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24 novembre 2012

Miracolo! Resuscitano le province


NEWS DA BESSONE-SCARZELLO-PUNZI-FEA-ROSSO

 
Il decreto che ne eliminava un terzo è fermo al Senato e non c'è verso di smuoverlo

Miracolo! Resuscitano le province


Gli interessi locali colpiti nel campanile si stanno organizzando
di Cesare Maffi

Al mondo politico il riordino delle province proprio non va giù. Non lo tollerano, e questo è ovvio, gli amministratori locali: è comprensibile, e si capiscono pure le pressioni esercitate sui parlamentari affinché intervengano sul decreto-legge fermo alla commissione Affari co-stituzionali di palazzo Madama.
Non lo gradiscono, però, nemmeno gli elettori, per tali intendendo quelli residenti in province destinate a perdere il rango di capoluogo e a finire col dipendere da altri centri, con i quali sussistono talora rivalità secolari (il caso che si cita sempre è quello di Pisa e Livorno). E questi elettori premono perché la propria provincia rimanga in vita col capoluogo. Degli organi e degli uffici provinciali, in fondo, ai cittadini poco importa: conta, invece, il pennacchio del capoluogo e della relativa provincia. Organi e uffici, viceversa, premono a politici e amministratori.
Ecco perché la conversione in legge del decreto-legge n. 188 stenta a muoversi. Poiché la pubblicazione in Gazzetta risale al 6 novembre, bisognerebbe che il Senato presieduto da Renato Schifani procedesse a una sollecita conversione delle norme, da passare alla Camera per la definitiva approvazione prima delle ferie natalizie (cfr. “Il riordino delle province è in un vicolo cieco”, su ItaliaOggi di ieri). Invece, finora la commissione si è dilettata addirittura con una questione pregiudiziale (la cui approvazione avrebbe significato il crollo dell'intera riforma), salvo ritornare sui propri passi e fissare il termine per gli emendamenti a lunedì 3 dicembre. I tempi sono all'osso.
Nella generale confusione che investe il decreto sembra di capire (ma le sorprese sono possibili, anzi quasi certe) che non poche disposizioni saranno riscritte, con scarsa soddisfazione del ministro Filippo Patroni Griffi, cui compete seguire il detestato provvedimento. Dovrebbe sparire la soppressione delle giunte provinciali, prevista per il prossimo 1° gennaio, e ovviamente dovrebbe venir meno la contestuale sostituzione degli assessori con tre consiglieri. Dovrebbero essere riviste diverse disposizioni sulle città metropolitane. Anche alcune date indicate nel decreto potrebbero slittare.
Non piacciono, inoltre, il divieto d'istituire sedi decentrate delle amministrazioni provinciali e la fissazione di un solo capoluogo. È in atto il tentativo, che servirebbe a placare sia i dipendenti destinati a trasferirsi dal capoluogo soppresso al ca-poluogo della provincia accorpante, sia i cittadini privati del rango di capoluogo, di ammettere la sussistenza di più capoluoghi e la possibilità di sedi decentrate, che maschererebbero non già la dislocazione di qualche ufficio, bensì la permanenza della maggior parte delle strutture esistenti nei capoluoghi destinati a venir meno col decreto, ma tenuti in vita mercé la conversione in legge. Non è nemmeno escluso che i senatori riescano a far passare la sopravvivenza di province che il governo ha inteso unire ad altre, a mutare qualche denominazione, a riscrivere qualche accorpamento.
Certo, se dovesse prevalere il taciuto desiderio ultimo, comune un po' a tutti i parlamentari, di questo provvedimento non resterebbe in piedi un solo comma. Proprio per questo il governo dovrà cedere, verosimilmente su non pochi punti. Dal canto loro i parlamentari sanno di non potere sfidare per l'ennesima volta l'antipolitica, cassando la risistemazione di enti la cui popolarità non è proprio estesa, al punto che se ne vorrebbe la soppressione pura e semplice.

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