NEWS DA BESSONE-SCARZELLO-PUNZI-FEA-ROSSO
Il decreto che ne eliminava un terzo è fermo al Senato e non
c'è verso di smuoverlo
Miracolo! Resuscitano le province
Gli interessi locali colpiti nel campanile si
stanno organizzando
di Cesare
Maffi
Al mondo politico il riordino delle province proprio non va
giù. Non lo tollerano, e questo è ovvio, gli amministratori locali: è
comprensibile, e si capiscono pure le pressioni esercitate sui parlamentari
affinché intervengano sul decreto-legge fermo alla commissione Affari
co-stituzionali di palazzo Madama.
Non lo gradiscono, però, nemmeno gli elettori, per tali intendendo quelli
residenti in province destinate a perdere il rango di capoluogo e a finire col
dipendere da altri centri, con i quali sussistono talora rivalità secolari (il
caso che si cita sempre è quello di Pisa e Livorno). E questi elettori premono
perché la propria provincia rimanga in vita col capoluogo. Degli organi e degli
uffici provinciali, in fondo, ai cittadini poco importa: conta, invece, il
pennacchio del capoluogo e della relativa provincia. Organi e uffici, viceversa,
premono a politici e amministratori.
Ecco perché la conversione in legge del decreto-legge n. 188 stenta a
muoversi. Poiché la pubblicazione in Gazzetta risale al 6 novembre, bisognerebbe
che il Senato presieduto da Renato Schifani procedesse a una sollecita
conversione delle norme, da passare alla Camera per la definitiva approvazione
prima delle ferie natalizie (cfr. “Il riordino delle province è in un vicolo
cieco”, su ItaliaOggi di ieri). Invece, finora la commissione si è dilettata
addirittura con una questione pregiudiziale (la cui approvazione avrebbe
significato il crollo dell'intera riforma), salvo ritornare sui propri passi e
fissare il termine per gli emendamenti a lunedì 3 dicembre. I tempi sono
all'osso.
Nella generale confusione che investe il decreto sembra di capire (ma le
sorprese sono possibili, anzi quasi certe) che non poche disposizioni saranno
riscritte, con scarsa soddisfazione del ministro Filippo Patroni Griffi, cui
compete seguire il detestato provvedimento. Dovrebbe sparire la soppressione
delle giunte provinciali, prevista per il prossimo 1° gennaio, e ovviamente
dovrebbe venir meno la contestuale sostituzione degli assessori con tre
consiglieri. Dovrebbero essere riviste diverse disposizioni sulle città
metropolitane. Anche alcune date indicate nel decreto potrebbero slittare.
Non piacciono, inoltre, il divieto d'istituire sedi decentrate delle
amministrazioni provinciali e la fissazione di un solo capoluogo. È in atto il
tentativo, che servirebbe a placare sia i dipendenti destinati a trasferirsi dal
capoluogo soppresso al ca-poluogo della provincia accorpante, sia i cittadini
privati del rango di capoluogo, di ammettere la sussistenza di più capoluoghi e
la possibilità di sedi decentrate, che maschererebbero non già la dislocazione
di qualche ufficio, bensì la permanenza della maggior parte delle strutture
esistenti nei capoluoghi destinati a venir meno col decreto, ma tenuti in vita
mercé la conversione in legge. Non è nemmeno escluso che i senatori riescano a
far passare la sopravvivenza di province che il governo ha inteso unire ad
altre, a mutare qualche denominazione, a riscrivere qualche accorpamento.
Certo, se dovesse prevalere il taciuto desiderio ultimo, comune un po' a
tutti i parlamentari, di questo provvedimento non resterebbe in piedi un solo
comma. Proprio per questo il governo dovrà cedere, verosimilmente su non pochi
punti. Dal canto loro i parlamentari sanno di non potere sfidare per l'ennesima
volta l'antipolitica, cassando la risistemazione di enti la cui popolarità non è
proprio estesa, al punto che se ne vorrebbe la soppressione pura e semplice.
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