali siano le funzioni delle province non lo sappiano nemmeno lo Stato e le regioni, sebbene per effetto del d.lgs 112/1998 e delle conseguenti leggi regionali attuative essi abbiano assegnato molteplici funzioni amministrative, in adempimento al disegno di decentramento amministrativo impostato dalla legge Bassanini-1 (59/1997), in aggiunta alle altre funzioni storiche.
La Regione Veneto, per cercare di vederci chiaro, ha chiesto alle province di elencare, dunque, quali funzioni svolgano le province stesse. In allegato si può vedere la prima sommaria ricognizione di una delle province interessate, per accorgersi che le competenze provinciali, attribuite sia da Stato sia da regione, sono estremamente vaste. Ma, soprattutto, quasi tutte con la sola eccezione di alcuni servizi sociali, difficilmente attribuibili ai comuni, pena uno “spezzatino” ingestibile ed inefficiente di attività che per loro stessa natura richiedono un’area territoriale superiore a quella comunale, ma inferiore a quella regionale.
Il solo esempio delle funzioni in tema di lavoro è illuminante. L’offerta di lavoro o di formazione ad un disoccupato è “congrua” se, oltre ad altri elementi, la sede di lavoro o dell’ente di formazione disti in un raggio di non oltre 50 chilometri dal domicilio dell’interessato o sia comunque raggiungibile con mezzi di trasporto pubblico con percorsi non superiori a 80 minuti. Indirettamente, in questo modo, quanto meno rispetto al mercato del lavoro, il legislatore fornisce un elemento per stimare cosa si intenda per “area vasta”. Ma, il lavoro dovrebbe essere la guida per la ricognizione di un territorio omogeneo, nel quale programmare e gestire lo sviluppo economico. All’interno di una regione non vi è un unico mercato del lavoro, ma tanti mercati, che si tipicizzano nei distretti ed in aree il cui governo non può essere quello introspettivo legato ai confini di un comune.
Non è poi così difficile comprendere che questi identici ragionamenti si estendono all’istruzione e all’edilizia scolastica, alla programmazione urbanistica, agli interventi sull’ambiente, ma comunque agli altri e tantissimi aspetti delle attività delle province.
E’ piuttosto evidente che, quella essendo la quantità e qualità delle funzioni provinciali, difficilmente si riuscirebbe ad eliminare il “che cosa”. E, dunque, mai si otterrebbe il risparmio secco del volume di spesa di poco più di 12 miliardi di euro movimentato da questi enti. Semplicemente, la medesima cifra sarebbe spesa da altri soggetti, i comuni e le regioni, probabilmente con maggiore inefficienza organizzativa.
E’ facile supporre, infatti, che sia gli uni, sia le altre, tenderebbero a considerare le funzioni provinciali ad essi traslati un corpo estraneo, sul quale intervenire in via non prioritaria. Altrettanto semplice immaginare che il personale ex provinciale transitato possa essere molto velocemente avviato a coprire i tanti buchi in funzioni e competenze proprie e tipiche dei comuni e delle regioni, a detrimento, dunque, delle attività provinciali.
Eppure, proprio sulla questione delle competenze si sta giocando la parte più importante della disordinata riforma che si propone. La Carta delle autonomie prevede una riduzione drastica delle funzioni, senza considerare alcun criterio di territorialità nemmeno lontanamente simile a quello della proposta congrua di lavoro esemplificata prima: tanto è vero che la Carta non menziona le funzioni del mercato del lavoro tra quelle che residuerebbero alle province, nonostante esse siano considerate “fondamentali” dalla legge sul federalismo fiscale e nonostante su tali funzioni siano già stati determinati i fabbisogni standard.
Chi di competenza, invece di limitarsi a leggere le inchieste, utili per conoscere meglio gli sprechi ma insufficienti per fondare su di esse un ragionamento su nuovi assetti istituzionali, farebbe bene ad esaminare con molta attenzione l’elenco delle funzioni provinciali e l’attitudine di comuni o regioni a svolgerle. Così anche da riflettere un po’ di più ed evitare che nelle more qualcuno, come spesso accade, voglia essere più realista del re. Come proprio la Regione Veneto, la quale nonostante abbia intavolato con le province un sistema di ricognizione delle funzioni finalizzato all’emanazione della legge che entro il 31.12.2012 dovrebbe riarticolare le competenze provinciali dettate dalle leggi regionali, unilateralmente sta riappropriandosi di competenze e funzioni in tema di cave, tirocini estivi ed apprendistato, motivando ciò con l’osservazione della prossima sottrazione delle funzioni provinciali e senza nemmeno curarsi minimamente di attuare quanto l’articolo 23, comma 19, della legge 214/2011 prevede: “Lo Stato e le Regioni, secondo le rispettive competenze, provvedono altresì al trasferimento delle risorse umane, finanziarie e strumentali per l’esercizio delle funzioni trasferite”. Del trasferimento di risorse, nelle ipotesi di leggi regionali venete, non v’è nemmeno l’ombra. Il modo ideale, insomma, per attuare la riforma delle province innescando processi di inefficienza gestionale e esuberi a catena di personale.
In tutto questo frangente, consorzi, consorzi di bonifica, bacini imbriferi, magistrato delle acque, enti parco, enti ed entarelli regionali, comunità montane ed unioni di comuni di ogni genere, continuano ad esistere e a persistere nel frastagliare le competenze ed a sovrapporle a quelle di comuni e province in particolare, senza che nessuno sia in grado di capire quali e quanti siano, quali spese movimentino, quale utilità concreta abbiano (visto che esercitano acclaratamente funzioni sovrapposte a quelle degli enti locali), senza esaminare nemmeno l’opportunità di accorpare questi enti a comuni o province, il che darebbe davvero una spinta razionalizzatrice al sistema istituzionale. Ma, forse, le cariche di amministratori di questi enti sono troppo importanti per garantire un futuro a chi abbia imboccato il viale del tramonto politico ed assicurargli una conclusione di carriera comunque redditizia e di potere.
La strada verso l’irrazionale modifica ordina mentale che riguardi le province appare spianata, in ogni caso.
Una considerazione finale va fatta. Il legislatore è ovviamente libero di apportare all’ordinamento tutte le riforme che crede. E’ di questi giorni la conferma, però, che le avventure servono a poco e costano tanto, tantissimo. Ci si riferisce alla pletora di agenzie sorte a partire dal 1999, enti serviti quasi solo a spacchettare direzioni generali dei ministeri, creando nuovi presidenti, nuovi direttori, nuove direzioni generali, migliaia di dirigenti a contratto cooptati non si sa come e perché. L’agenzia dei segretari comunali è stata soppressa, l’agenzia del territorio viene accorpata a quella delle entrate, i monopoli di Stato confluiscono nell’agenzia delle dogane. Facile immaginare che anche queste altre agenzie non avranno ulteriore vita lunga.
Altrettanto facile è preconizzare che se la riforma delle province proseguirà lungo la strada segnata, entro un decennio occorrerà ripensarla e correggerla, tali le incongruenze e le inefficienze si riveleranno come per quello che già oggi appaiono.
Il primo è la soppressione delle province con popolazione inferiore ai 300.000 abitanti. Siamo a giugno del 2012. La stessa, identica, proposta era stata inserita solo 10 mesi fa, nel ferragosto 2011, nella seconda manovra estiva, per poi essere cassata in sede di conversione del d.l. 138/2011.
Sono passati invano 10 mesi per riproporre nuovamente la stessa idea. Segno che, come ha detto qualche Ministro, effettivamente la cosiddetta “ideona” non c’è, anche per evidente assoluta mancanza di visione e di fantasia da parte non solo dei ministri, ma anche degli apparati, evidentemente capaci di produrre solo un certo tipo di manovre, come in un disco rotto. Ne è esempio la recente uscita sull’eliminazione di una settimana di ferie, per rilanciare il Pil di un punto. Amenità simile fu inserita sempre nella seconda manovra estiva del 2011, a proposito di eliminazione delle giornate festive non religiose (alla quale, comunque, non si è dato seguito almeno nel 2012).
Sembra davvero incredibile che priorità e modalità di intervento siano dettati dalle semplicistiche inchieste giornalistiche, le quali da tempo hanno preso di mira le province come esempio di un taglio da effettuare per risanare i conti pubblici, nonostante i fatti ed i conti smentiscano drasticamente tale indicazione.
I risparmi dalla totale eliminazione delle province non supererebbero, limitandosi ai costi della politica, i 130 milioni di euro, come ha rilevato l’ufficio studi della Camera a proposito della sciagurata previsione contenuta nell’articolo 23 del d.l. 201/2011, convertito nella legge 214/2011, il cosiddetto “decreto salva Italia”, che a ben vedere ha salvato piuttosto poco.
Per aversi un risparmio reale, non vi sarebbe che una strada: oltre ad eliminare il “chi”, cioè le province, non resta che eliminare anche il “che cosa”, cioè ciò che le province fanno.
Il populismo da bar o le semplificazioni da inchiesta che dà di gomito ai cittadini esasperati, portano ad affermare che le province “non servono a niente”, non fanno nulla e così via.
Veniamo, allora, al secondo fronte. Se da un lato pare che comunque un consistente numero di province resterà per effetto dell’eliminazione di quelle più piccole (si stima una settantina di province ancora in piedi), dall’altro lo sciagurato articolo 23 della legge 214/2011 prevede che con leggi statali o regionali, a seconda delle competenze, le funzioni delle province siano attribuite ai comuni o alle regioni, laddove non sia possibile assegnarle ai primi. Dunque, il Legislatore stesso fa una scoperta molto originale, evidentemente sfuggita agli astanti del precitato bar ed agli occhiutissimi giornalisti di inchiesta-antisprechi: le province esercitano delle funzioni! Se così non fosse, non potrebbero essere traslate verso altri enti.
Il problema è che quelle funzioni vanno indagate e conosciute. Ma questo sforzo, evidentemente, appare improbo. Le inchieste giornalistiche nemmeno si sognano di cercare di capire cosa concretamente facciano le province, e si può anche comprendere. Meno giustificabile è che esattamente quali siano le funzioni delle province non lo sappiano nemmeno lo Stato e le regioni, sebbene per effetto del d.lgs 112/1998 e delle conseguenti leggi regionali attuative essi abbiano assegnato molteplici funzioni amministrative, in adempimento al disegno di decentramento amministrativo impostato dalla legge Bassanini-1 (59/1997), in aggiunta alle altre funzioni storiche.
La Regione Veneto, per cercare di vederci chiaro, ha chiesto alle province di elencare, dunque, quali funzioni svolgano le province stesse. In allegato si può vedere la prima sommaria ricognizione di una delle province interessate, per accorgersi che le competenze provinciali, attribuite sia da Stato sia da regione, sono estremamente vaste. Ma, soprattutto, quasi tutte con la sola eccezione di alcuni servizi sociali, difficilmente attribuibili ai comuni, pena uno “spezzatino” ingestibile ed inefficiente di attività che per loro stessa natura richiedono un’area territoriale superiore a quella comunale, ma inferiore a quella regionale.
Il solo esempio delle funzioni in tema di lavoro è illuminante. L’offerta di lavoro o di formazione ad un disoccupato è “congrua” se, oltre ad altri elementi, la sede di lavoro o dell’ente di formazione disti in un raggio di non oltre 50 chilometri dal domicilio dell’interessato o sia comunque raggiungibile con mezzi di trasporto pubblico con percorsi non superiori a 80 minuti. Indirettamente, in questo modo, quanto meno rispetto al mercato del lavoro, il legislatore fornisce un elemento per stimare cosa si intenda per “area vasta”. Ma, il lavoro dovrebbe essere la guida per la ricognizione di un territorio omogeneo, nel quale programmare e gestire lo sviluppo economico. All’interno di una regione non vi è un unico mercato del lavoro, ma tanti mercati, che si tipicizzano nei distretti ed in aree il cui governo non può essere quello introspettivo legato ai confini di un comune.
Non è poi così difficile comprendere che questi identici ragionamenti si estendono all’istruzione e all’edilizia scolastica, alla programmazione urbanistica, agli interventi sull’ambiente, ma comunque agli altri e tantissimi aspetti delle attività delle province.
E’ piuttosto evidente che, quella essendo la quantità e qualità delle funzioni provinciali, difficilmente si riuscirebbe ad eliminare il “che cosa”. E, dunque, mai si otterrebbe il risparmio secco del volume di spesa di poco più di 12 miliardi di euro movimentato da questi enti. Semplicemente, la medesima cifra sarebbe spesa da altri soggetti, i comuni e le regioni, probabilmente con maggiore inefficienza organizzativa.
E’ facile supporre, infatti, che sia gli uni, sia le altre, tenderebbero a considerare le funzioni provinciali ad essi traslati un corpo estraneo, sul quale intervenire in via non prioritaria. Altrettanto semplice immaginare che il personale ex provinciale transitato possa essere molto velocemente avviato a coprire i tanti buchi in funzioni e competenze proprie e tipiche dei comuni e delle regioni, a detrimento, dunque, delle attività provinciali.
Eppure, proprio sulla questione delle competenze si sta giocando la parte più importante della disordinata riforma che si propone. La Carta delle autonomie prevede una riduzione drastica delle funzioni, senza considerare alcun criterio di territorialità nemmeno lontanamente simile a quello della proposta congrua di lavoro esemplificata prima: tanto è vero che la Carta non menziona le funzioni del mercato del lavoro tra quelle che residuerebbero alle province, nonostante esse siano considerate “fondamentali” dalla legge sul federalismo fiscale e nonostante su tali funzioni siano già stati determinati i fabbisogni standard.
Chi di competenza, invece di limitarsi a leggere le inchieste, utili per conoscere meglio gli sprechi ma insufficienti per fondare su di esse un ragionamento su nuovi assetti istituzionali, farebbe bene ad esaminare con molta attenzione l’elenco delle funzioni provinciali e l’attitudine di comuni o regioni a svolgerle. Così anche da riflettere un po’ di più ed evitare che nelle more qualcuno, come spesso accade, voglia essere più realista del re. Come proprio la Regione Veneto, la quale nonostante abbia intavolato con le province un sistema di ricognizione delle funzioni finalizzato all’emanazione della legge che entro il 31.12.2012 dovrebbe riarticolare le competenze provinciali dettate dalle leggi regionali, unilateralmente sta riappropriandosi di competenze e funzioni in tema di cave, tirocini estivi ed apprendistato, motivando ciò con l’osservazione della prossima sottrazione delle funzioni provinciali e senza nemmeno curarsi minimamente di attuare quanto l’articolo 23, comma 19, della legge 214/2011 prevede: “Lo Stato e le Regioni, secondo le rispettive competenze, provvedono altresì al trasferimento delle risorse umane, finanziarie e strumentali per l’esercizio delle funzioni trasferite”. Del trasferimento di risorse, nelle ipotesi di leggi regionali venete, non v’è nemmeno l’ombra. Il modo ideale, insomma, per attuare la riforma delle province innescando processi di inefficienza gestionale e esuberi a catena di personale.
In tutto questo frangente, consorzi, consorzi di bonifica, bacini imbriferi, magistrato delle acque, enti parco, enti ed entarelli regionali, comunità montane ed unioni di comuni di ogni genere, continuano ad esistere e a persistere nel frastagliare le competenze ed a sovrapporle a quelle di comuni e province in particolare, senza che nessuno sia in grado di capire quali e quanti siano, quali spese movimentino, quale utilità concreta abbiano (visto che esercitano acclaratamente funzioni sovrapposte a quelle degli enti locali), senza esaminare nemmeno l’opportunità di accorpare questi enti a comuni o province, il che darebbe davvero una spinta razionalizzatrice al sistema istituzionale. Ma, forse, le cariche di amministratori di questi enti sono troppo importanti per garantire un futuro a chi abbia imboccato il viale del tramonto politico ed assicurargli una conclusione di carriera comunque redditizia e di potere.
La strada verso l’irrazionale modifica ordina mentale che riguardi le province appare spianata, in ogni caso.
Una considerazione finale va fatta. Il legislatore è ovviamente libero di apportare all’ordinamento tutte le riforme che crede. E’ di questi giorni la conferma, però, che le avventure servono a poco e costano tanto, tantissimo. Ci si riferisce alla pletora di agenzie sorte a partire dal 1999, enti serviti quasi solo a spacchettare direzioni generali dei ministeri, creando nuovi presidenti, nuovi direttori, nuove direzioni generali, migliaia di dirigenti a contratto cooptati non si sa come e perché. L’agenzia dei segretari comunali è stata soppressa, l’agenzia del territorio viene accorpata a quella delle entrate, i monopoli di Stato confluiscono nell’agenzia delle dogane. Facile immaginare che anche queste altre agenzie non avranno ulteriore vita lunga.
Altrettanto facile è preconizzare che se la riforma delle province proseguirà lungo la strada segnata, entro un decennio occorrerà ripensarla e correggerla, tali le incongruenze e le inefficienze si riveleranno come per quello che già oggi appaiono.
19 giugno 2012
Tagli, per gli statali riduzione del 5%, per i dirigenti stipendi più magri
Componenti CISL: Bessone-Scarzello-Punzi-Fea-Rosso
Tagli, per gli statali riduzione del 5% - Per i dirigenti stipendi più magri
Patroni Griffi accelera sulla nuova pianta organica: punta a varare la riorganizzazione degli uffici nel decreto sulla spending review
ROMA - E’ ormai una corsa contro il tempo e il ministro della Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi accelera per salire sul treno della spending review. Dopo le misure apripista decise venerdì dal governo con la riduzione del 20% dei dirigenti di Palazzo Chigi e del 10% della pianta organica del personale al ministero dell’Economia (Mef), ora la palla è in mano alla Funzione pubblica. L’obiettivo è di inserire un nuovo pacchetto statali nel decreto di revisione permanente della spesa che sarà presentato entro fine mese: taglio del 5% della pianta organica, sforbiciata alle retribuzioni dei dirigenti con più anzianità, buoni pasto ridotti.
Pianta organica. In gioco non ci sono tagli lineari per fermare la crescita della spesa per il personale, ma un ridimensionamento legato a una profonda riorganizzazione dell’amministrazione pubblica. «Dobbiamo far capire a tutto lo Stato che è finito il tempo che consentiva di avere troppi dirigenti rispetto al totale del personale. Ora tocca a tutte le amministrazioni pubbliche comportarsi altrettato seriamente», ha anticipato il viceministro Vittorio Grilli venerdì. Sul tavolo di Patroni Griffi in questo ore è una riduzione soft del 5% della pianta organica (e quindi non del personale in servizio) dei ministeri. E’ una misura che non è detto abbia subito l’effetto di ridurre il numero dei dipendenti in servizio, ma lo farà nel tempo: quindi in alcuni uffici ci potrebbero essere degli esuberi se la pianta organica è già interamente coperta; in altri invece potrebbero non esserci affatto. Ciò avrà certamente un impatto strutturale poiché non si faranno più concorsi o trasferimenti per i posti cancellati.
Province. Si torna poi a parlare della riduzione già programmata del numero delle Province (oggi sono 107 più altre 3 a statuto speciale). L’ipotesi a cui si starebbe lavorando è di un taglio del 20% ma non è detto ci si limiti a questo numero perché la scelta del taglio va inquadrata nella logica della spending review: accorpare gli uffici pubblici a livello territoriale, cancellarli là dove non servono, realizzare economie di lungo periodo. Le Province di maggiori dimensioni «hanno spese per abitante notevolmente più basse delle province più piccole» si legge nella carte presentate dal ministro Giarda. Inoltre, è tutta l’organizzazione statale che è declinata su base provinciale. Un modello organizzativo che al ministero dell’Interno costa almeno 400 milioni l’anno.
La trasformazione delle Province in enti di secondo livello è stata già decretata dal salva-Italia. Da allora è andato avanti il lavoro parlamentare per ridisegnare la mappa territoriale e arrivare alla definizione di nuove macroaree. Quanto macro? Si parla tuttora di parametri tra i 300 e i 400 mila abitanti e di una superficie minima di 3.000-3.500 km quadrati. L’ipotesi più restrittiva porterebbe ad una cinquantina di macroaree, dimezzando le 110 province attuali. Quella alla quale si starebbe invece lavorando ora ridurrebbe del 20% il numero degli uffici provinciali: comunque un bel taglio considerato che tutte le strutture pubbliche territoriali (prefetture, uffici giudiziari, tesorerie, etc.) si accorperebbero di conseguenza.
Dirigenti. Dopo l’avvio della dieta deciso da Palazzo Chigi e dal Mef, si profile una nuova tagliola: una delle norme allo Studio, di cui Il Messaggero ha già riferito, prevede che al compimento dei 40 anni di servizio i dirigenti possano essere messi in una sorta di «cassa integrazione» mantenendo l’80% dello stipendio (non del trattamento complessivo) fino al raggiungimento dei requisiti per andare in pensione. Altra ipotesi sul tappeto quella di rivedere il rapporto tra dipendenti e metri quadrati in modo da razionalizzare gli spazi evitando sprechi. Su questo progetto è impegnata l’Agenzia del Demanio che ha recentemente presentato i primi calcoli sui risparmi strutturali possibili da una migliore utilizzazione degli uffici.
Tagli, per gli statali riduzione del 5% - Per i dirigenti stipendi più magri
Patroni Griffi accelera sulla nuova pianta organica: punta a varare la riorganizzazione degli uffici nel decreto sulla spending review
ROMA - E’ ormai una corsa contro il tempo e il ministro della Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi accelera per salire sul treno della spending review. Dopo le misure apripista decise venerdì dal governo con la riduzione del 20% dei dirigenti di Palazzo Chigi e del 10% della pianta organica del personale al ministero dell’Economia (Mef), ora la palla è in mano alla Funzione pubblica. L’obiettivo è di inserire un nuovo pacchetto statali nel decreto di revisione permanente della spesa che sarà presentato entro fine mese: taglio del 5% della pianta organica, sforbiciata alle retribuzioni dei dirigenti con più anzianità, buoni pasto ridotti.
Pianta organica. In gioco non ci sono tagli lineari per fermare la crescita della spesa per il personale, ma un ridimensionamento legato a una profonda riorganizzazione dell’amministrazione pubblica. «Dobbiamo far capire a tutto lo Stato che è finito il tempo che consentiva di avere troppi dirigenti rispetto al totale del personale. Ora tocca a tutte le amministrazioni pubbliche comportarsi altrettato seriamente», ha anticipato il viceministro Vittorio Grilli venerdì. Sul tavolo di Patroni Griffi in questo ore è una riduzione soft del 5% della pianta organica (e quindi non del personale in servizio) dei ministeri. E’ una misura che non è detto abbia subito l’effetto di ridurre il numero dei dipendenti in servizio, ma lo farà nel tempo: quindi in alcuni uffici ci potrebbero essere degli esuberi se la pianta organica è già interamente coperta; in altri invece potrebbero non esserci affatto. Ciò avrà certamente un impatto strutturale poiché non si faranno più concorsi o trasferimenti per i posti cancellati.
Province. Si torna poi a parlare della riduzione già programmata del numero delle Province (oggi sono 107 più altre 3 a statuto speciale). L’ipotesi a cui si starebbe lavorando è di un taglio del 20% ma non è detto ci si limiti a questo numero perché la scelta del taglio va inquadrata nella logica della spending review: accorpare gli uffici pubblici a livello territoriale, cancellarli là dove non servono, realizzare economie di lungo periodo. Le Province di maggiori dimensioni «hanno spese per abitante notevolmente più basse delle province più piccole» si legge nella carte presentate dal ministro Giarda. Inoltre, è tutta l’organizzazione statale che è declinata su base provinciale. Un modello organizzativo che al ministero dell’Interno costa almeno 400 milioni l’anno.
La trasformazione delle Province in enti di secondo livello è stata già decretata dal salva-Italia. Da allora è andato avanti il lavoro parlamentare per ridisegnare la mappa territoriale e arrivare alla definizione di nuove macroaree. Quanto macro? Si parla tuttora di parametri tra i 300 e i 400 mila abitanti e di una superficie minima di 3.000-3.500 km quadrati. L’ipotesi più restrittiva porterebbe ad una cinquantina di macroaree, dimezzando le 110 province attuali. Quella alla quale si starebbe invece lavorando ora ridurrebbe del 20% il numero degli uffici provinciali: comunque un bel taglio considerato che tutte le strutture pubbliche territoriali (prefetture, uffici giudiziari, tesorerie, etc.) si accorperebbero di conseguenza.
Dirigenti. Dopo l’avvio della dieta deciso da Palazzo Chigi e dal Mef, si profile una nuova tagliola: una delle norme allo Studio, di cui Il Messaggero ha già riferito, prevede che al compimento dei 40 anni di servizio i dirigenti possano essere messi in una sorta di «cassa integrazione» mantenendo l’80% dello stipendio (non del trattamento complessivo) fino al raggiungimento dei requisiti per andare in pensione. Altra ipotesi sul tappeto quella di rivedere il rapporto tra dipendenti e metri quadrati in modo da razionalizzare gli spazi evitando sprechi. Su questo progetto è impegnata l’Agenzia del Demanio che ha recentemente presentato i primi calcoli sui risparmi strutturali possibili da una migliore utilizzazione degli uffici.
Pubblico impiego, soppressi l’Agenzia del territorio ed i Monopoli di Stato
Componenti CISL: Bessone-Scarzello-Punzi-Fea-Rosso
Pubblico impiego, soppressi l’Agenzia del territorio ed i Monopoli di Stato
In attesa del pacchetto statali che sarà contenuto nel decreto sulla “spending review”, pacchetto piuttosto corposo che sarà emanato nei prossimi giorni, il Consiglio dei Ministri ha emanato due decreti che riguardano la crescita ed il taglio dei costi dello Stato. In particolare con quest’ultimo, giunto fuori sacco in quanto non all’ordine del giorno, è stata prevista, tra l’altro, la soppressione dell’Agenzia del Territorio. con contestuale trasferimento di funzioni. compiti e personale all’Agenzia delle Entrate, e la soppressione dell’AMMS, Azienda Autonoma dei Monopoli di Stato, con relativo trasferimento di funzioni e personale all’Agenzia delle Dogane. Questo è il primo “assaggio” del taglio dei costi dello Stato i cui esiti saranno evidentemente correlati con le ulteriori disposizioni che saranno adottate con il prossimo decreto.
18 giugno 2012
Monti taglia iniziando da 20 Province
A cura di Claudio Bongiovanni, Valter Giordano, Diego Reineri, Franco Ferraro e Guido Marino
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Lunedì 18 Giugno 2012 - 07:13
di Alessandra Severini
ROMA
- Qualche decina di province in Italia rischia di scomparire. Da tempo
ormai, ogni qualvolta si parla di risparmi sulla spesa pubblica, si
guarda agli enti provinciali. Lo aveva fatto l’ultim governo Berlusconi e
poi anche Monti che, con il decreto Salva Italia del dicembre 2011,
aveva progettato la riforma dei consigli provinciali.
Ma se la scure sulle province richiederà tempi lunghi, il governo dei tecnici ha fretta e, nella spending review, pensa di inserire almeno una riduzione degli uffici provinciali. Si partirà probabilmente con le prefetture e i provveditorati, mentre per i comuni più piccoli potrebbe essere previsto l'obbligo di istituire dei consorzi. L'intervento dovrebbe riguardare almeno il 20% delle 107 province italiane a statuto ordinario. La revisione della spesa pubblica fa poi tremare i lavoratori statali, in difesa dei quali alzano la voce i sindacati. Il governo starebbe studiando il taglio del 5% della pianta organica (ma non del personale effettivamente in servizio), la riduzione delle retribuzioni dei dirigenti e buoni pasto più leggeri. Probabile anche il ricorso ai prepensionamenti, mentre è difficile che si possa arrivare a veri e propri licenziamenti.
I sindacati hanno già avvertito il governo, con il segretario della Cgil Susanna Camusso che ha tuonato: «Tagliare le retribuzioni pubbliche non è fare spending review». Al vertice europeo di fine giugno -che gli osservatori ritengono decisivo per il futuro dell'euro - il premier intende arrivare con riforme di peso già approvate.
Monti ha già confessato che spera di vedere la riforma del mercato del lavoro approvata dal Parlamento prima del 28 giugno. Per il presidente della Camera Fini, la data può essere rispettata, ma «è necessario che Pdl e Pd, contrariamente a quanto accaduto fino ad oggi, ne condividano la necessità». I democratici hanno già dato la loro disponibilità, chiedendo però in cambio al governo «un decreto legge per risolvere la questione esodati». Meno convinto il Pdl, mentre il leader Udc Casini esorta gli alleati: «Mi auguro che prevalga la responsabilità nei partiti che compongono la maggioranza».
Ma se la scure sulle province richiederà tempi lunghi, il governo dei tecnici ha fretta e, nella spending review, pensa di inserire almeno una riduzione degli uffici provinciali. Si partirà probabilmente con le prefetture e i provveditorati, mentre per i comuni più piccoli potrebbe essere previsto l'obbligo di istituire dei consorzi. L'intervento dovrebbe riguardare almeno il 20% delle 107 province italiane a statuto ordinario. La revisione della spesa pubblica fa poi tremare i lavoratori statali, in difesa dei quali alzano la voce i sindacati. Il governo starebbe studiando il taglio del 5% della pianta organica (ma non del personale effettivamente in servizio), la riduzione delle retribuzioni dei dirigenti e buoni pasto più leggeri. Probabile anche il ricorso ai prepensionamenti, mentre è difficile che si possa arrivare a veri e propri licenziamenti.
I sindacati hanno già avvertito il governo, con il segretario della Cgil Susanna Camusso che ha tuonato: «Tagliare le retribuzioni pubbliche non è fare spending review». Al vertice europeo di fine giugno -che gli osservatori ritengono decisivo per il futuro dell'euro - il premier intende arrivare con riforme di peso già approvate.
Monti ha già confessato che spera di vedere la riforma del mercato del lavoro approvata dal Parlamento prima del 28 giugno. Per il presidente della Camera Fini, la data può essere rispettata, ma «è necessario che Pdl e Pd, contrariamente a quanto accaduto fino ad oggi, ne condividano la necessità». I democratici hanno già dato la loro disponibilità, chiedendo però in cambio al governo «un decreto legge per risolvere la questione esodati». Meno convinto il Pdl, mentre il leader Udc Casini esorta gli alleati: «Mi auguro che prevalga la responsabilità nei partiti che compongono la maggioranza».
13 giugno 2012
Primi passi di una Provincia Commissariata
A cura di Claudio Bongiovanni, Guido Marino, Valter Giordano, Diego Reineri e Franco Ferraro.
PRIMI PASSI DI UNA PROVINCIA COMMISSARIATA: VICENZA -
tratto dal sito Vicenza Today
La nuova "Giunta" della Provincia di Vicenza si è costituita e si è già riunita ieri per l'approvazione delle prime delibere.
Due i componenti, dopo che la riforma delle Province in elaborazione al
Parlamento ha commissariato Vicenza (oltre che La Spezia, Ancona e
Como). Il Commissario Straordinario Attilio Schneck è affiancato dal
sub-commissario Francesca Galla, VicePrefetto di Vicenza e dirigente
dell'area Raccordo con gli Enti della Prefettura. I due sono coadiuvati
nei loro lavori dal Segretario Generale Angelo Macchia e dal Capo di
Gabinetto Dino Secco. LA PROVINCIA DI VICENZA "TAGLIATA" DA MONTI
"Ciò che di sicuro non manca a questa mini giunta è l'esperienza e la capacità di gestire un ente con soluzione di continuità rispetto al passato e con la volontà di dimostrarne l'efficacia e l'efficienza anche per il futuro" ha dichiarato l'ex Presidente Schneck, in accordo con la dott.ssa Galla, che ha dalla sua più esperienze di Commissario Straordinario in Comuni vicentini.
Schneck ha subito chiarito che "non è prevista alcuna suddivisione delle competenze. Gestiremo quest'ente assieme confrontandoci sulle varie problematiche e portando avanti quel programma che già è stato tracciato dalla passata amministrazione."
"Ciò che di sicuro non manca a questa mini giunta è l'esperienza e la capacità di gestire un ente con soluzione di continuità rispetto al passato e con la volontà di dimostrarne l'efficacia e l'efficienza anche per il futuro" ha dichiarato l'ex Presidente Schneck, in accordo con la dott.ssa Galla, che ha dalla sua più esperienze di Commissario Straordinario in Comuni vicentini.
Schneck ha subito chiarito che "non è prevista alcuna suddivisione delle competenze. Gestiremo quest'ente assieme confrontandoci sulle varie problematiche e portando avanti quel programma che già è stato tracciato dalla passata amministrazione."
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Un programma su cui già sta lavorando l'Ente, per garantire servizi alla
comunità e al territorio. Proprio per evidenziare questa volontà
Schneck e Galla hanno incontrato anche i dirigenti della Provincia:
un primo incontro conoscitivo a cui di certo ne seguiranno altri. E'
già fissato invece il prossimo appuntamento della "Giunta" che, secondo
tradizione, si ritrova ogni martedì mattina.
12 giugno 2012
Ora l'esecutivo rallenta la riforma sulle Province
Componenti CISL: BESSONE-PUNZI-SCARZELLO-ROSSO-FEA
Da LA STAMPA
"Camere con vista " di CARLO BERTINI
ORA L'ESECUTIVO
RALLENTA LA RIFORMA DELLE PROVINCE
Se le cose andranno avanti come negli ultimi sei mesi, la famosa abolizione delle Province continuerà ad essere una bandiera dei cultori dell'antipolitica. Martedì il riordino delle province sarà di nuovo all'esame della commissione Affari Costituzionali: che da luglio 2011 ad oggi, l'ha messa in calendario per ben 24 sedute, alcune di 10 minuti l'una; non riuscendo a sbloccare una riforma-tormentone che si trascina da anni. Rilanciata per di più dal decreto salva-Italia con cui il governo ha svuotato di poteri le Province, affidandone le competenze a Comuni e Regioni, cui verrebbe trasferito tutto il personale, disponendo lo stop alle elezioni di presidenti e consiglieri.
E' dal 2009 che si discute, su input di Udc e Idv, se abolirle del tutto, con Lega, Pdl e Pd sempre sulla difensiva. Ma dopo il "salva-Italia", da gennaio le cose cambiano: il governo impone un'accelerazione e a quel punto, prima nel Pdl e poi nel Pd passa la linea di razionalizzazione. Travasata nel testo unificato che si discute alla Camera: assottigliamento delle funzioni, definizione di soglie demografiche e territoriali sui 400 mila abitanti, che comporterebbe una riduzione di una quarantina di province su 108; stop all'elezione diretta e trasformazione dei consigli provinciali in organi rappresentativi dei comuni. Con un quarto punto, simbolicamente significativo: l'eliminazione della parola Province dagli articoli della costituzione in cui vengono equiparate a Regioni e Comuni.
Dopo una serie di rinvii e dilazioni ad opera dei vari gruppi, per uno strano paradosso però è il governo che comincia a rallentare il processo. Da quattro mesi la Commissione attende risposte sui punti chiave: se le Province debbano ancora figurare nella carta costituzionale e sulle soglie demografiche da fissare per far sopravvivere almeno le più grandi. Non è dato sapere se sia un gioco delle parti indotto da chi nei partiti vuole frenare la riforma, giocando sui dubbi dell'esecutivo. Perché in mancanza di risposte del governo, i partiti potrebbero marciare da soli, approvando il testo base che di fatto è già pronto: ma non è previsto che ciò avvenga neanche questa settimana. Quindi tutto slitterà ancora. Anche se il decreto già in vigore prevede che le province in scadenza vengano commissariate una ad una...
La riforma procede a singhiozzo tra contraddizioni e ripensamenti
Componenti CISL: PUNZI-SCARZELLO-FEA-BESSONE-ROSSO
La riforma procede a singhiozzo tra contraddizioni e ripensamenti
Province eliminate? Macché, il cantiere è ancora aperto
È ancora un cantiere aperto la riforma delle province. L'articolo 23 del decreto «salva Italia», convertito in legge 214/2011, che ha previsto la sottrazione alle province di tutte le funzioni, salvo quelle imprecisate di coordinamento e indirizzo dei comuni, pare aver perso la forza propulsiva. Tanto che la Commissione parlamentare per l'attuazione del federalismo fiscale nella seduta dello scorso 29 maggio ha approvato un documento che invita il Parlamento a rivedere fortemente le scelte tradotte nella legge 214/2011.Il punto 7 del documento è molto chiaro: la commissione invita sostanzialmente ad abbandonare la fretta, consigliera del decreto 201/2011 per imboccare, invece, la strada di una riforma organica delle istituzioni di governo di area vasta.
La Commissione auspica che si affianchi aduna revisione del numero delle province, che dunque non dovrebbero essere soppresse e basta, la ridefinizione delle loro funzioni, sopprimendo però tutti gli enti strumentali cui siano state affidate funzioni e competenze esercitabili direttamente dalle province.Nella sostanza, la Commissione chiede di non far andare perduto il lavoro già svolto per l'individuazione dei fabbisogni standard, in attuazione della legge 42/2009 sul federalismo fiscale, che sempre la Commissione ritiene indispensabile attuare completamente, come strumento di aiuto alla revisione e riduzione della spesa.
Le province hanno già determinato i fabbisogni riguardanti, i servizi istituzionali e il mercato del lavoro, nonché gestione dell'istruzione superiore ed edilizia scolastica. Ma, proprio queste due ultime funzioni risultano cancellate dal novero di quelle spettanti alle province dal testo della Carta delle autonomie, attualmente all'esame del Parlamento.
Laddove il Parlamento dovesse abbandonare la strada segnata dalla legge 214/2011 e mantenere in capo alle province funzioni sovracomunali, oggettivamente appare inopportuno eliminare dalle funzioni provinciali proprio quelle delle scuole superiori. La rete dell'offerta formativa e i lavori di edilizia scolastica richiedono investimenti e programmi coordinati, che solo un ente di livello territoriale più ampio di quello comunale potrebbe garantire.
Lo dimostra, del resto, lo stato a dir poco degradato col quale le scuole superiori vennero passate, alla fine degli anni 90, alle province da parte dello Stato e dei comuni.In quanto al mercato del lavoro, risulta piuttosto chiaro come le funzioni di supporto alla ricerca di occupazione non sono adeguate ad i confini comunali, mentre l'estensione territoriale di una regione è troppo ampia per gli specifici mercati dei territori. Non è, del resto, un caso se il ministero del lavoro da sempre si era organizzato su base territoriale provinciale e mediante sezioni circoscrizionali sub provinciali, e che ancora oggi l'Inps ricalchi questa organizzazione.Per altro, stride col disegno di eliminare in capo alle province le funzioni relative al lavoro il disegno di legge-Fornero, il quale a più riprese menziona quali protagonisti dell'erogazione dei servizi essenziali per la ricerca del lavoro i «servizi competenti» ai sensi del dlgs 181/2000. Ma i servizi competenti, altri non sono se non i centri per l'impiego, operanti proprio come articolazioni delle province.
Pertanto, stando a quanto, sia pure indirettamente, prevede la riforma del mercato del lavoro, le funzioni riguardanti il mercato del lavoro resterebbero appannaggio delle province.Il documento sul federalismo fiscale approvato dalla Commissione dovrebbe essere l'occasione per fare un po' d'ordine e correggere scelte forse troppo frettolose.
È lo stesso documento a spiegare che una rimeditazione ponderata della riforma delle province è necessaria in relazione all'impatto «che il trasferimento delle funzioni e delle risorse oggi gestite dalle province avrà sui bilanci e sull'organizzazione di regioni e comuni». Ci si è, insomma, accorti che i costi di una riforma non ben congegnata potrebbero rivelarsi superiori ai suoi benefici.
Luigi Oliveri
La riforma procede a singhiozzo tra contraddizioni e ripensamenti
Province eliminate? Macché, il cantiere è ancora aperto
È ancora un cantiere aperto la riforma delle province. L'articolo 23 del decreto «salva Italia», convertito in legge 214/2011, che ha previsto la sottrazione alle province di tutte le funzioni, salvo quelle imprecisate di coordinamento e indirizzo dei comuni, pare aver perso la forza propulsiva. Tanto che la Commissione parlamentare per l'attuazione del federalismo fiscale nella seduta dello scorso 29 maggio ha approvato un documento che invita il Parlamento a rivedere fortemente le scelte tradotte nella legge 214/2011.Il punto 7 del documento è molto chiaro: la commissione invita sostanzialmente ad abbandonare la fretta, consigliera del decreto 201/2011 per imboccare, invece, la strada di una riforma organica delle istituzioni di governo di area vasta.
La Commissione auspica che si affianchi aduna revisione del numero delle province, che dunque non dovrebbero essere soppresse e basta, la ridefinizione delle loro funzioni, sopprimendo però tutti gli enti strumentali cui siano state affidate funzioni e competenze esercitabili direttamente dalle province.Nella sostanza, la Commissione chiede di non far andare perduto il lavoro già svolto per l'individuazione dei fabbisogni standard, in attuazione della legge 42/2009 sul federalismo fiscale, che sempre la Commissione ritiene indispensabile attuare completamente, come strumento di aiuto alla revisione e riduzione della spesa.
Le province hanno già determinato i fabbisogni riguardanti, i servizi istituzionali e il mercato del lavoro, nonché gestione dell'istruzione superiore ed edilizia scolastica. Ma, proprio queste due ultime funzioni risultano cancellate dal novero di quelle spettanti alle province dal testo della Carta delle autonomie, attualmente all'esame del Parlamento.
Laddove il Parlamento dovesse abbandonare la strada segnata dalla legge 214/2011 e mantenere in capo alle province funzioni sovracomunali, oggettivamente appare inopportuno eliminare dalle funzioni provinciali proprio quelle delle scuole superiori. La rete dell'offerta formativa e i lavori di edilizia scolastica richiedono investimenti e programmi coordinati, che solo un ente di livello territoriale più ampio di quello comunale potrebbe garantire.
Lo dimostra, del resto, lo stato a dir poco degradato col quale le scuole superiori vennero passate, alla fine degli anni 90, alle province da parte dello Stato e dei comuni.In quanto al mercato del lavoro, risulta piuttosto chiaro come le funzioni di supporto alla ricerca di occupazione non sono adeguate ad i confini comunali, mentre l'estensione territoriale di una regione è troppo ampia per gli specifici mercati dei territori. Non è, del resto, un caso se il ministero del lavoro da sempre si era organizzato su base territoriale provinciale e mediante sezioni circoscrizionali sub provinciali, e che ancora oggi l'Inps ricalchi questa organizzazione.Per altro, stride col disegno di eliminare in capo alle province le funzioni relative al lavoro il disegno di legge-Fornero, il quale a più riprese menziona quali protagonisti dell'erogazione dei servizi essenziali per la ricerca del lavoro i «servizi competenti» ai sensi del dlgs 181/2000. Ma i servizi competenti, altri non sono se non i centri per l'impiego, operanti proprio come articolazioni delle province.
Pertanto, stando a quanto, sia pure indirettamente, prevede la riforma del mercato del lavoro, le funzioni riguardanti il mercato del lavoro resterebbero appannaggio delle province.Il documento sul federalismo fiscale approvato dalla Commissione dovrebbe essere l'occasione per fare un po' d'ordine e correggere scelte forse troppo frettolose.
È lo stesso documento a spiegare che una rimeditazione ponderata della riforma delle province è necessaria in relazione all'impatto «che il trasferimento delle funzioni e delle risorse oggi gestite dalle province avrà sui bilanci e sull'organizzazione di regioni e comuni». Ci si è, insomma, accorti che i costi di una riforma non ben congegnata potrebbero rivelarsi superiori ai suoi benefici.
Luigi Oliveri
Rinnovarsi o sparire? Le Province vogliono chiarezza da Monti
Componenti CISL: FEA-PUNZI-ROSSO-SCARZELLO-BESSONE
Rinnovarsi o sparire? Le Province vogliono chiarezza da Monti
Carla Ruffino
Il decreto sulla spending review, pronto a fine mese, dovrebbe contenere i criteri per l’accorpamento delle Province, come chiesto dall’Europa. Nell’attesa, l’Unione delle province chiede all’esecutivo e al Parlamento, alle prese con il nuovo Codice delle autonomie, di fare in fretta. Perché dal prossimo anno, secondo il decreto “Salva Italia”, gli enti intermedi spariranno. E alcuni di loro, di fatto, sono già spariti.
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Vi ricordate l’abolizione delle Province? Se ne parla da decenni. L’aveva prevista, per restare ai tempi recenti, la manovra della scorsa estate dell’ex ministro Tremonti, che avrebbe dovuto tagliare i 36 enti intermedi sotto i 300mila abitanti. La Lega era insorta, cavalcando il coro di proteste di mezza Italia e la contestata misura era stata rinviata a data da destinarsi (inserita in una legge di riforma costituzionale dai tempi lunghi e gli esiti incerti).
Poi è arrivato il Governo Monti, che all’articolo 23 del decreto “Salva Italia” di dicembre trasforma le Province in enti di secondo livello, eletti cioè non direttamente dai cittadini, ma da rappresentanti dei Comuni e le svuota, di fatto, di qualsiasi funzione, tranne quelle di indirizzo e coordinamento delle attività comunali. Spariscono, inoltre, le giunte con i loro assessori e i consigli provinciali sono formati da non più di dieci componenti. Il risparmio atteso, fa sapere l’esecutivo, è di 65 milioni di euro. Anche in questo caso le proteste sono pressoché immediate: l’Upi (Unione delle Province italiane) organizza consigli aperti per spiegare cosa sarebbe “un’Italia senza Province”, mentre alcune Regioni, seguendo l’esempio del Piemonte, fanno ricorso alla Consulta contro il “Salva Italia” che, in sostanza, priva le Province della loro natura costituzionale.
Oggi a che punto siamo? Il 6 aprile scorso il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge, che deve ancora iniziare il suo iter parlamentare, e su cui l’Upi ha già espresso parere negativo, che conferma la trasformazione delle Province in enti di secondo livello e detta le regole per il nuovo sistema elettorale. Presidenti e consigli provinciali saranno eletti con metodo proporzionale – senza soglie di sbarramento e premi di maggioranza – dai sindaci e dai consiglieri comunali. Il provvedimento, per ora, è fermo al palo. Nel frattempo, però, nel dibattito pubblico (per la verità piuttosto limitato) il tema dell’abolizione delle province è stato rimpiazzato da quello del loro accorpamento.
La stessa Bce, dopo aver caldeggiato, nella lettera dello scorso agosto (firmata dall’ex presidente Trichet e da Draghi allora Governatore della Banca d’Italia, e indirizzata all’esecutivo Berlusconi, ndr) l’abolizione o fusione di «alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province)», di recente ha invece fatto sapere che «accorpare le Province sarebbe l’unica, vera misura di taglio di costi della politica».
Così, seguendo le indicazioni dell’Europa, il Governo Monti dovrebbe inserire nel decreto sulla spending review il capitolo Province. Con il sottotitolo, ovviamente, non più “soppressione” ma “accorpamento” che dovrebbe avvenire tenendo conto di tre parametri: la popolazione (con l’asticella fissata a quota 300 o 400mila abitanti), la superficie, e il numero di Comuni. In questo modo, a seconda dei casi, le Province dovrebbero scendere di 17 o 30 unità, cioè passare da 107 a 90 o da 107 a 77. Certo è, fa notare l’Upi, che in assenza di una riforma organica delle autonomie locali, il rischio di rivalità di antica memoria e rivendicazioni territoriali è alto (quante Province mal sopporterebbero di essere assorbite dai territori confinanti?).
Anche per questo l’Unione delle province italiane torna alla carica con la propria controproposta, presentata per la prima volta a febbraio e che sarà nuovamente al centro dell’assemblea nazionale del 26-27 giugno prossimi a Roma. In quell’occasione sarà anche presentato un manifesto, sottoscritto da Valerio Onida, presidente emerito della Corte costituzionale, che chiede, tra gli altri, di considerare negli accorpamenti le specificità dei territori, e che il ruolo di regia sia affidato alle Regioni.
Le Province, che confidano nell’autoriforma piuttosto che nella scure calata dall’alto, richiedono inoltre una delega, da parte del Governo, per istituire le 10 città metropolitane (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Reggio Calabria) previste dalla Costituzione ma mai attuate; la riduzione da 107 a 60 delle Province, la revisione di tutti gli enti periferici dello Stato (prefetture, camere di commercio, sedi decentrate dei ministeri) e delle oltre 5mila tra aziende, società e agenzie strumentali, che spesso esistono solo per generare consenso.
L’operazione, anche questa dai tempi presumibilmente lunghi, dovrebbe far risparmiare alle casse pubbliche 5 miliardi di euro.
Intanto, la commissione Affari costituzionali del Senato sta lavorando, con non poche difficoltà, alla nuova Carta delle autonomie, che dovrebbe lasciare alle Province poche funzioni di “area vasta” (governo del territorio, viabilità, trasporti) privandole di altre, come la gestione dei centri per l’impiego e l’edilizia scolastica. Inutile dire che l’Upi non è d’accordo.
Tuttavia, mentre le Province si dicono disponibili a cambiare ma alle loro condizioni, e Governo e Parlamento non sembrano avere un orientamento chiaro, il tempo stringe. Perché se il nuovo Codice degli enti locali non sarà approvato entro il 31 dicembre 2012, le province perderanno, come prevede la manovra di Monti, tutte le competenze amministrative che andranno trasferite ai Comuni e alle Regioni. Che il fattore temporale non sia secondario lo dimostra il caso delle 9 amministrazioni, in scadenza di mandato, che a maggio non sono andate al voto e sono state commissariate, sempre come stabilisce il “Salva Italia”. Anche loro, al pari di 8 Regioni, hanno annunciato il ricorso alla Consulta. Che potrebbe anche esprimersi favorevolmente, vista la dubbia costituzionalità di una misura che impone l’eliminazione, per legge ordinaria, di organi elettivi previsti dalla Costituzione. Per questo al Governo e al Parlamento conviene agire bene, e in fretta.
11 giugno 2012
Province quale futuro: lavori parlamentari programmati
A cura di Claudio Bongiovanni, Valter Giordano, Franco Ferraro, Guido Marino e Diego Reineri
Province: aggiornamenti sui lavori parlamentari.
Dal sito UPI
Province: aggiornamenti sui lavori parlamentari.
Il 12 e il 14 giugno è calendarizzata in Commissione Affari
Costituzionali della Camera la discussione su la riforma del sistema
elettorale delle Province (AC 5120).
Il 14 giugno è
calendarizzata la riunione del Comitato Ristretto della Camera per la
modifica dell'Articolo 133 della Costituzione (quello che stabilisce in
che modo è possibile modificare - e quindi accorpare - i confini delle
Province)
In Commissione Affari Costituzionali del Senato,
invece il 13 giugno è calendarizzata la discussione sulla Carta delle
Autonomie (AS 2259 CARTA DELLE AUTONOMIE), mentre il 12 giugno in
Commissione Bilancio del Senato è previsto l'espressione del parere
sugli emendamenti alla Carta delle Autonomie.
Solo per
chiarezza di informazione: il fatto che questi temi siano stati
calendarizzati non significa necessariamente che saranno affrontati in
quei giorni....
08 giugno 2012
Esito assemblea Unione Province Piemontesi
Rassegna stampa curata da Claudio Bongiovanni, Guido Marino, Franco Ferraro, Valter Giordano e Diego Reineri
Met: link diretto all'articolo 7 giugno 2012
PROVINCE: IL PROFESSOR ONIDA RIBADISCE L’INCOSTITUZIONALITÀ DEL ‘SALVA ITALIA’ .
Intervento all'Assemblea delle Province Piemontesi.
Si è svolta questa mattina nell’Auditorium della Provincia di Torino, l’Assemblea dell’Unione delle Province Piemontesi a cui hanno partecipato il Presidente dell’UPP Massimo Nobili, il vice Presidente dell’UPI Antonio Saitta e il Presidente emerito della Corte Costituzionale Valerio Onida. I lavori assembleari hanno registrato anche l’intervento dell’Assessore agli Enti Locali della Regione Piemonte Elena Maccanti e del Presidente del Consiglio Autonomie Locali Carlo Riva Vercellotti.
In una sala al completo di amministratori delle otto Province piemontesi, rappresentanti della Regione e delle organizzazioni sindacali dei lavoratori delle amministrazioni provinciali, il Presidente UPP Nobili ha evidenziato il coraggio di un’autoriforma che comporta la riduzione del numero delle Province, ma allo stesso tempo la riaffermazione del loro ruolo di enti di coordinamento di area vasta, con precise funzioni, competenze e risorse.
“Contiamo molto sulla collaborazione con la Regione Piemonte, la quale – ha detto Nobili – ha sempre riconosciuto le specifiche funzioni delle Province nei confronti dei diversi territori piemontesi. Un principio che anche oggi è stato rimarcato dall’Assessore Maccanti.”.
Il professor Valerio Onida ha ribadito come il Decreto ‘Salva Italia’ del Governo Monti presenti ‘forti elementi di incostituzionalità’, oggetto di disamina il prossimo novembre della Corte Costituzionale. Ha inoltre osservato che non sono le Province a costituire un’anomalia, ma è un’anomalia il fatto stesso di abolirle, ribadendo come sia difficile individuare funzioni di area vasta da collocare a livello regionale o comunale, mentre la Provincia può benissimo assolvere a questo ruolo.
“Abbiamo fatto nostra la posizione del Professor Onida: è diventata un ‘manifesto’ che come UPP porteremo all’Assemblea UPI il prossimo 26 e 27 giugno a Roma. Un documento in cui viene ancora una volta ricordato – aggiunge Nobili – come sia imprescindibile per le Province rinunciare alla rappresentatività democratica garantita dalle elezioni dirette. Non possiamo regredire a enti di secondo grado, soprattutto di fronte a una contraddizione quale assegnare ‘status’ di primo livello alle Città Metropolitane”.
Altro punto su cui ritorna Nobili è quello della fiscalizzazione diretta. “Chiediamo alla Regione di poter far fronte ai nostri bilanci avvalendoci di introiti quali il bollo auto, già previsto da quest’anno in Lombardia. Su mia proposta – prosegue Nobili – nella delibera regionale di assegnazione di risorse per le funzioni delegate alle Province, è stato inserito un richiamo a questa possibilità. Mentre sul piano delle relazioni con il Governo, attendiamo che questo formuli la sua proposta per rilanciare un confronto sull’ipotesi di accorpamento che – stando alle notizie oggi in nostro possesso – dovrebbe basarsi sul triplice criterio del numero di abitanti, estensione dei territori e numero dei comuni”.
07/06/2012 16.13
Redazione di Met
Met: link diretto all'articolo 7 giugno 2012
PROVINCE: IL PROFESSOR ONIDA RIBADISCE L’INCOSTITUZIONALITÀ DEL ‘SALVA ITALIA’ .
Intervento all'Assemblea delle Province Piemontesi.
Si è svolta questa mattina nell’Auditorium della Provincia di Torino, l’Assemblea dell’Unione delle Province Piemontesi a cui hanno partecipato il Presidente dell’UPP Massimo Nobili, il vice Presidente dell’UPI Antonio Saitta e il Presidente emerito della Corte Costituzionale Valerio Onida. I lavori assembleari hanno registrato anche l’intervento dell’Assessore agli Enti Locali della Regione Piemonte Elena Maccanti e del Presidente del Consiglio Autonomie Locali Carlo Riva Vercellotti.
In una sala al completo di amministratori delle otto Province piemontesi, rappresentanti della Regione e delle organizzazioni sindacali dei lavoratori delle amministrazioni provinciali, il Presidente UPP Nobili ha evidenziato il coraggio di un’autoriforma che comporta la riduzione del numero delle Province, ma allo stesso tempo la riaffermazione del loro ruolo di enti di coordinamento di area vasta, con precise funzioni, competenze e risorse.
“Contiamo molto sulla collaborazione con la Regione Piemonte, la quale – ha detto Nobili – ha sempre riconosciuto le specifiche funzioni delle Province nei confronti dei diversi territori piemontesi. Un principio che anche oggi è stato rimarcato dall’Assessore Maccanti.”.
Il professor Valerio Onida ha ribadito come il Decreto ‘Salva Italia’ del Governo Monti presenti ‘forti elementi di incostituzionalità’, oggetto di disamina il prossimo novembre della Corte Costituzionale. Ha inoltre osservato che non sono le Province a costituire un’anomalia, ma è un’anomalia il fatto stesso di abolirle, ribadendo come sia difficile individuare funzioni di area vasta da collocare a livello regionale o comunale, mentre la Provincia può benissimo assolvere a questo ruolo.
“Abbiamo fatto nostra la posizione del Professor Onida: è diventata un ‘manifesto’ che come UPP porteremo all’Assemblea UPI il prossimo 26 e 27 giugno a Roma. Un documento in cui viene ancora una volta ricordato – aggiunge Nobili – come sia imprescindibile per le Province rinunciare alla rappresentatività democratica garantita dalle elezioni dirette. Non possiamo regredire a enti di secondo grado, soprattutto di fronte a una contraddizione quale assegnare ‘status’ di primo livello alle Città Metropolitane”.
Altro punto su cui ritorna Nobili è quello della fiscalizzazione diretta. “Chiediamo alla Regione di poter far fronte ai nostri bilanci avvalendoci di introiti quali il bollo auto, già previsto da quest’anno in Lombardia. Su mia proposta – prosegue Nobili – nella delibera regionale di assegnazione di risorse per le funzioni delegate alle Province, è stato inserito un richiamo a questa possibilità. Mentre sul piano delle relazioni con il Governo, attendiamo che questo formuli la sua proposta per rilanciare un confronto sull’ipotesi di accorpamento che – stando alle notizie oggi in nostro possesso – dovrebbe basarsi sul triplice criterio del numero di abitanti, estensione dei territori e numero dei comuni”.
07/06/2012 16.13
Redazione di Met
07 giugno 2012
Accorpamento delle Province: contributo tecnico dall'Università di Padova
Rassegna stampa a cura di Claudio Bongiovanni, Valter Girodano, Guido Marino, Diego Reineri e Franco Ferraro.
Scarica il testo
( 72,12 kB )
Pubblichiamo un contributo del costituzionalista Daniele Trabucco,
dell'Università degli Studi di Padova, dal titolo "Accorpamento di
Province: l’Europa non ha alcuna competenza", un'analisi alla luce anche
delle recenti dichiarazioni del Presidente della BCE.
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