21 novembre 2012
Articolo tratto dal corriere della sera (link diretto)
Le pressioni degli enti da eliminare sui parlamentari
Province, i tagli nella palude dei partiti
Decreto da convertire entro Natale ma al Senato la discussione è ferma. E Matteoli vuole staccare Prato e Pistoia da Firenze
ROMA - Persino Ciriaco De Mita si è dato una gran da fare. Non tanto
per opporsi alla fusione tra Avellino e Benevento, ma perché nella nuova
provincia i galloni di capoluogo toccherebbero proprio a Benevento,
città più popolosa della sua Avellino. Ai tempi del pentapartito si
diceva che Napoli avesse cambiato nome in Avellino marittima. Una
battuta per misurare il grande potere che aveva il segretario della Dc. E
che forse ha ancora visto che il suo attivismo, una goccia nell'oceano,
sta contribuendo ad affossare il taglio delle Province. Un progetto sul
quale quasi tutti i partiti si erano detti d'accordo e che adesso quasi
tutti i partiti (gli stessi) stanno provando a smontare.
Sono passati 20 giorni da quando il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto legge che cancella 35 province su 86 (guarda la mappa).
Da allora sono scattati i due mesi per la conversione in legge. Ma,
considerando il lungo ponte di fine anno, l'operazione va chiusa prima
di Natale. Altrimenti il decreto scadrà e di Province non ne sarà
tagliata nemmeno una. Al momento, però, il decreto non è riuscito a fare
nemmeno il primo passo. È fermo in commissione Affari costituzionali,
al Senato. Ieri l'ennesimo rinvio. Una decisione presa dopo la guerra di
trincea che si è consumata durante l'incontro tra il ministro della
Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi, e i capigruppo dei
partiti. La Lega non ha mai nascosto la sua contrarietà, specie sullo
scioglimento anticipato delle giunte. Il Pd chiede qualche modifica
anche se non sembra intenzionato a salire sulle barricate. Il vero
scoglio sta dalle parti del Pdl che, con il vice capogruppo Oreste
Tofani, ha presentato una pregiudiziale di costituzionalità. Cosa vuol
dire? È un documento da mettere ai voti, sostiene che il decreto violi
la Costituzione. Se venisse approvato dall'Aula, il decreto verrebbe
affossato definitivamente.
Proprio per timore che questo accada la discussione è ancora
ferma. È possibile che oggi si voti ma i tempi sono strettissimi visto
che in un mese appena sarebbe necessario l'ok sia della Camera sia del
Senato, sia in commissione che in Aula. Ci sono le resistenze locali,
certo. Il sindaco di Crotone ha parlato di «straordinaria partecipazione
di popolo» per un corteo di protesta di 3 mila persone, dal Molise
chiedono di salvare Isernia che, tra capoluogo e hinterland, conta poco
più degli spettatori che sabato scorso sono entrati all'Olimpico per
Italia-Nuova Zelanda di rugby. E poi Monza che non vuole tornare sotto
Milano dopo aver appena assaporato l'indipendenza. Ognuno ha la sua
battaglia e la sua sponda a Roma. L'ex ministro Altero Matteoli, per
dire, ha già preparato un emendamento per lasciare Prato e Pistoia fuori
dalla città metropolitana di Firenze. E di emendamenti ne sono in
arrivo altri, compresi quelli che chiedono di lasciare in carica le
giunte fino alla scadenza naturale, per alcune prevista nel 2016, o che
farebbero tornare il sistema elettorale diretto al posto di quello di
secondo livello, con i consigli provinciali eletti dai consigli comunali
della zona. Una febbrile attività di smontaggio che, però, non ha a che
fare solo con i campanili.
Il vento che tira in Parlamento è sempre più chiaro: una volta
approvata la legge di Stabilità, per il governo sarà difficile portare a
casa qualche risultato. La melina sulle Province è una carta da giocare
al tavolo della politica, dove si decidono legge elettorale, alleanze e
data del voto. Con un problema però, che forse spiega perché questa
melina venga fatta senza grandi annunci, quasi di nascosto. Nell'ultima
campagna elettorale per le politiche, 2008, sia Veltroni che Berlusconi
parlarono di un taglio alle Province. La loro abolizione, per dire, è
scritta nel programma di Beppe Grillo. Affossare il decreto può essere
una mossa tattica e accontentare qualche luogotenente locale. Quanto a
portare voti, però, è tutta un'altra storia.
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